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La sfida di due popoli

I primi tre ostaggi liberati: Emily, Doron e Romi (fotogramma)

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Ora tutti aspettano le mosse di Trump, che entra in carica proprio oggi
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Travolti dalla potenza delle immagini in arrivo da Gaza e Israele, nessuno di noi — in Europa — può comprendere nella sua essenza più profonda la forza contraddittoria delle emozioni che in queste ore dilaniano milioni di persone nella Striscia, a Tel Aviv e a Gerusalemme. È il giorno della tregua agognata in questi 15 mesi di orrori e atrocità che hanno accomunato, nella sofferenza, due popoli mai così lontani. Ma è davvero un giorno di festa senza ombre? È proprio l’inizio di una nuova stagione di pace in Medio Oriente? Sono appunto le emozioni dei protagonisti della giornata di ieri trasmesse in mondovisione a dirci che forse no, che tutto è ancora in bilico. La festa dei palestinesi finalmente con gli occhi al cielo senza temere le bombe israeliane ma senza sapere quanto durerà, le lacrime di gioia dei parenti di Romi, Emily e Doron liberate per prime dalla crudele cattività a cui le ha ridotte Hamas mentre le altre famiglie non sanno se i loro cari torneranno.

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Travolti dalla potenza delle immagini in arrivo da Gaza e Israele, nessuno di noi — in Europa — può comprendere nella sua essenza più profonda la forza contraddittoria delle emozioni che in queste ore dilaniano milioni di persone nella Striscia, a Tel Aviv e a Gerusalemme. È il giorno della tregua agognata in questi 15 mesi di orrori e atrocità che hanno accomunato, nella sofferenza, due popoli mai così lontani. Ma è davvero un giorno di festa senza ombre? È proprio l’inizio di una nuova stagione di pace in Medio Oriente? Sono appunto le emozioni dei protagonisti della giornata di ieri trasmesse in mondovisione a dirci che forse no, che tutto è ancora in bilico. La festa dei palestinesi finalmente con gli occhi al cielo senza temere le bombe israeliane ma senza sapere quanto durerà, le lacrime di gioia dei parenti di Romi, Emily e Doron liberate per prime dalla crudele cattività a cui le ha ridotte Hamas mentre le altre famiglie non sanno se i loro cari torneranno.

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Così come i preparativi della gente di Gaza per il controesodo che li riporterà, ormai fantasmi umani, nelle loro case ridotte in polvere parlano di sentimenti estremi. E irrisolti. Che nella loro contraddizione ci indicano che questo cessate il fuoco è sì la notizia più bella di questo inizio 2025 — al quale tutti sperano ne segua uno anche in Ucraina — ma è anche troppo fragile per indurci a festeggiare la fine dell’indicibile tragedia che si è consumata in questo fazzoletto di terra dal 7 ottobre 2023 ad oggi. È più un salto nel vuoto. Che può divorare ancora palestinesi e israeliani. Ed è la prima vera sfida della seconda presidenza di Donald Trump, che in poche settimane nella regione si giocherà buona parte della sua credibilità internazionale.

La prima fase dell’accordo tra Hamas e Israele imposto da un inedito e quanto mai efficace gioco di squadra tra i team di Biden e Trump, scade, contando da ieri, tra 42 giorni. Al sedicesimo partiranno i negoziati per le due fasi successive. Che dovranno portare alla fine permanente delle ostilità, al ritiro dell’Idf, al rilascio di tutti gli ostaggi vivi (in queste sei settimane ne usciranno 33 su 98), alla consegna dei corpi di chi non ce l’ha fatta, alla stesura del piano di ricostruzione di Gaza e alla creazione di un nuovo governo nella Striscia senza Hamas. Nonché all’avvio del processo per la creazione di uno Stato palestinese. Una sfida titanica dal punto di vista politico, pratico ed emotivo.

La politica interna a Israele e ai Territori sono il primo ostacolo. Il premier Netanyahu con la firma della tregua ha perso il sostegno del partito del ministro della Sicurezza Ben Gvir mentre l’altro estremista al governo, il titolare delle Finanze Smotrich, minaccia di «rovesciare» l’esecutivo se non riprenderanno i combattimenti e Israele non occuperà in modo permanente Gaza. Per Bibi — che pure sull’attuazione del piano di pace può contare sul soccorso dell’opposizione — non sarà facile destreggiarsi tra la necessità di compiacere Trump e quella di sfamare i suoi alleati oltranzisti senza compromettere il suo futuro politico, da sempre bussola di ogni sua decisione. C’è poi il tema, forse ancora più complicato, del governo della Striscia. L’Autorità palestinese del vecchio (e per molti screditato) Abu Mazen dovrebbe avere la forza di riformarsi per prendere il controllo anche di Gaza e garantirne sicurezza e ricostruzione. Ma di riformarsi l’Anp non sembra volerne sapere. Anzi, diversi diplomatici europei in contatto con Ramallah hanno la sensazione che alla Muqata si guardi più a banchettare con i fiumi di aiuti internazionali in arrivo nei prossimi mesi piuttosto che a riscrivere l’Autorità e la sua leadership in modo convincente per la popolazione della Cisgiordania, di Gaza, dove la presenza di Hamas è destinata a diventare sempre più polarizzante, e per Israele (sfida, questa, forse impossibile).

Ci sono poi le difficoltà pratiche, diretta conseguenza di quelle politiche, di sottrarre il controllo della Striscia ad Hamas, indebolita ma non sconfitta, della gestione degli aiuti umanitari (con la grana del bando all’Unrwa decretata da Israele) e di realizzare la ricostruzione di città e infrastrutture letteralmente rase al suolo.

E qui torniamo alla tortura delle emozioni delle due popolazioni. Ai palestinesi, che rientreranno nelle loro città sapendo che ad attenderli ci sono solo macerie e l’incertezza: potranno iniziare la ricostruzione o una nuova guerra li costringerà di nuovo a scappare? Agli israeliani, che non sanno se torneranno tutti i 98 ostaggi o solo i 33 della prima fase e non hanno idea di chi sia vivo e chi sia invece morto a Gaza. Senza contare l’odio reciproco causato da questi 15 mesi di orrori innescati dal 7 ottobre.

Ora tutti aspettano le mosse di Trump, che entra in carica proprio oggi. Se finora ha potuto contare sulla “madman diplomacy”, la politica del pazzo che con la sua imprevedibilità spaventa gli interlocutori, ora dovrà mettere sul terreno una diplomazia accorta che — anche con l’aiuto degli alleati regionali, a partire dai sauditi — non faccia saltare la tregua allo scadere della prima fase come avvenne nel novembre del 2023. Certo è che Donald sarà determinato a portare a casa il risultato, decisivo per mantenere intatta la sua credibilità verso Putin e Xi Jinping, alla finestra pronti a sfruttare (in Ucraina, nel Pacifico) qualsiasi passo falso del tycoon.

In questo momento di incertezza, speranza e paura, una sola cosa è certa: che i 1.223 israeliani morti il 7 ottobre e i 46.913 palestinesi deceduti in 470 giorni di guerra di emozioni non ne hanno più. Che siano gli ultimi.

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