Dietro gli occhi del nemico
Enrico FranceschiniVladimir Putin
Lei crede all’Fbi o al capo del Cremlino, a proposito delle accuse di interferenze russe nelle elezioni americane? “Putin mi ha detto che non ci sono state intromissioni da parte di Mosca. Non vedo ragioni per non credergli”. La secca risposta di Donald Trump ai giornalisti, a conclusione del summit del 2018 con Putin a Helsinki, è passata alla storia. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva smentito il proprio controspionaggio, preferendo fidarsi della parola del leader della superpotenza avversaria. Negli Stati Uniti scoppiò un polverone di polemiche: “Un comportamento vergognoso”, lo definì il senatore repubblicano John McCain, “nessun altro presidente americano si era abbassato così davanti a un tiranno”. Il che è vero, ma le cronache dei vertici Usa-Urss, diventati Usa-Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbondano di gaffes, incidenti e frasi celebri.
L’abitudine di un incontro fra i capi supremi di America e Russia è nata dopo il summit del 1945 a Yalta, al quale ol…
Lei crede all’Fbi o al capo del Cremlino, a proposito delle accuse di interferenze russe nelle elezioni americane? “Putin mi ha detto che non ci sono state intromissioni da parte di Mosca. Non vedo ragioni per non credergli”. La secca risposta di Donald Trump ai giornalisti, a conclusione del summit del 2018 con Putin a Helsinki, è passata alla storia. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva smentito il proprio controspionaggio, preferendo fidarsi della parola del leader della superpotenza avversaria. Negli Stati Uniti scoppiò un polverone di polemiche: “Un comportamento vergognoso”, lo definì il senatore repubblicano John McCain, “nessun altro presidente americano si era abbassato così davanti a un tiranno”. Il che è vero, ma le cronache dei vertici Usa-Urss, diventati Usa-Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbondano di gaffes, incidenti e frasi celebri.
L’abitudine di un incontro fra i capi supremi di America e Russia è nata dopo il summit del 1945 a Yalta, al quale oltre che da Roosevelt gli Alleati erano rappresentati da Churchill (Stalin rimase esterrefatto quando il premier britannico gli aprì la porta della propria dacia completamente nudo, perché appena uscito dalla vasca da bagno). Nel frattempo, tuttavia, era iniziata la guerra fredda: il vertice del 1960 a Parigi fra Eisenhower e Krusciov, che doveva servire a migliorare le relazioni fra Washington e Mosca, venne compromesso due settimane prima dall’abbattimento di un aereo spia U2 americano sul cielo sovietico. Il pilota, Gary Powers, si salvò, ma confessò tutto al Kgb, cosicché il Segretario Generale del Pcus arrivò in Francia furioso, esigendo scuse ufficiali dal presidente americano. Abituato a ben altre tensioni come comandante in capo durante la Seconda guerra mondiale, l’ex-generale rifiutò, immaginando che la richiesta fosse solo la prima mossa di un negoziato: invece Krusciov si alzò in piedi e se ne andò senza nemmeno salutare. Poi venne la crisi dei missili a Cuba e i rapporti peggiorarono, anche se Kennedy e Krusciov, spaventati dal rischio di un’ecatombe atomica, la scongiurarono: e da quella paura nacque il “telefono rosso”, che non era un telefono (bensì un telex) e non era rosso, ma permetteva di perdere meno tempo a comunicare nelle situazioni drammatiche.
Il clima migliorò durante i summit degli anni Settanta fra Breznev e Nixon, ma anche lì fu sfiorata la tragedia: durante un vertice a Camp David, la residenza di campagna dei presidenti americani, il leader sovietico, grande appassionato di automobili, ricevette in dono una Lincoln Continental e volle subito mettersi al volante del lussuoso macchinone. Nixon sedette al suo fianco, Breznev partì a tutto gas e gli uomini del servizio segreto si misero all’inseguimento. Il capo del Cremlino guidava in modo troppo spericolato: un paio di volte rischiò di andare fuori strada. Cosa sarebbe successo se Breznev fosse morto in un incidente d’auto? O se fosse morto Nixon? O entrambi? Mezzo secolo più tardi scappa da ridere, ma allora lo scampato pericolo sembrò un miracolo.
Gli anni Ottanta ci hanno lasciato il ricordo dei vertici fra Reagan e Gorbaciov: un paio li seguii anch’io per “Repubblica”. Il primo si svolse a Ginevra, nella fase in cui Reagan chiamava l’Urss “l’impero del male”. Ma alla fine del summit, quando i due leader rimasero soli (più gli interpreti) davanti a un caminetto, fra l’ex-attore di Hollywood e l’uomo che di lì a poco avrebbe lanciato le riforme diventate note con il nome di perestrojka si sciolse il gelo. “Doveriai, no proveriai”, gli disse Reagan, in russo, facendo sorridere Gorbaciov: fidarsi, ma verificare. Un proverbio russo che Trump avrebbe fatto bene a studiare, prima di credere così ciecamente a Putin, molti anni dopo. Ma Trump non è stato l’unico presidente americano a fidarsi dell’odierno leader russo. Al loro primo summit, nel 2001, George W. Bush affermò: “Ho guardato dentro gli occhi di Putin e ho visto la sua anima”. Era il primo Putin, quello che pochi mesi più tardi espresse solidarietà all’America per l’attacco terroristico dell’11 settembre. Passò qualche tempo e anche Bush dovette ricredersi: l’anima che aveva visto negli occhi di Putin era nera.