Non è un consiglio, è ovvio, ma solo un’osservazione. Elly Schlein, a cui non manca la prontezza di riflessi, dovrebbe prestare ascolto ai segnali politici che le arrivano dal suo partito. I convegni, prima di tutto, e alcune prese di posizione da parte non dei “signori delle tessere” — vecchia definizione ormai obsoleta nell’epoca dei gazebo — , bensì da intellettuali, ex parlamentari, persone animate da passione politica più che da interesse personale. Allora ecco Gianni Cuperlo, triestino garbato e intelligente, affermare che l’alternativa al governo di destra richiede solidi ideali in cui riconoscersi, piuttosto che contrattini fra alleati, o cosiddetti tali, stipulati col bilancino. E Luigi Zanda, a lungo capogruppo al Senato, spirito libero un tempo democristiano, dice a “Domani” che non conviene al Pd ridursi a essere “il partito del capo”, ossia un partito in cui conta solo il leader e dove ogni dibattito interno è più o meno cancellato.
La critica è diretta e mirata alla se…
Non è un consiglio, è ovvio, ma solo un’osservazione. Elly Schlein, a cui non manca la prontezza di riflessi, dovrebbe prestare ascolto ai segnali politici che le arrivano dal suo partito. I convegni, prima di tutto, e alcune prese di posizione da parte non dei “signori delle tessere” — vecchia definizione ormai obsoleta nell’epoca dei gazebo — , bensì da intellettuali, ex parlamentari, persone animate da passione politica più che da interesse personale. Allora ecco Gianni Cuperlo, triestino garbato e intelligente, affermare che l’alternativa al governo di destra richiede solidi ideali in cui riconoscersi, piuttosto che contrattini fra alleati, o cosiddetti tali, stipulati col bilancino. E Luigi Zanda, a lungo capogruppo al Senato, spirito libero un tempo democristiano, dice a “Domani” che non conviene al Pd ridursi a essere “il partito del capo”, ossia un partito in cui conta solo il leader e dove ogni dibattito interno è più o meno cancellato.
La critica è diretta e mirata alla segretaria. Era da tempo che non accadeva. Peraltro la polemica contro il “leaderismo”, ossia la forma diffusa di gestione dei partiti moderni (non solo in Italia), equivale a mettere il dito nella piaga. È una certa sinistra, in particolare una sinistra di derivazione cristiana, ad aver sempre sostenuto la collegialità delle decisioni, l’opposto del “partito del capo”. Quindi ci avviciniamo alla questione di fondo: quale partito s’intende costruire, qual è la sua identità? Di conseguenza, come funziona il meccanismo delle decisioni? Volendo essere ancora più precisi (e più realisti): come si formano i gruppi parlamentari, chi decide le candidature? Il che aprirebbe, è ovvio, la discussione sulla legge elettorale.
Come si capisce, c’è un disagio nel Pd che coinvolge il modo con cui Elly Schlein gestisce la sua leadership: molto fiduciosa in se stessa e nelle sue scelte, poco propensa a riaprire spazi a personaggi e scuole di pensiero che a suo avviso rappresentano il passato. O quantomeno non contribuiscono a costruire il futuro. Si veda, ad esempio, la sua contrarietà assoluta al “terzo mandato” per i sindaci e i presidenti delle regioni. “Nessuno in politica è eterno” ha detto, con il pensiero senza dubbio rivolto al campano Vincenzo De Luca. Ma l’affermazione ha un senso più generale e sembra quasi riguardare tutti coloro, dentro e fuori il Pd, che premono per tornare sul palcoscenico. E in effetti qualcuno attribuisce ad ambienti vicini alla segreteria la convinzione che non ci sia da preoccuparsi del prossimo weekend ricco di convegnistica: esisterebbe già un’ipotesi di dieci-quindici posti nelle future liste elettorali per ospitare i fautori del “centro”. Purché, è naturale, sia un centro che si presenta nel Pd.
In realtà l’intervista di Zanda pone in modo chiaro un tema che si può riassumere così. Elly Schlein ha fatto un buon lavoro, come dimostrano i sondaggi. Le percentuali a lei attribuite, intorno al 23 per cento, la mettono al riparo da eventuali tentativi di rovesciarla: pericolo che infatti non sussiste. Al tempo stesso, i dati del Pd e del centrosinistra nella sua attuale fisionomia non sono e non saranno sufficienti per delineare un’alternativa vincente alla destra. Ne deriva che i convegni di sabato e domenica non vanno sottovalutati perché aprono quanto meno una discussione a sinistra. Non sono soltanto una richiesta di posti in lista. Cattolici e laici pongono problemi politici a cui prima o poi si dovrà dare una risposta. In questo scenario, l’idea di Paolo Gentiloni come architetto e guida di una compagine più orientata verso l’Europa e le alleanze internazionali al momento non si pone, ma nemmeno si esclude. Siamo solo all’inizio di un cammino che potrebbe essere lungo e tortuoso. Un sentiero in cui pochi hanno le idee chiare.