A meno di un mese dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Europa si accorge di essere sotto attacco. Anzi, di più. In pochi giorni cancellerie e istituzioni si sono rese conto che la partita è senza precedenti: l’Unione è vittima di un’aggressione concentrica su più livelli. Politico, economico, culturale e potenzialmente militare. Una sfida che questa volta arriva dal cuore dell’Occidente, dal capobranco che per 80 anni ne è stato il faro: l’America. Nelle prime settimane del Trump II, l’Europa ha scelto la prudenza, sperando che il temuto tsunami transatlantico si rivelasse un’onda navigabile. Ma dopo che alla Conferenza di Monaco il vicepresidente J.D. Vance ha bastonato i valori europei, si è lanciato in una ingerenza senza precedenti nella politica interna del principale Paese Ue chiedendo a Friedrich Merz di governare con i neonazisti della Afd dopo le elezioni di domenica prossima e infine con l’esclusione del continente dai colloqui sull’Ucraina, l’Unione ha capito: qu…
A meno di un mese dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Europa si accorge di essere sotto attacco. Anzi, di più. In pochi giorni cancellerie e istituzioni si sono rese conto che la partita è senza precedenti: l’Unione è vittima di un’aggressione concentrica su più livelli. Politico, economico, culturale e potenzialmente militare. Una sfida che questa volta arriva dal cuore dell’Occidente, dal capobranco che per 80 anni ne è stato il faro: l’America. Nelle prime settimane del Trump II, l’Europa ha scelto la prudenza, sperando che il temuto tsunami transatlantico si rivelasse un’onda navigabile. Ma dopo che alla Conferenza di Monaco il vicepresidente J.D. Vance ha bastonato i valori europei, si è lanciato in una ingerenza senza precedenti nella politica interna del principale Paese Ue chiedendo a Friedrich Merz di governare con i neonazisti della Afd dopo le elezioni di domenica prossima e infine con l’esclusione del continente dai colloqui sull’Ucraina, l’Unione ha capito: questa volta la sfida è esistenziale.
Ne va della sua sopravvivenza. Nei momenti di grande crisi, i vertici convocati dall’Eliseo — il palazzo più europeista d’Europa — sono ormai il leitmotiv della riscossa. Numerosi e drammatici durante la crisi del debito greco a cavallo del 2010, cruciali (sebbene virtuali) per rispondere alla depressione economica causata dal Covid nel 2020. Ma stavolta per uscire dalle sabbie mobili non basta convincere Berlino ad adottare uno scudo anti spread o a lanciare gli eurobond: ora la partita è a tutto campo e si gioca contro i tre grandi predatori del pianeta: Trump, Putin e Xi.
Dalla capitale francese spinti da Macron oggi i leader diranno a Washington che nessuna pace in Ucraina potrà essere accettata senza coinvolgere l’Europa, la cui sicurezza sarebbe gravemente minacciata da un accordo favorevole a Putin. Chiederanno di essere ammessi al tavolo, offriranno una forza di pace come chip di ingresso e, se riusciranno a mettersi d’accordo, nomineranno un “inviato europeo” di alto profilo per restarci e giocare le nostre carte al meglio. Ma a ben guardare, la sorte di Kiev, per quanto cruciale e moralmente struggente per noi europei, è solo la punta dell’iceberg di quanto sta accadendo.
«L’Unione oggi è l’unico ostacolo alle mire imperialiste di Trump», spiega un alto esponente delle istituzioni europee. Potremmo aggiungere: e di Elon Musk. In effetti, mettendo in fila quanto accaduto dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald, non sembra un’esagerazione. I dazi contro l’Europa, per colpirla economicamente e — nei sogni Maga — per spaccarla politicamente costringendo i singoli governi a bussare alla Casa Bianca per ottenere un trattamento di favore. Le sparate di Musk e Vance, secondo i quali in Europa «la libertà di parola è a rischio» puntando a spazzare il Digital Service Act, le regole con cui la Ue — la sola al mondo ad averlo fatto — cerca di contenere Big Tech. Con una evidente avversione anche contro l’ovvia spinta a far pagare le tasse ai giganti del web in Europa, a regolare l’intelligenza artificiale e contro l’Antitrust europeo, all’avanguardia nel contrastare monopoli e abusi di posizione dominante digitali. Nel linguaggio di Trump tutto questo si traduce in: «L’Europa ci tratta male». E per questo va attaccata.
Macron fa il verso a Trump: "Qui nessun Drill, baby, drill. Solo Plug, baby, plug"
Non a caso la Casa Bianca ora vuole lasciare l’Unione sola nella gestione dell’eventuale tregua sul terreno e poi nella ricostruzione politica e materiale dell’Ucraina — martoriata nell’anima e nel corpo da tre anni di feroce guerra putiniana — senza permettere ai leader europei e a Zelensky di negoziare una pace accettabile e gestibile a lungo termine. Per di più minacciando di ritirare le truppe Usa dal Continente, scoprendone il fianco est di fronte alle mire di Putin. Questo è il colpo geopolitico alla Ue. Che ora deve reagire. Oggi a Parigi, trovando la chiave d’accesso ai negoziati di pace. Domani riformandosi per sopravvivere alle sfide. Centrale quella dell’adesione di Kiev alla Ue, passaggio che nessuno mette più in discussione. Ma senza rinnovare profondamente l’Europa, senza un rafforzamento politico e decisionale delle sue istituzioni, la gestione in solitaria dell’Ucraina e la sua integrazione nella Ue sarebbe un peso capace di affondare Bruxelles, disintegrando l’Europa. Ma per farlo servono leader con una chiara visione del futuro. Che oggi a Parigi restino uniti, lasciando da parte gelosie e interessi nazionali di breve respiro magari dettati dalla speranza di intercettare i favori di Trump. E senza scordare che agli attacchi economici e geopolitici, ci sono quelli politici: nel nome di un fantomatico Mega (“Make Europe Great Again”), Musk pompa via social Afd, Vox, Le Pen e gli altri sovranisti amici di Meloni e Salvini. La vera bomba a orologeria per far saltare l’Europa dal suo interno evitando che si riformi e rilanci nel momento di maggiore difficoltà. E avere così a che fare non più con un blocco da 500 milioni di cittadini, ma con 27 stati solitari e malleabili. Questo significa il Make Europe Great Again. A questo devono reagire i leader già oggi all’Eliseo.