Quell’incrocio di potere chiamato Trusk
di Massimo GianniniCi mancava solo una condanna penale a sancire in modo definitivo lo “stato d’eccezione” dell’America trumpiana. Ora è arrivata anche quella: The Donald sarà il primo presidente pregiudicato nella storia degli Stati Uniti. A parte la faccia, non rischia niente: i giudici della Corte Suprema che lui stesso nominò nel 2020 gli garantiscono l’immunità.
L’assalto a Capitol Hill era ormai già condonato. Ma ora, con la sentenza sul caso Stormy Daniels, si consuma davvero l’ultimo scempio nel cuore di quella che fu la più grande democrazia del mondo, oggi ridotta a una plutocrazia post-liberale in mano a una tecnodestra reazionaria e radicale.
Ma il tycoon di New York, e al suo fianco il multi-billioner di Pretoria, hanno il monopolio totale della forza. E tanto gli basta per incarnare la loro sfrontata e inesauribile volontà di potenza. Se non fosse un dramma, verrebbe in mente Woody Allen: quando ascolto Wagner sento un impulso irresistibile a invadere la Polonia.
Per questo inquiet…
Ci mancava solo una condanna penale a sancire in modo definitivo lo “stato d’eccezione” dell’America trumpiana. Ora è arrivata anche quella: The Donald sarà il primo presidente pregiudicato nella storia degli Stati Uniti. A parte la faccia, non rischia niente: i giudici della Corte Suprema che lui stesso nominò nel 2020 gli garantiscono l’immunità.
L’assalto a Capitol Hill era ormai già condonato. Ma ora, con la sentenza sul caso Stormy Daniels, si consuma davvero l’ultimo scempio nel cuore di quella che fu la più grande democrazia del mondo, oggi ridotta a una plutocrazia post-liberale in mano a una tecnodestra reazionaria e radicale.
Ma il tycoon di New York, e al suo fianco il multi-billioner di Pretoria, hanno il monopolio totale della forza. E tanto gli basta per incarnare la loro sfrontata e inesauribile volontà di potenza. Se non fosse un dramma, verrebbe in mente Woody Allen: quando ascolto Wagner sento un impulso irresistibile a invadere la Polonia.
Per questo inquietante Frankenstein chiamato “Trusk” non è solo questione di Groenlandia, di Panama o di Canada. Anche l’Italia, a suo modo, è parte del “progetto”. Se c’è un’immagine-simbolo che più di ogni altra rivela le relazioni pericolose tra Musk e Meloni è quella che lui stesso ha lanciato sui social per festeggiare la liberazione di Cecilia Sala: il turbocapitalista intergalattico, seduto in cucina, che mangia un bel piattone di spaghetti. È l’ennesima foto-fake partorita dall’intelligenza artificiale: scimmiotta quasi il Nando Mericoni di Alberto Sordi, in versione 4.0.
Ma è anche la perfetta allegoria di un Paese che, con tafazziana voluttà, si lascia felicemente divorare dall’uomo più ricco del mondo. Elon fa programmi dirompenti sul futuro del pianeta. Probabilmente Dio sorride anche di lui. Ma di certo non dovremmo sorridere noi, condannati a diventare il suo pasto gratis nella tavola imbandita della post-democrazia.
Nella conferenza stampa di inizio d’anno, la presidente del Consiglio ci ha regalato il suo sincero coming out. Mentre tutti i capi di governo d’Europa alzavano gli scudi per parare i missili di Musk, Meloni gli consegnava le chiavi dell’Italia. Il super genius è solo un signore «molto facoltoso che esprime le sue opinioni», non è affatto «un pericolo per la democrazia». Siamo noi cittadini che non avevamo capito nulla, accecati come siamo dalla solita ideologia woke.
Musk non è il padre-padrone di Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, X, che vuole salvare la specie umana colonizzando Marte. Non è l’emblema del capitalismo della sorveglianza che grazie al suo braccio armato digitale, dopo aver fatto vincere le presidenziali a Trump, bombarda di tweet falsi le cancellerie “non allineate” del vecchio continente.
A dicembre non era lui ad aver chiesto via web la cacciata delle toghe rosse che avevano osato sentenziare sulla dissennata missione Albania lanciata da palazzo Chigi. E adesso non è lui che — come scrive il Financial Times — sta portando avanti una campagna violenta per far cadere il primo ministro inglese, accusandolo di aver coperto un traffico sessuale di minorenni e destabilizzandolo con l’attacco alla sterlina e al debito sovrano del Regno Unito.
Non è lui a organizzare una diretta social con Alice Weidel, a commentare «true» quando la leader dell’Afd dichiara che «Hitler era comunista» e a considerare il partito neonazista «l’ultima speranza per la Germania» alle elezioni del 23 febbraio. Non è lui nemmeno a guidare la character assassination internettiana contro l’odiato Soros, nemico di tutta la feccia nera antisemita ed ex, post o neo-fascista, compresa quella dei Fratelli meloniani.
