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Una difesa comune per l’Europa

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa 

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Un Fondo del valore di 500 miliardi farebbe la differenza tra gli appelli e la realtà. Sarebbe una risposta competitiva verso gli stessi Stati Uniti sul piano industriale, ma pienamente cooperativa su quello geopolitico
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Nel giro di una settimana un Donald Trump scatenato ha preso di mira molte delle regole dell’ordine mondiale vigente, dando l’impressione di aspirare a un ordine nuovo basato non su quelle regole ma sulla legge del più forte. Insomma, il nostro principale alleato, lo è da ottanta anni e comunque lo resterà, baderà più ai propri interessi che agli interessi e ai valori comuni dell’Occidente.

Non serve chiudere gli occhi di fronte a questa verità brutale. Noi europei dobbiamo al più presto rispondere, possibilmente con forza e unità, mostrando al mondo che una parte dell’Occidente continua a rappresentare i valori dell’ordine multilaterale, dell’apertura agli scambi commerciali, del contrasto al cambiamento climatico, della democrazia come condizione della libertà.

Una prova cruciale per battere un colpo da parte europea sarà nei mesi prossimi il tema della difesa. Proprio qui, dove siamo più deboli e dipendenti, dovremmo e forse potremmo rafforzarci.

L’invasione russa dell’Ucraina h…

Nel giro di una settimana un Donald Trump scatenato ha preso di mira molte delle regole dell’ordine mondiale vigente, dando l’impressione di aspirare a un ordine nuovo basato non su quelle regole ma sulla legge del più forte. Insomma, il nostro principale alleato, lo è da ottanta anni e comunque lo resterà, baderà più ai propri interessi che agli interessi e ai valori comuni dell’Occidente.

Non serve chiudere gli occhi di fronte a questa verità brutale. Noi europei dobbiamo al più presto rispondere, possibilmente con forza e unità, mostrando al mondo che una parte dell’Occidente continua a rappresentare i valori dell’ordine multilaterale, dell’apertura agli scambi commerciali, del contrasto al cambiamento climatico, della democrazia come condizione della libertà.

Una prova cruciale per battere un colpo da parte europea sarà nei mesi prossimi il tema della difesa. Proprio qui, dove siamo più deboli e dipendenti, dovremmo e forse potremmo rafforzarci.

L’invasione russa dell’Ucraina ha acceso i riflettori su un cambio in corso da vari decenni nella politica estera americana. Dalla fine della guerra fredda, quando gli americani avevano trecentomila soldati in Europa, perlopiù in Germania, le priorità sono progressivamente cambiate.

I proclami di disimpegno di Trump e del suo vice Vance sono senza precedenti, ma il messaggio agli europei — dovete fare molto di più per la vostra difesa — non è nuovo. Lo aveva già detto forte e chiaro oltre dieci anni fa uno dei presidenti americani più amati in Europa, Barack Obama.

Se vogliamo preservare la pace in Europa, dovremo insomma provvedere sempre più alla nostra difesa e alla deterrenza nei confronti di minacce esterne. E possiamo farlo in due modi diversi.

Il primo modo, forse quello preferito da Donald Trump, è di non toccare nulla, lasciare le cose come stanno e provvedere, Paese per Paese, a incrementare la spesa arrivando al 2% del Pil (Spagna e Italia sono sotto questa soglia) e magari facendo qualche passo ulteriore nella direzione della soglia iperbolica del 5% invocata dal presidente americano. Sarebbe una formidabile occasione sprecata.

L’altro tipo di risposta è la difesa comune europea. Ossia cogliere l’occasione per fare finalmente progressi negli acquisti comuni di sistemi di difesa (risparmiando molte risorse), nello sviluppo dell’industria comune, nella preferenza per i sistemi europei di difesa.

Cose perfino ovvie, e di cui si parla da un quarto di secolo con dispiegamento ingente di Libri bianchi, bussole e tabelle di marcia. Ma con risultati molto scarsi: gli acquisti in comune sono sotto il 20%, i sistemi acquistati sono per i due terzi non europei, e la standardizzazione e l’interoperabilità sono un miraggio mentre la realtà ben nota è quella dei 14 modelli di carri armati europei o dei dieci diversi tipi di pezzi calibro 155 con i quali ha dovuto sbrigarsela l’artiglieria ucraina.

L’appello a produrre e acquistare in comune — accompagnato da soglie minime da raggiungere — è rimasto finora inascoltato. Oggi potrebbe invece essere raccolto, per le circostanze geopolitiche e per i vincoli della finanza pubblica, a condizione che si accompagni finalmente con un consistente incentivo proveniente da risorse europee comuni.

Un Fondo comune per la difesa del valore di 500 miliardi farebbe la differenza tra gli appelli e la realtà. La decisione non è ancora matura a Bruxelles e le resistenze non mancano, il Consiglio europeo ne discuterà nel ritiro convocato da António Costa per il prossimo 3 febbraio.

Un Fondo comune creerebbe una convenienza per il made in Europe, superando le abitudini di acquisto di ciascuna forza armata nazionale. Incoraggerebbe lo sviluppo di sistemi di difesa comuni, cominciando da quelli con un più evidente vantaggio nella dimensione di scala europea, ad esempio un sistema di difesa aerea e missilistica integrata, o la difesa delle infrastrutture sottomarine, o ancora le attività cyber o le nuove generazioni di droni.

Sarebbe una risposta competitiva verso gli stessi Stati Uniti sul piano industriale, ma pienamente cooperativa su quello geopolitico, dal momento che questo “pilastro europeo” non potrebbe che essere complementare alla Nato. Sarebbe infine un bel passo avanti nel disegno europeo, con una nuova emissione di eurobond, dopo quelli per Next Generation Eu e per il sostegno all’Ucraina.

Se un’Europa con una moneta unica compiesse qualche passo verso una difesa comune potrebbe perfino avvicinarsi il sogno di una vera autonomia strategica europea. Orizzonti lontani, ma oggi vale proprio la pena di cominciare.

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