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Noi giovani che non ci rassegniamo

Pubblichiamo un estratto dell’intervento di Emma Ruzzon, presidente del Consiglio degli studenti, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova

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Provate a fare questo esercizio. Guardate il mio compagno di corso, che deve tornare dai suoi perché non può permettersi una stanza. Ha lavorato senza contratto, finché non l’hanno lasciato a casa. Guardate Marta, che mentre butta la pasta chiede alla sua coinquilina se ha visto l’ultimo intervento di Trump sull’invasione della Groenlandia, le ultime notizie sulla guerra, i video del disastro di Valencia. Guardate Alice, chiusa in stanza ogni pomeriggio, non riesce nemmeno a mangiare. Evita tutti: basta un “come va con l’esame?” per farla crollare. Guardate Karem, che non riesce a iscriversi all’Erasmus come me perché è italiano, ma non per lo Stato.

Chiedetevi cosa sentireste, se un giorno voleste prestare l’orecchio a capire le nostre vite. Domandatevelo senza ipocrisie e paternalismi: chiedetevelo voi perché noi lo sappiamo, è la nostra quotidianità.

Le mura dell’università devono custodire il confronto, non delimitare un privilegio modellato sul mercato del lavoro. Falliscono il…

Provate a fare questo esercizio. Guardate il mio compagno di corso, che deve tornare dai suoi perché non può permettersi una stanza. Ha lavorato senza contratto, finché non l’hanno lasciato a casa. Guardate Marta, che mentre butta la pasta chiede alla sua coinquilina se ha visto l’ultimo intervento di Trump sull’invasione della Groenlandia, le ultime notizie sulla guerra, i video del disastro di Valencia. Guardate Alice, chiusa in stanza ogni pomeriggio, non riesce nemmeno a mangiare. Evita tutti: basta un “come va con l’esame?” per farla crollare. Guardate Karem, che non riesce a iscriversi all’Erasmus come me perché è italiano, ma non per lo Stato.

Chiedetevi cosa sentireste, se un giorno voleste prestare l’orecchio a capire le nostre vite. Domandatevelo senza ipocrisie e paternalismi: chiedetevelo voi perché noi lo sappiamo, è la nostra quotidianità.

Le mura dell’università devono custodire il confronto, non delimitare un privilegio modellato sul mercato del lavoro. Falliscono il loro compito se si lascia che diventino ostacolo alla vista per ciò che avviene al di fuori. Non vanno rese catene che ci impediscono di rivederci nelle nostre fragilità: si contrastino con forza i tentativi di inaridire il senso di questo luogo e chi continua a volere una corsa all’eccellenza dove fermarsi non è mai permesso e l’indifferenza è normalità, anche quando qualcuno accanto a noi sta male, anche davanti alle ingiustizie.

L’università è chiamata a comprendere le proprie responsabilità: le scelte scellerate di chi ora ci governa devono incontrare un argine che impedisca loro di compromettere quella che sappiamo essere un’idea condivisa: la libertà attraverso il sapere. Ci aspettiamo che l’università tenga vivo quell’ardore che l’ha storicamente distinta, contrastando i tentativi di limitare la libertà di insegnamento e di indebolire l’università stessa, così come ci aspettiamo che si esprima di fronte a questo nuovo slancio che vorrebbe il controllo di docenti, studenti e lavoratori.

Il sapere non può essere un privilegio: il nostro ateneo può decidere di riconoscerlo e fare una scelta, quella di sostenere i suoi studenti, ricercatori, dottorandi e lavoratori precari. Quasi mezzo miliardo di tagli accompagna il ddl Bernini, che rende la precarietà ancora più strutturale e crea un sistema frammentato che aumenta le disuguaglianze anche tra chi di fatto svolge lo stesso lavoro.

Sappiate che anche se poco a poco, qui dentro, ci sembra di diventare sempre di più sterili numeri, non siamo invisibili e intendiamo rimanere tutt’altro che indifferenti. È uno sguardo curioso, il nostro, desideroso di conoscere e capire; ma è anche uno sguardo spaventato, e soprattutto stanco di rimanere nascosto in attesa di una legittimazione che sembra non arrivare mai.

I nostri occhi sono su di voi, classe politica, governo. Lo vediamo che sperate di trovarci impreparati nel cogliere ciò su cui ci ha messo in guardia anche il presidente Mattarella: nuove sfere di influenza, guidate da oligarchi di diversa estrazione, che sfidano le sovranità democratiche nella fame di gestire il bene comune in maniera monopolistica.

Vi chiediamo uno sforzo: immaginate cosa prova un ragazzo di 14 anni colpito da un manganello mentre manifesta per la pace, di figurarvi cosa può pensare un giovane che sta studiando per diventare giornalista nello scoprire che il proprio Paese potrebbe star spiando direttori di testate attraverso i suoi servizi segreti. Immaginate, anzi, provate sulla vostra pelle la paura nel cuore di una persona trans nel vedere erette ad esempio figure come Trump che giorno per giorno restringono e annientano quei diritti conquistati a fatica.

Presidente Meloni, in che Paese vivete esattamente quando parlate di essere sulla strada giusta? Di che orgoglio vi fregiate mentre espatriate torturatori come Almasri con voli di Stato? Che Italia costruite vantandovi di un’occupazione femminile precaria e bloccando l’educazione al consenso mentre fingete rammarico per i femminicidi? A chi vi rivolgete quando frammentate il Paese con l’autonomia differenziata e chiamate sicurezza ciò che è ghettizzazione? In che Italia vivete, vi domandiamo, perché quella che viviamo noi evidentemente è diversa.

Le istituzioni e la comunità accademica tengano fede alla missione culturale, sociale e storica cui siamo chiamati. A noi giovani e studenti chiedo di non sentirci soli, perché non lo siamo. Possiamo prestare il fianco a chi ci vuole divisi oppure possiamo evitare di sprecare gli strumenti di partecipazione democratica di cui siamo in possesso. Primi fra tutti, il voto per i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza in primavera.

La storia che studiamo ci ricorda che quest’anno ricorrono otto decenni dalla liberazione dal nazifascismo. Ma anche oggi è storia, e sta a noi decidere come vogliamo venga ricordata. C’è chi ci taccia di sensazionalismo, di infantilismo addirittura, quando esprimiamo timore dinanzi ai semi di guerra e di odio che vediamo in tutto il mondo, come in Italia. E invece sappiamo, proprio per gli strumenti che la nostra storia ci ha affidato, che il fascismo non è stato solo quello dell’olio di ricino e delle leggi razziali.

Sdraiati, cinici, pigri, fragili, senza prospettive. Ce lo sentiamo ripetere così spesso che forse abbiamo iniziato a crederci: non arrendiamoci a definizioni assegnateci da altri. So che possiamo farlo, perché vedo l’indignazione negli occhi di chi mi circonda, prima ancora della paura. Piuttosto, possiamo partire da quanto, decenni fa, era stato indicato ad altri come noi: istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci.

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