✕

A Sanremo la fragilità del maschio

Il vincitore Olly con Lucio Corsi, secondo classificato

 

Ascolta l'audio

Sono tutti uomini, sì, ma nessuno di loro parla la lingua della virilità tossica. Nessuno usa un linguaggio sessista o violento
2 minuti di lettura

Olly, Lucio Corsi, Brunori Sas, Fedez, Cristicchi:i primi cinque classificati a Sanremo 2025 sono uomini. Tutti. Come se le donne fossero scomparse, di nuovo invisibili, o comunque irrilevanti. E anche se le loro età variano — generazione X, Z, Millennial — il dato di fatto resta: sono tutti, inesorabilmente, maschi. Ma sono uomini che sono arrivati sul palco dell’Ariston con testi autentici, che raccontano difficoltà vere, fragilità vere. C’è chi, come Olly, parla di un ragazzo che rimpiange un amore ormai dissolto; Lucio Corsi racconta di qualcuno che non è mai stato un duro; Brunori canta la paternità inattesa.

Sono tutti uomini, sì, ma nessuno di loro parla la lingua della virilità tossica. Nessuno usa un linguaggio sessista o violento. Nessuno canta di donne da conquistare, possedere, punire o persino ammazzare se provano a riprendersi in mano la propria vita. Nessuno di loro (era ora!) incarna il patriarcato. Poi, certo, non so come si comportino a casa loro né cosa pensino del…

Olly, Lucio Corsi, Brunori Sas, Fedez, Cristicchi:i primi cinque classificati a Sanremo 2025 sono uomini. Tutti. Come se le donne fossero scomparse, di nuovo invisibili, o comunque irrilevanti. E anche se le loro età variano — generazione X, Z, Millennial — il dato di fatto resta: sono tutti, inesorabilmente, maschi. Ma sono uomini che sono arrivati sul palco dell’Ariston con testi autentici, che raccontano difficoltà vere, fragilità vere. C’è chi, come Olly, parla di un ragazzo che rimpiange un amore ormai dissolto; Lucio Corsi racconta di qualcuno che non è mai stato un duro; Brunori canta la paternità inattesa.

Sono tutti uomini, sì, ma nessuno di loro parla la lingua della virilità tossica. Nessuno usa un linguaggio sessista o violento. Nessuno canta di donne da conquistare, possedere, punire o persino ammazzare se provano a riprendersi in mano la propria vita. Nessuno di loro (era ora!) incarna il patriarcato. Poi, certo, non so come si comportino a casa loro né cosa pensino delle relazioni, della cura, della “to do list” o della Gpa. Non lo so, e oggi, francamente, il punto non è questo (anche se io, personalmente, pretendo coerenza tra il messaggio pubblico e il comportamento privato, e considero discutibile ogni approccio che separa nettamente un artista dalla sua produzione). Il punto, oggi, è ciò che Olly, Lucio Corsi e Brunori Sas (per concentrarci sui primi tre classificati) hanno cantato: le parole e la musica che milioni di italiane e italiani hanno ascoltato e votato. Perché Sanremo — al di là della retorica del ritornello “tutta l’Italia” — è anche, e forse soprattutto, uno specchio fedele del paese. Ogni febbraio ci racconta chi siamo. E se quest’anno le canzoni più votate sono state quelle di uomini che raccontano la mascolinità in modo nuovo, lontano mille miglia dall’immagine (insopportabile) del maschio alfa che ancora imperversa nei romanzi, nei film, nelle serie, nella musica rap o trap — alimentando l’immaginario collettivo — allora, forse, qualcosa sta cambiando davvero.

Sanremo, Olly: "Scioccato per la vittoria e i complimenti di Vasco. Mi viene 'la faccia da para'"

O mi illudo? Ma illusioni a parte, resta un fatto concreto: quelle parole, quelle canzoni, che sentiremo risuonare per settimane, mesi, forse anni. Parole che dicono che “sta vita non è vita senza di te” senza che nessuno uccida o si uccida per amore. Poi, certo, a Olly torna in mente lei che canta mentre cucina, e verrebbe da chiedergli perché non fosse lui ai fornelli — ma ci stai, non si può avere tutto. E poi c’è Lucio Corsi, che racconta la storia (sua o di altri, non importa) di un ragazzo che non è nato con la faccia da duro e che, se fa a botte, le prende. E viene da dirgli “grazie”, semplicemente grazie, per tutti quei ragazzi che si sono sentiti sbagliati perché qualcuno ha detto loro che non erano abbastanza virili o abbastanza fighi o abbastanza forti (“questo non è da maschio”, “questo lo fa una femminuccia”… e via con la solita tiritera su cosa un uomo deve o non deve essere). E poi c’è L’albero delle noci: un padre che ha paura di far male a sua figlia, e vuole cantarle solo l’amore, quei puntini tra la bocca e la verità. E la verità è che, per secoli, i padri non ci hanno proprio pensato alla paura di far male: sono andati dritti, con un cuore di cui non hanno mai misurato le dimensioni.

Mentre sullo sfondo continuano le polemiche sul linguaggio machista nel rap e nella trap, a Sanremo abbiamo visto altri uomini. O meglio: altri racconti di uomini. Parole che scardinano gli stereotipi del patriarcato in un’epoca in cui la virilità tossica è ancora ovunque. In cui le donne vengono ammazzate. In cui le persone omosessuali e trans restano emarginate, insultate. Parole che mettono in scena tutta la fragilità della condizione umana – una fragilità che appartiene a tutti, indipendentemente dal sesso, dal genere e dall’orientamento sessuale. Parole che danno una speranza. Anzi: sono una speranza. Segnale concreto di un cambiamento? Forse. O almeno di una presa di coscienza. E questo conta. Perché sono queste le parole che hanno trionfato a Sanremo 2025, davanti a oltre 13 milioni di telespettatrici e telespettatori.

Leggi i commenti