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Così il Trump 2 riguarda anche il Pd

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Il viaggio di Giorgia Meloni a Washington ha allargato il solco tra maggioranza e opposizione circa il ruolo dell’Europa e il rapporto con gli Stati Uniti
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Il veloce viaggio di Giorgia Meloni a Washington per l’inaugurazione della presidenza Trump ha lasciato dietro di sé uno strascico di polemiche. E fin qui niente di nuovo, sarebbe strano il contrario. Ma soprattutto ha allargato il solco tra maggioranza e opposizione circa il ruolo dell’Europa e il rapporto tra Unione e Stati Uniti.

E quando ci si riferisce al binomio maggioranza-opposizione s’intende per brevità la premier e Fratelli d’Italia, a destra; il Pd di Elly Schlein, a sinistra. Gli altri che definiscono il campo delle alleanze restano sullo sfondo, dato che in questo caso la partita riguarda proprio i due partiti maggiori.

La presidente del Consiglio in America si è trovata in una compagnia decisamente poco amica dell’Unione come l’abbiamo conosciuta in questi anni. Significativa, ma non sorprendente, l’assenza di Ursula von der Leyen, non invitata. Il fatto che la premier non abbia tenuto conto dell’assenza della presidente della Commissione («Draghi non sarebbe and…

Il veloce viaggio di Giorgia Meloni a Washington per l’inaugurazione della presidenza Trump ha lasciato dietro di sé uno strascico di polemiche. E fin qui niente di nuovo, sarebbe strano il contrario. Ma soprattutto ha allargato il solco tra maggioranza e opposizione circa il ruolo dell’Europa e il rapporto tra Unione e Stati Uniti.

E quando ci si riferisce al binomio maggioranza-opposizione s’intende per brevità la premier e Fratelli d’Italia, a destra; il Pd di Elly Schlein, a sinistra. Gli altri che definiscono il campo delle alleanze restano sullo sfondo, dato che in questo caso la partita riguarda proprio i due partiti maggiori.

La presidente del Consiglio in America si è trovata in una compagnia decisamente poco amica dell’Unione come l’abbiamo conosciuta in questi anni. Significativa, ma non sorprendente, l’assenza di Ursula von der Leyen, non invitata. Il fatto che la premier non abbia tenuto conto dell’assenza della presidente della Commissione («Draghi non sarebbe andato», ha ricordato in un’intervista Bruno Tabacci) significa solo una cosa.

Ormai è in campo — e non sappiamo dove ci porterà — un nuovo schema di gioco, in cui prevale la relazione bilaterale e privilegiata tra Washington e questa o quella capitale europea. Roma, stavolta.

Pur avendo un vicepresidente a Bruxelles, nella persona di Fitto, sembra evidente che Giorgia Meloni sia interessata a difendere il rapporto diretto con l’amministrazione americana, anziché a spezzare una lancia per la pallida e malcerta Europa. Del resto la risposta di Von der Leyen a Trump da Davos è stata debole, all’insegna di promesse già sentite e di moniti sulla necessità di cambiare passo.

Eppure, come è inevitabile, è sul terreno europeo e solo su quello che le opposizioni a Meloni possono trovare un minimo di coesione, nel tentativo di fondare le premesse della futura alternativa di governo. Impresa mai così ardua, se si considerano le crisi interne di Germania e Francia e l’espansione dei governi nazionalisti: dall’Austria ai Paesi dell’Est.

L’altro giorno a Orvieto Paolo Gentiloni ha svolto un intervento ineccepibile, nel segno dell’ortodossia europeista. Pochi anni fa le sue tesi non avrebbero ammesso repliche, oggi rischiano di non scaldare i cuori. Romano Prodi potrebbe quindi aver colto il punto quando, da Montecatini Terme, ha fatto un commento politico, rivolgendosi ai suoi: occorre mettere in campo iniziative nuove e rigeneratrici per contrastare l’offensiva internazionale della destra.

Sul treno Trump-Musk è stata lesta a salire la premier Meloni, facendo l’interesse della sua parte e di una certa visione del rapporto Italia-Usa. Viceversa i socialisti europei — a loro parla Prodi — fanno ben poco per definire una strategia (tant’è che egli avanza una previsione: «Vedrete che si muoverà la Cina»). E tra i socialisti colpisce — sono sempre sue parole — il silenzio del Pd italiano, forte di una delegazione importante al Parlamento di Strasburgo.

Così ritorna la critica sfumata ma insidiosa a Elly Schlein. Tutto ruota intorno alla sua capacità di fare politica in tempi eccezionali. Quando è palese che l’elezione di Trump non è un passaggio ordinario di poteri, bensì una vera discriminante che coinvolge l’Europa e ne scandirà il destino.

Meloni si è aggregata al treno di Trump e vedremo dove la porterà questa scelta. Il Pd, cioè la spina dorsale dell’opposizione, sembra limitarsi a ripetere vecchie formule. Tanto che sono i personaggi di ieri, da Prodi a Gentiloni, a prendersi la scena. Forse ha ragione Arturo Parisi, acuto osservatore della politica. Analizza i convegni di Milano e Orvieto e conclude: «Ancora una volta si dimostra che nel Pd è più facile discutere dei problemi comuni fuori dal partito che al suo interno».

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