Qualche giorno fa, in un dibattito televisivo, la professoressa Loredana Perla,, pedagogista e consulente per le Nuove indicazioni nazionali, ha detto che uno dei motivi di crisi della scuola di oggi risiederebbe nelle riforme degli anni Settanta che mettendo mano alla didattica avrebbero alleggerito troppo la mole delle cose da studiare. Prendiamo, ha detto, le Dieci tesi per l’educazione linguistica e democratica di Tullio De Mauro che “hanno buttato dalla finestra le grammatiche”.
Non è la prima volta che per spiegare le difficoltà della scuola si accusa il Sessantotto, lo si è fatto almeno dall’anno successivo, dal 1969. Una variante recente di questa lamentatio però è quella che se la prende con Tullio De Mauro visto come il primo responsabile di quella ignoranza grammaticale che riguarderebbe tutti i ragazzini in età scolare.
Le Dieci tesi vengono pubblicate nell’aprile del 1975 dal Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), risentono senza dub…
Qualche giorno fa, in un dibattito televisivo, la professoressa Loredana Perla,, pedagogista e consulente per le Nuove indicazioni nazionali, ha detto che uno dei motivi di crisi della scuola di oggi risiederebbe nelle riforme degli anni Settanta che mettendo mano alla didattica avrebbero alleggerito troppo la mole delle cose da studiare. Prendiamo, ha detto, le Dieci tesi per l’educazione linguistica e democratica di Tullio De Mauro che “hanno buttato dalla finestra le grammatiche”.
Non è la prima volta che per spiegare le difficoltà della scuola si accusa il Sessantotto, lo si è fatto almeno dall’anno successivo, dal 1969. Una variante recente di questa lamentatio però è quella che se la prende con Tullio De Mauro visto come il primo responsabile di quella ignoranza grammaticale che riguarderebbe tutti i ragazzini in età scolare.
Le Dieci tesi vengono pubblicate nell’aprile del 1975 dal Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), risentono senza dubbio del clima post Lettera a una professoressa (1967) ma attingono a una lunga ricerca che viene a maturazione nel decennio precedente e che vede lo studio e l’insegnamento della lingua come qualcosa che debba avere una pratica utilità: far possedere a tutti e a tutte i suoi fondamenti.
Che cosa dicono le Tesi? Dicono che il linguaggio verbale è fondamentale nello sviluppo delle capacità cognitive di ciascuno ma queste capacità messe in moto dal linguaggio dipendono da fattori diversi (luogo di nascita e famiglia di provenienza). Se la competenza linguistica può essere in qualche modo misurata le competenze cognitive non sono quantificabili attraverso le verifiche tradizionali (imparare a memoria una poesia, scrivere un tema). Per questo occorre ripensare la pedagogia linguistica tradizionale che in questo senso ha fallito.
Che fare dunque? Occorre ripensare, fra le altre cose, l’insegnamento tradizionale della grammatica attraverso una riflessione metalinguistica che non significa insegnare lo strutturalismo ai bambini della primaria quanto farli ragionare, da parlanti, su come dicono quello che dicono. Dunque in nessun modo c’è scritto che lo studio della grammatica va abolito, bensì ripensato affinché sia più efficace.
Ora qualcuno potrebbe pensare che da quel fatidico 1975 frotte di insegnanti si siano messi in discussione e abbiano rivisto radicalmente il proprio modo di insegnare la grammatica e così l’editoria scolastica e così i ministri e i ministeri e giù a fare dappertutto la rivoluzione auspicata da De Mauro e soci. E invece? Invece quello che è avvenuto poi è che le Tesi sono entrate a far parte della cultura didattica di una ristretta minoranza di insegnanti e non sono diventate mai, dico mai, la regola, che invece rimane la stessa di quella educazione linguistica tradizionale già stigmatizzata 50 anni fa.
Sarebbe bello se quest’anno in occasione dell’anniversario delle Tesi del 1975 il dibattito sulla lingua e il suo insegnamento occupasse le pagine dei quotidiani e i dibattiti televisivi, un po’ come era accaduto nei primi anni Sessanta quando l’emigrazione e la riforma delle scuole medie avevano posto agli insegnanti della repubblica per la prima volta la domanda: come insegnare bene l’italiano a tutti questi bambini di provenienze diverse e di diversa origine familiare?