Con un diluvio di dichiarazioni e un impressionante numero di ordini esecutivi Trump sta ribaltando anche i canoni tradizionali della politica estera americana. Ma sulle crisi maggiori le sue intenzioni non sono ancora chiare e decifrare la politica estera del nuovo presidente americano resta un esercizio ad alto rischio.
Sicuramente ci dobbiamo attendere l’utilizzo sistematico di un approccio transazionale nel rapporto con i partner internazionali (grandi o piccoli che siano). E una propensione a declinare i rapporti fra Stati sulla base di “trade offs” fra interessi nazionali contrapposti. Ma anche scarso interesse per le alleanze tradizionali degli Usa. Una radicata ostilità per le regole consolidate e per il ruolo delle istituzioni internazionali. E una marcata preferenza per i contatti diretti con interlocutori con cui trattare da una posizione di forza. In estrema sintesi il ritorno di Trump “il vendicatore” è destinato anche a provocare una rilevante discontinuità nella polit…
Con un diluvio di dichiarazioni e un impressionante numero di ordini esecutivi Trump sta ribaltando anche i canoni tradizionali della politica estera americana. Ma sulle crisi maggiori le sue intenzioni non sono ancora chiare e decifrare la politica estera del nuovo presidente americano resta un esercizio ad alto rischio.
Sicuramente ci dobbiamo attendere l’utilizzo sistematico di un approccio transazionale nel rapporto con i partner internazionali (grandi o piccoli che siano). E una propensione a declinare i rapporti fra Stati sulla base di “trade offs” fra interessi nazionali contrapposti. Ma anche scarso interesse per le alleanze tradizionali degli Usa. Una radicata ostilità per le regole consolidate e per il ruolo delle istituzioni internazionali. E una marcata preferenza per i contatti diretti con interlocutori con cui trattare da una posizione di forza. In estrema sintesi il ritorno di Trump “il vendicatore” è destinato anche a provocare una rilevante discontinuità nella politica estera americana, il rovesciamento delle già deboli regole del gioco nelle relazioni fra Stati, una ulteriore crisi del multilateralismo.
Trump aveva promesso che avrebbe concluso la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Ma alla prova dei fatti non esiste un piano americano per raggiungere anche solo una cessazione delle ostilità. E prevale l’impressione che a Washington ci si stia rendendo conto che per conciliare le posizioni di Putin e Zelensky sulla questione territoriale, sullo status dell’Ucraina dopo la fine del conflitto e sulle garanzie di sicurezza, è più complicato di quanto poteva apparire.
Sul conflitto israelo-palestinese e sul riassetto complessivo degli equilibri in Medio Oriente resta da capire quanto il nuovo inquilino della Casa Bianca vorrà impegnarsi per garantire stabilità nella regione. Sicuramente la nuova amministrazione sarà più allineata sulle posizioni del governo israeliano. Ma dovrebbe anche essere interessata a completare lo schema degli Accordi di Abramo, coinvolgendo l’Arabia Saudita in un processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. Obiettivo per il quale Washington dovrà decidersi ad affrontare il nodo della questione palestinese.
Ugualmente problematico prevedere la linea delle nuova amministrazione sui rapporti con la Cina. Se cioè Trump vorrà proseguire la politica di “contenimento” nei confronti di Pechino delle precedenti amministrazioni. O se, al di là della minaccia di imporre dazi sulle importazioni cinesi, il nuovo presidente non sia tentato dall’idea di un qualche accordo su vasta scala da negoziare direttamente con Xi Jinping.
Sul fronte della sicurezza e della difesa aumenteranno le richieste americane agli alleati europei di un maggiore impegno, anche se l’aumento della spesa per la difesa fino al 5% del pil, sembra difficilmente praticabile. Ma è improbabile che si concretizzi il rischio di un vero e proprio disimpegno americano dall’Alleanza Atlantica.
La politica commerciale della nuova amministrazione sarà ispirata dall’ossessione di Trump per il tema degli squilibri della bilancia commerciale americana. E gli annunci dei primi giorni vanno nella direzione di misure di questo tipo nei confronti dei maggiori partner commerciali degli Usa. Ma è possibile che queste minacce si rivelino all’atto pratico altrettante mosse preventive mirate a consentire agli Usa di negoziare contropartite in termini di allineamento sulle politiche americane o maggiori acquisti di prodotti americani.
Le aggressive dichiarazioni di Trump a proposito del recupero della sovranità sul canale di Panama, o le rivendicazioni sulla Groenlandia, o la pretesa di trasformare il Canada nel 51mo Stato degli Usa, hanno lasciato il segno e provocato le prime prevedibili reazioni dei governi interessati. Ma solo nei prossimi mesi si capirà se si tratta di uscite estemporanee, o della premessa di una nuova politica americana di espansione territoriale, o infine se andranno interpretate come iniziative mirate a ottenere concessioni o contropartite in un negoziato in cui gli Usa pretendano di partire da posizioni di forza.
Infine anche il rapporto con l’Europa resta un’incognita. Sappiamo che Trump ha una pessima opinione della Ue, e che potrebbe privilegiare i rapporti con i singoli governi europei, con il rischio di accentuare le divisioni. Ma sembra improbabile che Trump, anche soltanto in considerazione dello spessore dei rapporti economici fra le due sponde dell’Atlantico, possa essere tentato dall’idea di forzare la mano sugli aspetti più complicati della relazione con gli alleati europei.