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Il complotto fantasma

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La bocciatura del referendum sull’autonomia è una buona notizia per la navigazione del governo Meloni e una brutta notizia per il centrosinistra
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Non ci sarà nessuna spallata, nessuna battaglia unificante, nessuna campagna di primavera dell’opposizione in cerca di rivincita. La decisione della Corte Costituzionale di non ammettere il referendum sull’Autonomia differenziata, dopo avere di fatto svuotato la legge Calderoli con la sentenza del novembre scorso, è una buona notizia per la navigazione del governo Meloni e una brutta notizia

per il centrosinistra.

Quei giudici che la destra ritiene pregiudizievolmente contrari al suo operato, o autori di chissà quali complotti, hanno bocciato l’unico quesito che tutti i partiti di opposizione erano pronti a cavalcare magicamente uniti, perché – è la motivazione anticipata dal comunicato – avrebbe trasformato la natura del referendum da semplice a costituzionale.

Si sarebbe cioè posta una scelta netta, sì o no, su quel che rimaneva dell’impianto della legge Calderoli: l’articolo 116 del titolo quinto della Costituzione, quello che prevede la possibilità per le Regioni di ottenere “ulte…

Non ci sarà nessuna spallata, nessuna battaglia unificante, nessuna campagna di primavera dell’opposizione in cerca di rivincita. La decisione della Corte Costituzionale di non ammettere il referendum sull’Autonomia differenziata, dopo avere di fatto svuotato la legge Calderoli con la sentenza del novembre scorso, è una buona notizia per la navigazione del governo Meloni e una brutta notizia

per il centrosinistra.

Quei giudici che la destra ritiene pregiudizievolmente contrari al suo operato, o autori di chissà quali complotti, hanno bocciato l’unico quesito che tutti i partiti di opposizione erano pronti a cavalcare magicamente uniti, perché – è la motivazione anticipata dal comunicato – avrebbe trasformato la natura del referendum da semplice a costituzionale.

Si sarebbe cioè posta una scelta netta, sì o no, su quel che rimaneva dell’impianto della legge Calderoli: l’articolo 116 del titolo quinto della Costituzione, quello che prevede la possibilità per le Regioni di ottenere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” sulla base di intese con lo Stato.

Al di là delle tecnicalità o della giustezza di questa impostazione, contestata dai proponenti, ci sono gli effetti politici. Il centrosinistra, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Alleanza Verdi Sinistra a Più Europa, tenendo dentro perfino Azione e Italia Viva, aveva intravisto nella battaglia referendaria contro l’Autonomia differenziata un modo per indebolire il governo. Il voto delle Europee ha già mostrato a Meloni, attraverso l’astensionismo, una certa disaffezione del Sud, rispetto al trionfo delle politiche. Il progetto della Lega, caro soprattutto al Veneto di Luca Zaia, mal visto da Forza Italia e Fratelli d’Italia fin dal principio, avrebbe potuto far venir fuori contraddizioni finora tenute nascoste. E quindi, che il quorum fosse raggiunto o no, avrebbe potuto creare scossoni che a questo punto non sono alle viste.

Senza l’Autonomia, raggiungere il quorum con i referendum sul lavoro, a partire dal Jobs Act, e con il quesito che prevede di dare la cittadinanza con più facilità agli immigrati che vivono e lavorano in Italia, dopo cinque anni invece di dieci, com’era prima della riforma del 1992, è molto più complicato. Se si vuole essere realisti, praticamente impossibile. E mette in difficoltà soprattutto Elly Schlein: la segretaria del Pd dovrà decidere se schierare il partito nella battaglia referendaria cara alla Cgil e a Più Europa, scelta di fatto obbligata. Ma così facendo rischia, di fronte a una mobilitazione esigua, di essere attaccata da quel mondo che dentro e fuori il Pd l’ha già messa nel mirino. Come dimostrano i convegni dei cattolici del weekend scorso, che al di là degli intenti più nobili di allargamento e di maggior coinvolgimento, chiedono un cambio di linea. Un andamento più “moderato”. Non esattamente quello dei quesiti referendari, che pure — vista l’ispirazione di eguaglianza sociale che rappresentano — i cattolici potrebbero in teoria sposare.

Ma la politica non è teoria e il momento per il centrosinistra è oggettivamente difficile. Servono nuovi progetti unificanti, non lo era totalmente neanche il salario minimo, e soprattutto serve il coraggio di affrontare i nodi irrisolti e di cercare risposte comuni.

Nel frattempo, Meloni ha dietro di sé il vento dell’incoronazione di Trump — il cui messaggio sulla guerra commerciale all’Europa dovrebbe invece preoccuparla — e davanti a sé molti mesi senza appuntamenti elettorali. Le resta da risolvere il problema del rinvio a giudizio di Daniela Santanchè: ma è nei momenti di forza, che ci si possono permettere scelte di rottura. Come quella di pretendere un passo indietro dell’ex fedelissima, fare un piccolo aggiustamento all’esecutivo, e ringraziare i tanto temuti giudici per l’aiuto inaspettato.

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