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Il Pd non speri in un Papeete bis

Matteo Salvini al Papeete

 

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Il punto di Folli del 13 febbraio 2025
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Il dinamismo di Matteo Salvini non è una novità. È semmai un’attitudine ricorrente per un capo politico che sa di avere molto da fare per frenare il declino del suo partito. Di conseguenza, quanti sperano o temono un colpo di testa irreparabile del leghista sono fuori strada. A temerlo sono, è ovvio, i colleghi/rivali del centrodestra, soprattutto negli ambienti di Fratelli d’Italia. A sperarlo, invece, c’è qualche settore del centrosinistra. È evidente: Salvini è il solo ad avere in questo momento il potere di fare cadere il governo Meloni come un castello di carte. Accadrà? No, è un’illusione, almeno per il futuro prevedibile.

Non assisteremo a un altro Papeete, per usare l’immagine divenuta celebre nell’estate del 2019, quando in riva al mare Adriatico e con l’aiuto di un certo numero di gin tonic il le…

Il dinamismo di Matteo Salvini non è una novità. È semmai un’attitudine ricorrente per un capo politico che sa di avere molto da fare per frenare il declino del suo partito. Di conseguenza, quanti sperano o temono un colpo di testa irreparabile del leghista sono fuori strada. A temerlo sono, è ovvio, i colleghi/rivali del centrodestra, soprattutto negli ambienti di Fratelli d’Italia. A sperarlo, invece, c’è qualche settore del centrosinistra. È evidente: Salvini è il solo ad avere in questo momento il potere di fare cadere il governo Meloni come un castello di carte. Accadrà? No, è un’illusione, almeno per il futuro prevedibile.

Non assisteremo a un altro Papeete, per usare l’immagine divenuta celebre nell’estate del 2019, quando in riva al mare Adriatico e con l’aiuto di un certo numero di gin tonic il leader della Lega annunciò che il governo giallo-verde, fondato sul patto dei populisti fra Carroccio e Cinque Stelle, era finito. Fu in realtà un gran pasticcio. Salvini in quei giorni faceva un passo avanti e due indietro, ma alla fine cedette alla tentazione delle elezioni anticipate. E si può capire: i sondaggi lo premiavano, la Lega sembrava essere il partito più smagliante del Parlamento, il futuro sorrideva al giovane leader. Le rutilanti feste sulla sabbia dello stabilimento balneare Papeete erano quasi la metafora di un successo elettorale a portata di mano. Qualcuno nel Pd gli aveva consigliato di andare avanti perché a sinistra avrebbe trovato una sponda a favore del voto anticipato. Sappiamo come finì: con un governo giallo-rosso 5S-Pd ancora guidato dall’astuto Conte.

Si chiuse allora l’età dell’oro del salvinismo, destinata a mai più tornare, anche perché di lì a poco cominciò l’ascesa di Giorgia Meloni. E allora come si può pensare che la strategia di Salvini nel 2025 possa essere una riedizione del colpo di testa mancato del 2019? A quel tempo i consensi della Lega erano al massimo storico, oggi arrancano fra l’8 e il 9 per cento. È logico pensare che al vertice del Carroccio siano consapevoli che il partito rischierebbe di non sopravvivere a un altro passo falso di tale portata. Quindi, se a sinistra vogliono ridefinire una linea alternativa al governo, non possono affidarsi all’illusione di un secondo “harakiri” del padano temerario. Questo è il primo punto. Ci sono discreti margini per elaborare una linea politica anti-Meloni senza passare per il sogno di un Papeete-2. Il fatto che finora l’area Pd-5S-Avs non sia uscita dal proprio recinto e si limiti a rispondere agli errori della destra in un estenuante ping-pong, non significa che la partita sia persa. Siamo appena a metà legislatura e il tempo non manca; semmai mancano le idee e forse il coraggio.

Secondo punto. Riguarda più direttamente Salvini e il suo immediato futuro. Vale a dire che il terzo mandato di Zaia come presidente del Veneto costituisce un passaggio decisivo. Se fosse autorizzata una ricandidatura “in extremis” del popolare presidente uscente, c’è da credere che il capo leghista troverebbe pace almeno per qualche tempo. Non c’è peggiore prospettiva per lui di uno Zaia disoccupato e desideroso di rivalsa. Il compromesso, come è stato già scritto, sarebbe un candidato espresso dalla Lega e gradito allo stesso Zaia. Viceversa, una candidatura decisa da FdI contro l’alleato avrebbe l’effetto di una mina, con il rischio di perdere il Veneto, regione-simbolo per la destra. Bisogna abituarsi al nervosismo di Salvini, che è l’altra faccia della sua inquietudine. Avrà bisogni di posti nelle partecipate e di più potere locale. In poche parole, di tutto ciò che consolida la sua immagine all’interno del piccolo mondo leghista, dove un tempo il leader era il “capitano”. E oggi non si sa bene cosa sia.

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