✕

La democrazia e il tradimento dell’élite

New York, 10 gennaio: sostenitori di Donald Trump (reuters)

Ascolta l'audio

La destra estrema, in Europa come in America, pensa che sia venuto il momento per realizzare un cambio di regime. La partita è già in corso. E il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non segna l’inizio di una presidenza ma di un’era politica. Siamo però ancora in tempo per una domanda decisiva
3 minuti di lettura

Chi custodisce i custodi? Se la democrazia è il bene più prezioso di un Paese, perché gli consente di vivere nella libertà e nella giustizia, è giusto domandarsi a chi appartiene questo bene, chi ne è titolare e chi ne risponde. Sappiamo a chi tocca la tutela del sistema, cioè alle istituzioni che ne fanno parte e lo guidano giorno per giorno, in quel vertice formato dal governo, dal Parlamento, dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale.

Abbiamo imparato che la sovranità appartiene al popolo: ma siamo anche consapevoli che la democrazia ha appunto bisogno di cura e protezione, perché non è una risorsa naturale infinita o una dotazione metafisica, ma una costruzione umana delicata e potente, e come tale è esposta all’urto delle vicende terrene, e ha bisogno di cura e manutenzione.

Si potrebbe dire che la democrazia non basta a se stessa anche perché la grandiosità della sua promessa cozza contro le insufficienze e le difficoltà del lavoro quotidiano, e questo scarto nel tempo…

Chi custodisce i custodi? Se la democrazia è il bene più prezioso di un Paese, perché gli consente di vivere nella libertà e nella giustizia, è giusto domandarsi a chi appartiene questo bene, chi ne è titolare e chi ne risponde. Sappiamo a chi tocca la tutela del sistema, cioè alle istituzioni che ne fanno parte e lo guidano giorno per giorno, in quel vertice formato dal governo, dal Parlamento, dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale.

Abbiamo imparato che la sovranità appartiene al popolo: ma siamo anche consapevoli che la democrazia ha appunto bisogno di cura e protezione, perché non è una risorsa naturale infinita o una dotazione metafisica, ma una costruzione umana delicata e potente, e come tale è esposta all’urto delle vicende terrene, e ha bisogno di cura e manutenzione.

Si potrebbe dire che la democrazia non basta a se stessa anche perché la grandiosità della sua promessa cozza contro le insufficienze e le difficoltà del lavoro quotidiano, e questo scarto nel tempo dà corpo al disincanto dell’elettore, alla secessione repubblicana strisciante, alla rottura del patto tra lo Stato e il cittadino.

Tanto che la destra estrema, in Europa come in America, pensa che sia venuto il momento per realizzare non soltanto un cambio dei governi, sulla base del favore elettorale, ma un cambio di regime, operando sull’ordinamento democratico che è la forma dell’Occidente nel dopoguerra per rettificarlo e correggerne la natura: rendendolo conforme al nuovo potere sovrano che non vuole condizionamenti e non accetta controlli, mentre sperimenta il governo trasformato in comando.

La partita è già in corso e il ritorno trionfale di Donald Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio, non segna l’inizio di una presidenza ma di un’era politica. Siamo però ancora in tempo per una domanda, decisiva: la politica che anima, rappresenta e guida il sistema, può cambiare il sistema stesso? Chi ha deciso che la cultura liberal-democratica in cui siamo cresciuti non sarà più la cornice di vita dei nostri figli, dopo averci garantito il benessere nella libertà, sia pure nelle contraddizioni e anche nelle infedeltà della lunga vicenda repubblicana?

Se la Costituzione e i suoi istituti sono figli di quell’ispirazione, si può modificare la prassi della nostra vita associata fingendo di essere fedeli alle regole della Carta mentre se ne tradisce lo spirito? E soprattutto, le altre componenti del sistema, la società, le imprese, l’informazione, il mondo del lavoro, l’arte e la scuola non hanno niente da dire in proposito?

La questione riguarda tutti, senza esclusione, perché la natura del sistema si traduce in costume, abitudini, tradizione, in quel segno di riconoscimento reciproco che ci scambiamo l’un l’altro ogni giorno consapevoli di appartenere a un sistema comune, a una cultura delle regole, dei diritti e dei valori condivisa.

