Senza il fuoco l’umanità non esisterebbe. Averlo ricevuto dagli dèi attraverso il sacrificio di Prometeo, o invece averlo allevato con timore e pazienza dai fulmini, non ha poi molta importanza perché è stato con il fuoco che la civiltà umana è cresciuta e si è resa sempre più complessa e articolata.
L’Homo erectus lo maneggia da 400.000 anni, per quanto i tempi del suo uso sembrano essere ben più remoti: 1,8 milioni di anni fa il genere Homo ha iniziato a coltivare questo elemento, sia nella forma del “fuoco primitivo” caduto dal cielo sia in quella del “fuoco agricolo”, variamente utilizzato per dissodare e nutrirsi, come scrive Giuseppe Mariano Delogu in un libro, Dalla parte del fuoco (Fondazione Benetton/Antiga).
La tecnica del fuoco, come hanno sottolineato vari studiosi a partire dalla paleontologa Catherine Perlès in Preistoria del fuoco (Einaudi), esige prima di tutto un cambiamento psichico per elaborarla e utilizzarla ai propri fini. Perciò quando parliamo del fuoco bis…
Senza il fuoco l’umanità non esisterebbe. Averlo ricevuto dagli dèi attraverso il sacrificio di Prometeo, o invece averlo allevato con timore e pazienza dai fulmini, non ha poi molta importanza perché è stato con il fuoco che la civiltà umana è cresciuta e si è resa sempre più complessa e articolata.
L’Homo erectus lo maneggia da 400.000 anni, per quanto i tempi del suo uso sembrano essere ben più remoti: 1,8 milioni di anni fa il genere Homo ha iniziato a coltivare questo elemento, sia nella forma del “fuoco primitivo” caduto dal cielo sia in quella del “fuoco agricolo”, variamente utilizzato per dissodare e nutrirsi, come scrive Giuseppe Mariano Delogu in un libro, Dalla parte del fuoco (Fondazione Benetton/Antiga).
La tecnica del fuoco, come hanno sottolineato vari studiosi a partire dalla paleontologa Catherine Perlès in Preistoria del fuoco (Einaudi), esige prima di tutto un cambiamento psichico per elaborarla e utilizzarla ai propri fini. Perciò quando parliamo del fuoco bisogna sempre considerare questo aspetto, come ci ha fatto capire Gaston Bachelard in La poetica del fuoco (1967), che lo collega al desiderio, all’amore, a una forma di sessualità sublimata che aspira a una “verticalità psichica”. Non a caso i poeti parlano della passione come di fiamme che divampano e del trasporto amoroso che brucia, metafore tratte dall’altro fuoco, quello del desiderio.
Bisogna aggiungere che le stesse religioni, fondamentali nella nostra storia, sono connesse con la brace, il focolare domestico, la pira, l’altare e il sacrificio. Solo per restare all’Occidente e al Vicino Oriente, dalla Grecia a Roma, dal paganesimo antico alle tre religioni del Libro, il fuoco è decisivo.
Nel piccolo libro Miti sull’origine del fuoco lo storico delle religioni James G. Frazer, autore del celebrato Ramo d’oro, sosteneva che l’umanità si differenzia dagli altri animali per questo elemento; fatta la tara al suo evidente antropocentrismo, non si tratta d’una affermazione troppo lontana dal vero. Il problema resta quello dell’aspetto mentale, perché evidentemente qualcosa è cambiato nella storia psichica dell’umanità da un paio di secoli in qua.
Il fuoco a un certo punto è diventato un nemico, non solo di boschi e savane, ma delle stesse città che sono sorte implacabili e orgogliose sulla faccia del Pianeta. All’inizio era la stessa materia delle boscaglie che bruciava, il legno, di cui erano fatti i villaggi e le metropoli: sono rimasti leggendari i roghi di Londra, come quelli delle città americane, a partire dal grande incendio di Chicago del 1871, antesignani di quelli che divampano in California, come a Los Angeles in questi giorni.
Ma c’è qualcosa di nuovo. La crisi ambientale che attanaglia il Pianeta Azzurro s’è andata intrecciando con il potenziale distruttivo implicito nel fuoco. Ce lo spiega John Vaillant, scrittore e giornalista canadese, in un suo recente libro L’età del fuoco (Iperborea) che reca come sottotitolo italiano: Una storia vera da un mondo sempre più caldo. Il titolo originale è Fire Weather, “tempo atmosferico di fuoco”, che in una resa icastica suona come “maltempo di fuoco”.
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Il libro comincia con la descrizione di un caldo pomeriggio della primavera 2016 in un insediamento petrolifero nella regione dell’Alberta, Fort McMurray. Lì un piccolo incendio boschivo, a non molta distanza dall’abitato, divampa all’improvviso. La crescita delle fiamme coincide con una temperatura diurna di oltre 30° C a fronte di una media stagionale di 15° C. La descrizione di questa piccola-grande apocalisse, che coinvolge 100.000 persone in fuga, è l’esempio eclatante di qualcosa di inedito, una perturbazione generata dal fuoco che scatena correnti d’aria a velocità d’uragano e fulmini che suscitano altri incendi: “Interi quartieri andarono in cenere sotto un pirocumulonembo che per dimensioni sembrava uscito da un vulcano in eruzione”.
Il termine pirocumulonembo è lo stigma della trasformazione accaduta dove il fuoco amico-nemico s’è congiunto con il cambiamento climatico già avvenuto. L’Alberta è un territorio da cui viene estratto il petrolio con tecniche onerose in termini energetici, di cui Vaillant racconta la complessa storia biogenetica, esempio negativo della nostra attuale mentalità energetica, spiega l’autore.
L’età del fuoco in cui siamo entrati appare diversa da quella dei nostri bisnonni o nonni, che pensavano ancora in termini di conflitto con il fuoco e al tempo stesso l’impiegavano per produrre energia e oggetti di consumo. La loro mente era forse in grado, nonostante i disastri ecologici prodotti dalle varie industrializzazioni nei secoli, di “pensare il fuoco”, mentre oggi il cambiamento climatico ci obbliga a reimpostare il nostro rapporto con il più antico alleato che abbiamo avuto, con il dono che Prometeo stesso ha pagato a caro prezzo.
Per affrontare la trasformazione che ci attende, e che oggi indichiamo con il termine ambivalente di Antropocene, serve un cambiamento mentale. Il primo passo, come Vaillant spiega nel suo epilogo, consiste nell’abbandono deciso dell’Homo flagrans che ancora siamo.