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Sovranismo giudiziario

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ( a destra) con il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi in aula alla Camera durante l'informativa urgente del Governo in merito alla richiesta di arresto della Corte penale internazionale e successiva espulsione del cittadino libico Najeem Osema Almasri Habish

 (ansa)

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I ministri Nordio e Piantedosi rispondono in aula sul caso Almasri come se l’Italia fosse fuori dalla Corte penale internazionale
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C’era una strada maestra per spiegare al Parlamento, e dunque al Paese, senza offenderne l’intelligenza e la dignità, la scelta di riconsegnare un cittadino libico accusato dalla Corte penale internazionale (CPI) di crimini contro l’umanità alla libertà e all’impunità che Tripoli assicura a chi si macchia di indicibili violenze contro migranti in catene. Parlare il linguaggio della verità. Per quanto disturbante potesse suonare. Assumendosi dunque la responsabilità politica di aver agito per una “ragion di Stato” che il Paese avrebbe così avuto modo di ascoltare, pesare, e giudicare. Ma era un’opzione che non appartiene alla cultura politica e istituzionale di questo governo. Diciamo pure che le è antitetica. Perché la verità dei fatti, anche nel linguaggio politico, alberga solo in quelle democrazie dove l’assalto sovranista e populista non ne ha ancora manomesso le fondamenta. Dove il discorso pubblico non è narcotizzato e avvelenato dalla sistematica manipolazione della realtà, da …

C’era una strada maestra per spiegare al Parlamento, e dunque al Paese, senza offenderne l’intelligenza e la dignità, la scelta di riconsegnare un cittadino libico accusato dalla Corte penale internazionale (CPI) di crimini contro l’umanità alla libertà e all’impunità che Tripoli assicura a chi si macchia di indicibili violenze contro migranti in catene. Parlare il linguaggio della verità. Per quanto disturbante potesse suonare. Assumendosi dunque la responsabilità politica di aver agito per una “ragion di Stato” che il Paese avrebbe così avuto modo di ascoltare, pesare, e giudicare. Ma era un’opzione che non appartiene alla cultura politica e istituzionale di questo governo. Diciamo pure che le è antitetica. Perché la verità dei fatti, anche nel linguaggio politico, alberga solo in quelle democrazie dove l’assalto sovranista e populista non ne ha ancora manomesso le fondamenta. Dove il discorso pubblico non è narcotizzato e avvelenato dalla sistematica manipolazione della realtà, da trasformismi e tartufismi. Dove, banalmente, una presidente del Consiglio non lascia vuoto il suo scranno nel giorno in cui, legittimamente, le opposizioni chiedono da due settimane che le sue decisioni su questioni dirimenti di politica conoscano uno scrutinio pubblico.

Per questo al Parlamento e al Paese non è stato risparmiato uno spettacolo che faremo bene a non dimenticare. E non solo per la tracotanza con cui un ministro di giustizia, ridotto a controfigura politica del suo ruolo e persino del magistrato che un tempo pure è stato, ha messo insieme una abborracciata giustificazione della sua inerzia. Fino al punto di trasformare le sue comunicazioni al Parlamento in un’arringa in difesa dell’uomo accusato di crimini contro l’umanità che avrebbe dovuto assicurare alla giustizia delle Nazioni Unite. O per l’incoerente e maldestro uso della logica del ministro dell’Interno, che è riuscito nella ragguardevole impresa di sostenere che “un soggetto estremamente pericoloso per l’ordine e la sicurezza pubblica” non vada né assicurato alle nostre galere (dove pure si trovava), né consegnato al tribunale delle Nazioni Unite che ne aveva ordinato l’arresto, ma restituito all’unico Paese dove può continuare a commettere, impunito, crimini contro l’umanità.

No, non andrà ricordata solo per questo la seduta parlamentare di ieri. Ma come il giorno in cui il governo del nostro Paese ha deciso di chiamare l’Italia fuori dalla Corte penale internazionale e dagli obblighi sottoscritti da 60 Paesi nel 1998 con lo Statuto di Roma che ne ha sancito la nascita. Di disconoscerne dunque la giurisdizione sovranazionale. E di farlo in nome di un sovranismo giudiziario che, ascoltando il ministro Nordio, ha la complessità argomentativa di un “me ne frego”. E, per giunta, mentre Mattarella, ospite a Marsiglia dell’università Aix-Marseille, metteva in guardia, nella sua lectio magistralis, da quanti “ritenendole superflue, se non dannose per i propri interessi, pensano di abbandonare le organizzazioni internazionali”.

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Già, perché è stato stupefacente ascoltare da un ex magistrato e ministro della giustizia l’affermazione di non essere “un passacarte” e dunque rivendicare a sé il ruolo di garante del rispetto dell’habeas corpus nella “estradizione” del cittadino Almasri. Come se ignorasse non solo che al ministro di giustizia è sottratto qualunque sindacato nel merito dei provvedimenti giurisdizionali, ma, soprattutto, che lo statuto della CPI definisce la procedura di arresto e trasferimento di un ricercato al tribunale delle Nazioni Unite come un “surrender”, una consegna. E non un “extradition”, un’estradizione. E per un motivo molto semplice, materia di insegnamento nelle facoltà di giurisprudenza. Che la giurisdizione della Corte penale internazionale è sovraordinata alla sovranità degli Stati che vi hanno aderito (e noi siamo uno di quelli). E dunque che le sue decisioni — siano un mandato di arresto o l’esecuzione di una condanna — non sono una “facoltà” lasciata alla volontà o al sindacato degli Stati membri, come avviene nelle estradizioni tra Stati sovrani. Ma un obbligo. Un obbligo contratto nei confronti di una istituzione sovranazionale.

Ebbene, poiché faremmo un torto al ministro Nordio nel pensare che non si orienti nello Statuto di Roma che ha istituito la Corte penale Internazionale e nella legge 237 del 2012 (che ha adeguato il nostro ordinamento giuridico allo Statuto di Roma e dunque anche il ruolo e gli “obblighi di cooperazione” del ministro di giustizia), gli argomenti offerti ieri al Parlamento per giustificare la propria inerzia si risolvono allora — non ce ne voglia il ministro — in una performance da azzeccagarbugli. Che — siamo facili profeti — costerà all’Italia un prezzo alle Nazioni Unite.

Soltanto una strampalata e ideologica idea sovranista del diritto poteva infatti spingere un ministro di giustizia a censurare in un’aula parlamentare il merito di un provvedimento giurisdizionale della CPI definendolo “irrazionale e contraddittorio”. Soltanto un ministro e un governo che hanno perso ogni riferimento del rapporto tra poteri e istituzioni potevano ritenere che quell’asserito vizio di forma del mandato (un errore materiale) non dovesse essere rilevato e sanato lì dove è previsto dalla legge e dal solo soggetto legittimato a farlo (la Corte di appello). E soltanto un ministro che ha smarrito la misura del suo ruolo poteva trasformare questi argomenti nel chiodo cui appendere la pubblica bastonatura del Procuratore di Roma Lo Voi e con lui della magistratura italiana, colpevoli, evidentemente, di un rapporto meno disinvolto con la legge.

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