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Se la Lega ritorna nordista

Madonna di Campiglio, 8 gennaio: il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini (ansa)

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Veneti e lombardi, un tempo rivali, oggi potrebbero saldarsi contro Salvini
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Di fronte a una Giorgia Meloni stabile nel suo ruolo e avviata, in mancanza di colpi di scena, a concludere la legislatura, qualcuno ha sperato a lungo che fosse Salvini il destabilizzatore. In effetti all’interno del centrodestra era ed è ancora lui l’elemento più irrequieto, una sorta di guerrigliero che morde il freno. Al punto, come è stato sottolineato più volte, di non trovare il tempo per fare con risultati apprezzabili il ministro dei Trasporti (o delle Infrastrutture, secondo la definizione aggiornata).

L’equivoco nasce dal famoso episodio del 2019 al bagno Papeete, lo stabilimento balneare dal quale fu annunciata la crisi del governo giallo-verde, il Conte-uno. Da allora Salvini è un sorvegliato speciale, sulla base del criterio per cui, avendo fatto una sciocchezza una volta, prima o poi ne farà un’altra dello stesso genere.

Ma è troppo semplice. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. La mossa del ’19, lo sappiamo, non portò bene al Carroccio, ma fu decisa da un …

Di fronte a una Giorgia Meloni stabile nel suo ruolo e avviata, in mancanza di colpi di scena, a concludere la legislatura, qualcuno ha sperato a lungo che fosse Salvini il destabilizzatore. In effetti all’interno del centrodestra era ed è ancora lui l’elemento più irrequieto, una sorta di guerrigliero che morde il freno. Al punto, come è stato sottolineato più volte, di non trovare il tempo per fare con risultati apprezzabili il ministro dei Trasporti (o delle Infrastrutture, secondo la definizione aggiornata).

L’equivoco nasce dal famoso episodio del 2019 al bagno Papeete, lo stabilimento balneare dal quale fu annunciata la crisi del governo giallo-verde, il Conte-uno. Da allora Salvini è un sorvegliato speciale, sulla base del criterio per cui, avendo fatto una sciocchezza una volta, prima o poi ne farà un’altra dello stesso genere.

Ma è troppo semplice. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. La mossa del ’19, lo sappiamo, non portò bene al Carroccio, ma fu decisa da un Salvini sulla cresta dell’onda, inebriato dai favorevoli esiti elettorali. Viceversa il Salvini di oggi è vicino al tramonto come leader politico e avrebbe tutto l’interesse a muoversi con una certa cautela.

In fondo, il suo coinquilino alla vicepresidenza del Consiglio, Antonio Tajani di Forza Italia, si comporta così: alleato fedele della premier, poche richieste avanzate senza smuovere le acque, una dignitosa gestione della Farnesina entro i margini (non molti) lasciati da palazzo Chigi.

E nessuna lamentela pubblica quando Meloni usa le sue prerogative per gestire da protagonista solitaria le occasioni che si presentano, come nel caso di Cecilia Sala. Detto questo, le percentuali di Forza Italia nei sondaggi danno ragione alla tattica prudente.

Sarà un caso, ma il partito ex berlusconiano è sempre alla pari o in lieve vantaggio rispetto alla Lega. Il che alimenta conflitti sotterranei per posti di potere o di prestigio: come la contesa in corso fra leghisti e “azzurri” per la presidenza di Ita.

Peraltro, al netto di scontri di questo tipo, Forza Italia potrebbe costituire un modello per Salvini. Eppure così non è, benché un colpo di testa sia escluso in quanto il “salvinismo” oggi, come si è detto, non è in grado di essere davvero minaccioso. Al contrario, l’ex “capitano” deve difendersi in casa sua.

Un passo dopo l’altro, la presidente del Consiglio lo ha messo nell’angolo. E il rifiuto di concedere il terzo mandato ai presidenti delle Regioni ha inferto in modo indiretto un colpo forse fatale a Salvini: ha coalizzato contro di lui gli amministratori del Nord, che non si sono sentiti tutelati. E non c’è bisogno di ammutinamenti plateali o polemiche clamorose: basta osservare i fatti.

Salvini aveva puntato tutto sulla crescita nazionale della Lega come forza di estrema destra, ma ha fallito. Per meglio dire, ha tamponato le falle attraverso l’intesa con Vannacci e adesso paga il prezzo della strana alleanza, nel senso che oggi a presidiare quello spazio c’è il generale, di fatto un partito nel partito. Al tempo stesso il Nord vuole tornare alle origini, quando esisteva una “questione settentrionale” gestita da Bossi.

Veneti e lombardi, un tempo rivali, oggi potrebbero saldarsi contro l’attuale segretario. Nessuna rivolta, per il momento, ma un lento smottamento scandito dall’uscita di scena di Luca Zaia.

E qui si attendono le mosse di Giorgia Meloni. La rivendicazione di un candidato di FdI in Veneto è logica, data la forza elettorale del partito. Ma sembra inopportuna pensando al futuro. Gli amministratori leghisti del Nord sono potenziali alleati della premier. Mortificarli imponendo loro un presidente deciso a palazzo Chigi potrebbe essere una vittoria di Pirro. Una di quelle vittorie di cui in seguito si scontano le conseguenze.

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