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Trump e il buon senso

Washington (Stati Uniti): un sostenitore di Donald Trump 

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Chi può essere contrario? Non è forse un modo per essere vicini al sentire delle persone comuni? In realtà, per chi conosce un po’ di cultura europea, il concetto va maneggiato con molta cautela
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Nel suo discorso inaugurale il presidente Trump ha utilizzato la perifrasi «rivoluzione del senso comune» come definizione del proprio progetto. La reazione di osservatori della vita politica — anche in Italia — è stata di consenso. Chi può essere contrario al buon senso? Non è forse un modo per essere vicini al sentire delle persone comuni? In realtà, per chi conosce un po’ di cultura europea, il concetto di senso comune (o buon senso) va maneggiato con molta cautela.

È dai tempi del regno guglielmino in Germania che la “sana ragionevolezza” dell’uomo del popolo è diventata un parametro, prima nel discorso pubblico e poi nella valutazione giuridica, contro forme di non omologazione o dissonanza sociale. La tradizione tedesca risale ai lavori, precedenti, del giurista Friedrich C. Savigny sul “buon senso” riflesso del diritto naturale del popolo e sull’anima delle etnie. Ai tempi del nazionalsocialismo questo modo di sentire ha preso la forma di un concetto fondamentale nell’es…

Nel suo discorso inaugurale il presidente Trump ha utilizzato la perifrasi «rivoluzione del senso comune» come definizione del proprio progetto. La reazione di osservatori della vita politica — anche in Italia — è stata di consenso. Chi può essere contrario al buon senso? Non è forse un modo per essere vicini al sentire delle persone comuni? In realtà, per chi conosce un po’ di cultura europea, il concetto di senso comune (o buon senso) va maneggiato con molta cautela.

È dai tempi del regno guglielmino in Germania che la “sana ragionevolezza” dell’uomo del popolo è diventata un parametro, prima nel discorso pubblico e poi nella valutazione giuridica, contro forme di non omologazione o dissonanza sociale. La tradizione tedesca risale ai lavori, precedenti, del giurista Friedrich C. Savigny sul “buon senso” riflesso del diritto naturale del popolo e sull’anima delle etnie. Ai tempi del nazionalsocialismo questo modo di sentire ha preso la forma di un concetto fondamentale nell’esercizio della giustizia del Reich.

L’idea era che esistesse una salute mentale del popolo a fronte di comportamenti “riformativi” che la minacciano, tra i quali le ambiguità sull’identità sessuale (Berlino ne era il pantografo), la contrarietà alla pena di morte, l’arte e la musica degenerate rispetto ai canoni classici. La giustificazione era nel fatto che la maggioranza della popolazione era contraria a queste posizioni eterodosse o non conservative. In quanto tali esse non corrispondevano dunque alla volontà del popolo. In un passaggio lessicale decisivo, essere lontano dal popolo diventò sinonimo di essere fremd, estraneo e infine nemico di esso.

Per evitare analogie spicce tra tempi lontani voglio porre una premessa: non credo che Trump sia un fascista. Il primo motivo è che non ha bisogno di esserlo: non ha opposizione e controlla tutte le istituzioni. Il secondo è che manca un presupposto del fascismo: anche se sta mobilitando l’esercito per compiti civili (e alcuni suoi supporter hanno assaltato Capitol Hill) non ha bisogno di usare la violenza per conservare il proprio potere. Il terzo è che la società americana forse non ha sufficienti anticorpi, ma ha abbondanti interessi per resistere a una svolta pienamente oppressiva.

Tuttavia è interessante come i temi del senso comune (identità di genere, pena di morte, canoni estetici neoclassici, volontà della maggioranza) siano esattamente quelli suscitati da Trump nei primi giorni dall’inaugurazione.

È riduttivo confinare l’utilizzo politico del “buon senso” al nazismo. Un caso precedente, spesso citato nella letteratura europea, riguardò Arthur Schnitzler accusato in alcune commedie di “ferire il buon senso”. Quelle opere vennero rappresentate con vent’anni di ritardo. In precedenza Schlegel, Wagner e Nordau avevano collegato la degenerazione dell’arte a devianze dal sentire del popolo o da devianze personali.

Lo storico del diritto Hans Hattenhauer ha eseguito una perlustrazione del tema anche nella Repubblica di Weimar, individuandolo tra le “linee storiche” che avrebbero portato alla svolta autoritaria. Solo due anni dopo l’avvento di Hitler, la riforma del codice penale introdusse la sanzionabilità di atti che “meritano punizione in ragione del buon senso popolare”.

Il carattere interpretativo di questa categoria finì per dare ai giudici del Reich ampia discrezionalità nell’applicare pene che le altre norme non avrebbero potuto sanzionare. Il senso comune dunque finì, paradossalmente, per essere uno degli strumenti di repressione del nazismo.

Poiché il concetto di “sentire comune” ha un’apparenza innocente e auto-esplicativa, il suo utilizzo continuò anche nel dopoguerra, almeno fino alla rianalisi dei crimini storici dalla metà degli anni Sessanta. Ci vollero poi altri tre decenni per osservare che l’inutilizzabilità del termine configurava un tabù, anch’esso da superare.

Il problema è che oggi l’Europa intera, come gli Stati Uniti, si trovano nel pieno di rivolgimenti profondi della società e delle relazioni globali. Tali cambiamenti, indotti in primo luogo dalla tecnologia, avranno durata lunga, trasformeranno il lavoro, la cultura, le interazioni personali e anche le famiglie. Nel farlo stanno sconvolgendo il buon senso: coppie che si formano sui telefonini, lavori che vengono sostituiti da applicazioni, paesi che spariscono, forme di intermediazione culturali che si spengono.

L’appello al buon senso è un segno di allarme comprensibile. Tuttavia non è il buon senso che consente di rispondere alla tecnologia. Non è il senso comune che contrasterà gli abusi dell’intelligenza artificiale, la violazione della privacy, i conflitti globali, il cambiamento climatico. Non è chiudendo gli occhi per restare “vicini al popolo” che lo si aiuterà, ma guardando lontano.

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