A una settimana dall’Inauguration Day del presidente Trump un’onda di angosciati interrogativi attraversa l’Europa. Che cosa ci aspetta sull’Ucraina? E sui dazi? E sulle spese Nato? Converrebbe tuttavia interrogarsi anche su che cosa faremo noi, noi europei. Per l’Europa il ritorno di Trump alla Casa Bianca è infatti anche un’occasione, può essere addirittura la sveglia che ci costringe a correre.
Non sottovaluto affatto i pericoli del momento storico che stiamo vivendo. Autocrazie e democrazie sembrano rincorrersi in logiche di pura potenza, con i giochi senza frontiere sulla Groenlandia o il Canada, sul Messico o Panama che alimentano paragoni assurdi con le responsabilità storiche di chi ha invaso l’Ucraina.
Il rischio è che tutto converga a delegittimare le regole dell’ordine multilaterale e a rendere vani gli obiettivi comuni sulla transizione climatica. Il rischio è un revival del protezionismo, della guerriglia commerciale come via maestra per consentire a ciascun Paese…
A una settimana dall’Inauguration Day del presidente Trump un’onda di angosciati interrogativi attraversa l’Europa. Che cosa ci aspetta sull’Ucraina? E sui dazi? E sulle spese Nato? Converrebbe tuttavia interrogarsi anche su che cosa faremo noi, noi europei. Per l’Europa il ritorno di Trump alla Casa Bianca è infatti anche un’occasione, può essere addirittura la sveglia che ci costringe a correre.
Non sottovaluto affatto i pericoli del momento storico che stiamo vivendo. Autocrazie e democrazie sembrano rincorrersi in logiche di pura potenza, con i giochi senza frontiere sulla Groenlandia o il Canada, sul Messico o Panama che alimentano paragoni assurdi con le responsabilità storiche di chi ha invaso l’Ucraina.
Il rischio è che tutto converga a delegittimare le regole dell’ordine multilaterale e a rendere vani gli obiettivi comuni sulla transizione climatica. Il rischio è un revival del protezionismo, della guerriglia commerciale come via maestra per consentire a ciascun Paese di tornare Great Again. Il rischio è la capacità inaudita della tecnodestra di minare dall’interno i nostri sistemi democratici.
Insomma, il catalogo delle minacce incombenti non è mai stato tanto voluminoso. E l’Unione europea è percepita come fragile, timorosa, silente.
Ma il mondo che sta cambiando così velocemente reclama una vera potenza europea. Che si affianchi agli Stati Uniti nella sfida che accomuna le grandi democrazie, ma sia capace di un profilo autonomo. Una potenza europea oggi è necessaria per tenere aperti i flussi di commercio internazionale, per dialogare con il Sud del mondo nella riforma del sistema multilaterale, per non arrendersi alla crisi climatica, per evitare di assistere impotenti al confronto tra Cina e Stati Uniti.
Nel medio periodo la sfida per l’Europa è la competitività, lungo un percorso descritto dai Rapporti di Draghi e Letta. Come sempre, tuttavia, sarà l’attualità a definire le scelte su cui l’alternativa tra potenza e impotenza europea verrà messa alla prova.
La difesa comune, innanzitutto. Evocata da un quarto di secolo in questo 2025 potrebbe finalmente prendere corpo. Moneta comune e difesa comune: sarebbe un passo straordinario verso una Unione più forte.
L’alternativa, lo dico a chi paventa una deriva “militarista” dell’Unione, è l’incremento in ordine sparso delle spese nazionali all’inseguimento di percentuali irraggiungibili per ciascun Paese. Un fondo comune — si è parlato di 500 miliardi — sarebbe un ottimo inizio e anche un buon esempio per nuove emissioni comuni di eurobond.
Una seconda prova del fuoco verrà dalle relazioni commerciali. Qui l’Unione europea deve augurarsi il meglio, ossia che i discorsi sui dazi restino uno strumento negoziale e non mettano davvero in discussione il principale flusso del commercio internazionale, quei 1.400 miliardi l’anno di scambio di beni e servizi tra Stati Uniti e Unione europea. Ma l’Ue deve anche prepararsi al peggio, reagire unita e intanto rafforzarsi dando seguito all’accordo con i Paesi Mercosur.
Infine, un’altra prova decisiva consiste nella regolazione dell’attività delle grandi piattaforme digitali. Lo strumento lo abbiamo: il Digital Services Act (Dsa) varato nel 2023. Non è uno strumento per comprimere la libertà delle idee, anche le più lontane da principi e valori europei. Serve a evitare che le piattaforme usino i propri dati e algoritmi per far prevalere opinioni o per interferire nello scenario politico europeo. 150 tecnici Ue stanno valutando in questi giorni l’uso distorto degli algoritmi da parte delle piattaforme, a cominciare da X. È ora di decidere.
So bene che questi obiettivi possono rivelarsi velleitari. I Paesi europei sono politicamente troppo fragili e divisi. Più inclini a fare la parte dei sonnambuli in un mondo diviso e in guerra che a svegliarsi, cogliendo l’occasione della fase che si sta aprendo.
Eppure, se qualcosa ci insegna la storia, anche recentissima, dell’Unione europea è che proprio in stagioni di crisi si riescono a cambiare le cose. È anche l’esperienza che ho vissuto nei cinque anni passati, quando crisi drammatiche hanno consentito l’acquisto comune di vaccini o l’emissione di eurobond per finanziare la ripresa dal Covid e la resistenza dell’Ucraina.
La responsabilità sulle spalle delle istituzioni europee, e in particolare della Commissione, è dunque enorme. A Bruxelles servono coraggio, ambizione e leadership politica. A tutti noi, nel tempo che sta arrivando, serve una buona dose di sano patriottismo europeo.