Palm Beach, Florida (Stati Uniti), 9 gennaio: Donald Trump a Mar-a-Lago 

Ma in primo luogo la questione chiama in causa quella struttura sempre incombente ma sovente irresponsabile che è la cosiddetta élite. In teoria, si tratta della spina dorsale del Paese, persone che esercitano un ruolo di rilievo nel mondo pubblico e privato, che prendono decisioni rilevanti, che si misurano ogni giorno con le regole nazionali ed europee, che competono nel teatro della globalizzazione. Dovrebbero costituire una classe effettivamente dirigente e non soltanto dominante, formare quell’establishment che siede a capotavola perché sa coniugare gli interessi privati legittimi con l’interesse pubblico generale.

Conosciamo qualcosa di simile nel nostro Paese? Per una serie di ragioni storiche la funzione dirigente è esercitata all’interno di una serie di network corporativi autopromossi, capaci di riprodursi per garantirsi e perpetuarsi, ma non di rigenerarsi. Più che una spina dorsale, il risultato è una tela intessuta con uno scambio reciproco di tutele, con una riserva di garanzia familistica, con una trama di relazioni che imprigiona l’esperienza, immiserisce la competenza, deprime la conoscenza, rendendo sospetta la sapienza, e quindi svalutando quello che è il vero titolo di merito dell’élite: non un patriziato ereditario che consente un abuso di posizione dominante, ma la sperimentazione quotidiana di sapere, talento e responsabilità, messi a frutto nell’innovazione di pensiero e di prodotto.

Per ragioni culturali e professionali l’establishment dovrebbe avere una coscienza storica del divenire del Paese e una visione generale del mondo in cui ci muoviamo, e dovrebbe essere abituato a misurare il saldo di costi e benefici, e perfino a fare la stima del valore più alto, quello della libertà. Quindi dal punto di vista della competenza e della convenienza, dovrebbe sentire la necessità di difendere il meccanismo liberal-democratico come la sperimentazione della via occidentale alla libertà: ciò che noi siamo, il nucleo vitale della civiltà europea, formato dall’intreccio tra lavoro, capitalismo, welfare e democrazia rappresentativa.

Anche se non ne siamo consapevoli, e quindi non ce ne rendiamo responsabili, il nostro linguaggio comune è liberal-democratico, come la nostra regola d’ingaggio civile e la cultura pubblica in cui ci muoviamo. Un patrimonio rilevante, che ha accompagnato la crescita, lo sviluppo e il tragitto di tre generazioni e oggi viene messo in discussione come un peso novecentesco che frena la piena manifestazione del comando e vela il fulgore della sovranità, depotenziando l’autorità e neutralizzando il potere.

Cambiando il format della democrazia, riducendo le garanzie, limitando i controlli, tutto si riordinerà in una nuova e automatica gerarchia dei poteri fissata non più dalla sacralità repubblicana delle Costituzioni ma dalla semplificazione dei rapporti di forza, e dalla loro fisica eloquenza.

Un vero establishment avrebbe la coscienza di ciò che si perde in questa trasformazione, e diventerebbe classe generale nel senso moderno del termine proprio tutelando quei valori e quelle regole nelle quali ha costruito il suo successo, e il Paese ha prosperato: dimostrando di custodire in sé il seme della democrazia come bene comune.

Ma in realtà la classe dirigente è condizionata perché avverte la propria delegittimazione costante a opera del populismo antipolitico che fa precipitare tutti i membri dell’élite dentro un atto d’accusa generale non per come hanno esercitato il potere, ma per averlo fatto. Quanto al capitalismo, sta dimostrando di essere mimetico, poco autonomo e concentrato sul presente, quindi attratto nella scia dei magnati della Silicon Valley che stanno sperimentando l’ultima innovazione, la tecno-reazione.

Gli studiosi ci spiegano che storicamente l’élite siede in cima alle tre piramidi della ricchezza, della deferenza e della sicurezza, che formano la cuspide del comando. Ora è in costruzione la quarta piramide, più alta di tutte: quella della forza.

Leggi i commenti