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Il doppio rebus della legge elettorale

Il doppio rebus della legge elettorale
(agf)
Il punto del 28 gennaio 2025
2 minuti di lettura

Ancora una volta, l’argomento politico meno attraente del mondo, la riforma della legge elettorale, fa capolino sia destra sia a sinistra. E ancora una volta si conferma noioso, sì, ma decisivo per capire dove va il Paese. Nel centrosinistra ad accendere un fiammifero nel buio è stato Dario Franceschini, con l’ampia e significativa intervista a questo giornale: un tentativo di dire addio al velleitario “campo largo” per insistere sul proporzionale — nella quota stabilita dalle regole — e riunire invece le sigle che si auto definiscono progressiste nel settore maggioritario. Nel ’22 i mancati accordi per i seggi maggioritari determinarono una dispersione dei voti e facilitarono senza dubbio l’affermazione del centrodestra.

Nel campo FdI-Lega-FI e alleati minori l’ambizione non è da meno. L’obiettivo è di riconsiderare alcuni aspetti del modello elettorale per arrivare a una sorta di “premierato” di fatto entro la fine della legislatura. In questo caso la riforma avrebbe meno impatto — non ci sarebbe necessità di alterare la Costituzione — e otterrebbe più o meno lo stesso esito, vale a dire rendere più forte il ruolo del presidente del Consiglio, o per meglio dire del “premier”. Come si vede i sentieri su cui ci si muove a destra e a sinistra sono diversi, ma non del tutto: a certe condizioni si può immaginare una convergenza, oggi comunque prematura.

Le difficoltà e gli ostacoli non mancano in entrambi i campi. Quando la legge elettorale si affida in tutto o in parte al modello proporzionale, come in questo caso, ci sono infiniti aspetti tecnici che toccano gli interessi dei vari soci della coalizione, a cominciare dal meccanismo delle preferenze. Si può arrivare a comporli, ma solo se esiste una comune volontà politica di fare presto. Al momento questa volontà pare debole. A destra è soprattutto il partito della premier che vorrebbe ottenere un risultato.

A sinistra il quadro è anche più oscuro. Elly Schlein è una donna decisa e determinata, qualcuno direbbe caparbia. Di sicuro non ama condividere il suo potere, nemmeno in piccola misura. La sua gestione ha portato il Pd ad attestarsi intorno al 23 per cento, con piccole oscillazioni. Non è poco: anzi, è una cifra che rende inattaccabile la sua posizione all’interno del partito. Al tempo stesso quella percentuale, unita alle nevrosi e alla scarsa affidabilità degli alleati, è troppo scarsa per garantire la vittoria elettorale contro la coalizione meloniana.

Ne deriva che la proposta di Franceschini avrebbe senso per delineare una strategia forse un po’ vecchio stile, un’alchimia da Prima Repubblica capace però di superare i limiti attuali del centrosinistra. Ma la segretaria del Pd ha gli strumenti per opporsi. Lei insegue il sogno di una vittoria sul campo, a viso aperto. Attende che gli elettori si ravvedano, quanti di loro hanno votato a destra. Che si risveglino da un incubo, diciamo così, e riconoscano la bontà delle proposte avanzate dalla sinistra (la scuola, la sanità) a confronto con le cattive ricette della destra. In fondo a tale ravvedimento c’è il successo elettorale delle liste progressiste, finalmente unite e senza bisogno di vecchi arabeschi. Con il conseguente ingresso a Palazzo Chigi di Elly Schlein come presidente del Consiglio. Lei e non qualche improbabile “federatore”.

Se questo è lo scenario, si capisce che non ci può essere interesse a sostenere una divisione neo proporzionale, per quanto ben confezionata. D’altra parte è indispensabile che a sinistra tengano d’occhio quel che si muove sull’altra sponda del fiume, nel campo della destra. La riforma di fatto del “premierato”, qualora mai andasse in porto, sposterebbe gli equilibri. E forse imporrebbe anche al centrosinistra di misurarsi con le nuove regole. In fondo anche Mitterrand, in Francia, dopo essersi tanto opposto al generale De Gaulle, vinse accettando la Quinta Repubblica gollista.

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