E non è nemmeno lui a commentare con un gaudioso «cool» l’annuncio di Mark Zuckerberg, che per la sua Facebook decreta la fine dei controlli sulla veridicità delle notizie e il ripristino del free speech, per la gioia delle anime belle che nel Belpaese dell’analfabetismo funzionale al 40% gridano “rete libera” e dicono “il vero fact-checking lo fanno gli utenti”.
Piccoli equivoci senza importanza, come insegnava Antonio Tabucchi. Perché preoccuparsi di uno così, che adesso si fa chiamare Kekius Maximus (da Kek, dio delle tenebre)? Solo perché sta per entrare alla Casa Bianca insieme a Trump, con il ruolo imperiale di “Doge”? Solo perché partecipa col presidente eletto alle telefonate con Putin e Zelensky? Solo perché intermedia con i Guardiani della rivoluzione iraniana la liberazione di Cecilia Sala?
D’accordo, il muskismo è una teoria totalitaria dell’umano tanto quasi quanto lo fu il marxismo. Ma che volete che sia se questo immenso grumo di affari e deliri, merci e miliardi, tecnologia e sociopatia, patrimoni aziendali e ricchezze immateriali, adesso “si fa Stato” nella terra di Thomas Jefferson e Benjamin Franklin? E che volete che importi se ora da questo colossale “incesto” tra pubblico-privato e regolatore-regolato quella democrazia esce irrimediabilmente deformata? È il prezzo da pagare alla fase.
Per la “dottrina Maga” il solo modo di difendere il primato industrial-tecnologico e reggere la sfida neo-imperiale con le autocrazie — Cina in testa, Russia al seguito — è somigliare a loro. Ibridare tecnica e politica in un unico dispositivo di comando. Liberarsi di quei vincoli auto-imposti che in tre secoli di liberalismo e di costituzionalismo hanno temperato il potere assoluto.
Nel nuovo risiko americano, l’Europa è pura e semplice “intendenza”. Macron e Scholz, Sánchez e Starmer, Von der Leyen e Costa: le smunte comparse di quel che resta del teatrino comunitario provano a resistere. Meloni no. «Non c’è un’alternativa pubblica all’offerta di Starlink», ha detto.
Significa che — al di là delle smentite di rito — l’accordo da 1,5 miliardi per affidare ai satelliti di Musk la connessione crittografata delle comunicazioni del governo, dell’esercito e della polizia, è cosa in pratica già fatta.
Con tutto quel che ne consegue, e che Elon ha già sperimentato in altri 110 Paesi, dall’Argentina al Sudafrica: servizio in concessione senza gara pubblica, gestione delle informazioni sensibili sui 6.700 satelliti esistenti, copertura delle “zone grigie” con internet veloce e disruption delle Telecom nazionali. Questa, intanto, come prima fiche d’ingresso sul mercato tricolore. Il resto arriverà, in chissà quali altre forme.
Si può ancora fermare, questa cessione o confisca di sovranità che avviene al di fuori delle normative nazionali e comunitarie, che non offre garanzie di sicurezza cibernetica e protezione dei dati. È un problema enorme, di cui si sta discutendo in istituzioni come la Banca d’Italia. E che sicuramente è all’attenzione del Quirinale, dove il Capo dello Stato da almeno un anno segnala la minaccia rappresentata da «oligarchi» satellitari e «contropoteri» digitali che, fuori da ogni disciplina, possono mettere a repentaglio «le nostre libertà».
È probabile che, se Meloni insiste con il “piano Musk”, prima o poi si trovi sulla sua strada proprio Sergio Mattarella. Ma secondo i nostri fieri custodi dell’interesse nazionale non c’è ragione di allarmarsi. Elon è un fratello, anche lui, ma non gli regaleremo niente. Non vi fidate? E perché mai?
Forse perché solo nel 2018 Meloni dall’opposizione aveva presentato una mozione contro l’ingresso dei francesi di Vivendi in Telecom Italia e a favore della nazionalizzazione di tutte le reti infrastrutturali? O forse perché solo a luglio scorso, da “capa” di questo governo di sovranisti all’acqua pazza, quella stessa rete fissa di Tim l’ha già svenduta ad altri americani, quelli del fondo Kkr, nel silenzio farisaico delle destre e delle sinistre?
Non c’è nulla di credibile né di affidabile nel “patriottismo” di maniera della premier folgorata dalla tech-right a stelle e strisce. C’è invece l’idea gregaria e ancillare, atlantista e occidentalista, di un’Italia che si fa porta d’ingresso della nuova egemonia yankee in una Ue svilita a semplice spazio economico, senza più peso politico, diplomatico, geo-strategico.
L’Economist ha scritto che Meloni, in virtù dei suoi solidi rapporti con Washington, potrebbe diventare la “Trump-Card” che consente all’Unione di ricucire la tela delle buone relazioni transatlantiche. Sta accadendo il contrario: l’Underdog della Garbatella è “l’agente provocatore” attraverso il quale la Casa Bianca eserciterà il divide et impera, in un’Europa purtroppo mai così logorata e frammentata di suo.