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Impunità di Stato

Njeem Osama Almasri, il generale libico arrestato e rilasciato

 

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La debolezza del governo viene messa a nudo impietosamente. E nelle parole pronunciate ieri dal ministro Piantedosi al Senato si avverte l’eco di una resa dei conti
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Il 10 marzo 2023, al termine di una infelicissima conferenza stampa a Cutro — norme abborracciate e nessuna compassione per le 94 vittime del naufragio — , Giorgia Meloni pronunciò quelle parole: «andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo». Di quel piano ambizioso non è rimasta traccia se non nei corpi prigionieri di numerosi innocenti, come Maysoon Majidi e Marjan Jamali, che cercavano in Italia accoglienza e hanno trovato solo persecuzione. Eppure, uno “scafista”, presumibilmente il capo dei capi dei trafficanti di esseri umani, Al Masri, destinatario di un mandato di arresto della Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità e i cui delitti gridano vendetta davanti a Dio e agli uomini, era proprio lì a Torino: tra il bar Mulassano di Piazza Castello e l’Allianz Stadium.

Meloni: "Andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo". E il video diventa virale

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Il 10 marzo 2023, al termine di una infelicissima conferenza stampa a Cutro — norme abborracciate e nessuna compassione per le 94 vittime del naufragio — , Giorgia Meloni pronunciò quelle parole: «andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo». Di quel piano ambizioso non è rimasta traccia se non nei corpi prigionieri di numerosi innocenti, come Maysoon Majidi e Marjan Jamali, che cercavano in Italia accoglienza e hanno trovato solo persecuzione. Eppure, uno “scafista”, presumibilmente il capo dei capi dei trafficanti di esseri umani, Al Masri, destinatario di un mandato di arresto della Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità e i cui delitti gridano vendetta davanti a Dio e agli uomini, era proprio lì a Torino: tra il bar Mulassano di Piazza Castello e l’Allianz Stadium.

Meloni: "Andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo". E il video diventa virale

Era lì ed è stato graziosamente restituito al proprio proprio paese, la Libia, su un aereo dei nostri servizi di sicurezza con tanto di bandiera italiana. Un caso mirabile di sovranismo straccione che ha evidenziato due dati significativi. Il primo: un conflitto violento che ha contrapposto due delicatissimi apparati dello Stato come il Ministero della giustizia e il Viminale (e forse anche la Farnesina), intenti a perseguire interessi diversi e differenti strategie. Sullo sfondo lobby e alleanze politico-economiche, gruppi di pressione e cordate diplomatico-militari. La debolezza del governo viene messa a nudo impietosamente. E nelle parole pronunciate ieri dal ministro Piantedosi al Senato si avverte l’eco di una resa dei conti all’interno dell’esecutivo e l’attribuzione della causa di questo inquietante pasticciaccio al collega della Giustizia, Carlo Nordio.

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Il secondo dato richiede un ragionamento di più lungo respiro. Sono venuti infine al pettine tutti i nodi e le zone d’ombra del Memorandum Italia-Libia, voluto dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti. L’accordo, firmato nel 2017, si basava su una necessità ineludibile e si affidava a una prospettiva fragilissima, ovvero l’urgenza di controllare e ridurre i flussi migratori dal nord Africa e garantire un quadro che consentisse la tutela dei diritti umani fondamentali e l’avvio di un processo di “normalizzazione” di quel territorio. Il memorandum, dopo l’iniziale riferimento al “comune patrimonio storico e culturale”, prevede, tra l’altro, “il supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”, “l’adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza” e “la formazione del relativo personale”. In questa cornice giuridica si inserisce l’uso delle motovedette di fabbricazione italiana, regalate alla Libia, e l’addestramento di appartenenti a gruppi militari — ufficiali e non — che abbiamo visto in questi anni dare la caccia ai migranti e sparare a imbarcazioni e operatori delle ong.

A distanza di otto anni, si può dire che quel progetto sia sostanzialmente fallito, in quanto non si sono realizzate le condizioni essenziali che avrebbero dovuto sostenerlo. Per un verso, è mancata la capacità delle Nazioni Unite e delle agenzie internazionali di insediare, in quella regione, presidi di legalità e controllo del rispetto dei diritti umani; per altro verso, l’opera di “formazione” del personale addetto alle frontiere terrestri e marittime, ai centri di detenzione e alla repressione dei traffici illegali non ha ottenuto alcun risultato in termini di tutela della dignità delle persone intercettate e di rispetto della loro integrità fisica. L’intero apparato di sicurezza e i corpi di polizia sono rimasti quelli di sempre, oscillanti tra corruzione, violenza sistematica e attività criminale. Tutto ciò rimanda a un unico sistema differenziato ma allo stesso tempo coerente, dove i rapimenti e i sequestri costituiscono la prima tappa di un itinerario fatto di schiavitù, tortura e lavoro coatto, di reclusione e spoliazione, di vendita da una gang all’altra nella prospettiva — esile e spesso letale — di una traversata del Mediterraneo alla volta dell’Europa. E questo nelle pieghe e attraverso le strutture di uno Stato dominato dall’illegalità e lacerato da una ininterrotta guerra civile. Ecco, di questa organizzazione semi-istituzionale e semi-criminale, Al Masri è uno dei massimi, e più efficienti responsabili. E si trovava qui, nella custodia di un apparato che, per bocca della sua premier, si riprometteva di inseguirlo lungo tutto il globo terracqueo: e non ha saputo fare altro che favorirne l’impunità e il rapido ritorno ai suoi traffici e ai suoi delitti. Ancora una volta, il governo ha rivelato la sua fragilità caratteriale e la sua sudditanza psicologica nei confronti di despoti, o aspiranti tali, grandi e piccini. Resta, per chi intende coglierla, una lezione politica e morale di notevole rilievo. La questione dell’immigrazione è terribilmente complicata e non può essere affrontata né solo né principalmente sul piano dove si formano le nostre angosce e le nostre paranoie e dove si agitano le pulsioni di morte e le fobie da invasione, determinate dal sentimento di insicurezza e di vulnerabilità. Le problematiche prodotte dai grandi movimenti di esseri umani esigono il ribaltamento dell’approccio convenzionale e impongono che al centro di ogni politica vi sia la tutela dei diritti fondamentali: quelli dei cittadini dei paesi di destinazione così come quelli di chi è spossessato di tutto ed è titolare della sua sola “nuda vita”.

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