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Muro contro muro e ragion di Stato

Matteo Piantedosi e Carlo Nordio

 

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Il punto del 6 febbraio 2025
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Giunto quasi al termine del suo intervento alla Camera, il ministro Nordio ha voluto alzare il profilo politico del discorso. Lo ha fatto con un paradosso abbastanza prevedibile. Certi magistrati, ha detto, hanno ironizzato a proposito delle mie critiche ai magistrati per il caso Almasri, spiegando che avevo ottenuto l’effetto opposto, cioè di rendere coesa l’intera magistratura. Allo stesso modo, ha continuato, si può affermare oggi che è l’intera maggioranza a essere compatta come mai in passato, grazie al procuratore Lo Voi. Conclusione: è il momento di accelerare con la riforma delle carriere, così da sfruttare l’abbrivio di una situazione nonostante tutto favorevole all’esecutivo.

In realtà questo richiamo alla riforma costituzionale in corso è sembrato un po’ fuori luogo. È vero che sullo sfondo del pasticcio libico può esserci anche il proposito di far incespicare il Guardasigilli per affossare la riforma, detestata da un gran numero di giudici e procuratori, oltre che da quas…

Giunto quasi al termine del suo intervento alla Camera, il ministro Nordio ha voluto alzare il profilo politico del discorso. Lo ha fatto con un paradosso abbastanza prevedibile. Certi magistrati, ha detto, hanno ironizzato a proposito delle mie critiche ai magistrati per il caso Almasri, spiegando che avevo ottenuto l’effetto opposto, cioè di rendere coesa l’intera magistratura. Allo stesso modo, ha continuato, si può affermare oggi che è l’intera maggioranza a essere compatta come mai in passato, grazie al procuratore Lo Voi. Conclusione: è il momento di accelerare con la riforma delle carriere, così da sfruttare l’abbrivio di una situazione nonostante tutto favorevole all’esecutivo.

In realtà questo richiamo alla riforma costituzionale in corso è sembrato un po’ fuori luogo. È vero che sullo sfondo del pasticcio libico può esserci anche il proposito di far incespicare il Guardasigilli per affossare la riforma, detestata da un gran numero di giudici e procuratori, oltre che da quasi tutta l’opposizione. Ma non sembra questo l’obiettivo principale, come si è visto ieri. Certo, l’opposizione ha trovato compattezza in modo speculare alla maggioranza, secondo la descrizione di Nordio. Tuttavia l’intenzione di Elly Schlein, Conte e gli altri era in primo luogo quella di colpire la Meloni, mostrarne la fragilità politica al di là delle apparenze, in definitiva denunciarne le inadeguatezze quando “il gioco si fa duro”. Benché, a proposito di frasi un po’ fuori luogo, anche chiamare la premier “presidente del coniglio” non è parso il massimo dell’umorismo. In ogni caso vedremo se si avvera la previsione di Maria Elena Boschi in un intervento tra i più infuocati: all’improvviso l’incantesimo finirà e gli italiani capiranno l’inganno.

Insomma il bersaglio era lei, la presidente del Consiglio, mentre i due ministri, Piantedosi e Nordio, fungevano nient’altro che da “prestanome”, secondo il giudizio sprezzante di Fratoianni. Il risultato è che si sono creati due schieramenti contrapposti: uno contro la magistratura e uno a sua difesa. Toni oltranzisti da entrambe le parti con scarse eccezioni. Un terreno ideale per Giuseppe Conte: da avvocato conosce meglio di altri i risvolti giuridici dell’affare ed è, ovviamente, abbastanza spregiudicato per piegarli subito al suo disegno. In pratica ha rubato la scena a Elly Schlein, che ha il doppio dei suoi voti ma stavolta ha dovuto condividere col capo dei 5S una sorta di leadership del centrosinistra. Al muro-contro-muro si sono sottratti comunque in pochi, forse solo Rosato di Azione, il piccolo partito di Calenda. Ha invocato una capacità di dialogo fra maggioranza e opposizione che in questo frangente sembra una chimera. E soprattutto ha parlato di interesse nazionale.

Un punto, quest’ultimo, che è rimasto sullo sfondo. Poco o per nulla considerato a sinistra, dove è visto come giustificazione cinica dei crimini del libico; in fondo ribadito con scarsa convinzione anche a destra. Forse perché affrontare il tema del nostro interesse nazionale in Libia vorrebbe dire riferirsi alla “ragione di Stato”, il che spiegherebbe molti aspetti legati al rimpatrio frettoloso del gentiluomo Almasri. E tuttavia parlare in termini di “realpolitik” significa accostarsi a un altro punto assai controverso: il segreto di Stato. Che non è stato posto nella vicenda libica per una serie di ragioni, anche comprensibili sul piano giuridico, eppure non spiegate con la dovuta chiarezza. Probabilmente parlare chiaro avrebbe giovato a tutti. Del resto, ci sono episodi del passato in cui il segreto di Stato è stato utilizzato senza troppi dubbi. Si pensi al “lodo Moro” cucito insieme per tenere l’Italia al riparo dagli attentati palestinesi; o più in generale a tutte le zone oscure della politica mediterranea.

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