Nel negoziato Usa-Russia sull’Ucraina che si è aperto a Riad l’amministrazione Trump si trova di fronte alle due condizioni fondamentali poste da Mosca per raggiungere un’intesa: l’accordo dovrà essere “definitivo sui confini fra i due Paesi” e “non dovranno esserci truppe appartenenti a Nato o Ue sul territorio di Kiev”.
Questo emerge da una serie di segnali e conversazioni diplomatiche avvenute in Europa in coincidenza con l’incontro di Riad, ripetendo un modello di comunicazione che ripropone quanto avveniva ai tempi della Guerra fredda, quando Mosca faceva filtrare le proprie posizioni fondamentali in coincidenza con i summit e i negoziati sul disarmo più importanti al fine di far conoscere agli interlocutori quali erano i veri limiti della trattativa. Le linee rosse che non potevano essere superate.
E nel caso dell’Ucraina si tratta di condizioni che lasciano intendere cosa ha in mente il Cremlino per il dopoguerra quando apre all’iniziativa del presidente Trump per raggiungere …
Nel negoziato Usa-Russia sull’Ucraina che si è aperto a Riad l’amministrazione Trump si trova di fronte alle due condizioni fondamentali poste da Mosca per raggiungere un’intesa: l’accordo dovrà essere “definitivo sui confini fra i due Paesi” e “non dovranno esserci truppe appartenenti a Nato o Ue sul territorio di Kiev”.
Questo emerge da una serie di segnali e conversazioni diplomatiche avvenute in Europa in coincidenza con l’incontro di Riad, ripetendo un modello di comunicazione che ripropone quanto avveniva ai tempi della Guerra fredda, quando Mosca faceva filtrare le proprie posizioni fondamentali in coincidenza con i summit e i negoziati sul disarmo più importanti al fine di far conoscere agli interlocutori quali erano i veri limiti della trattativa. Le linee rosse che non potevano essere superate.
E nel caso dell’Ucraina si tratta di condizioni che lasciano intendere cosa ha in mente il Cremlino per il dopoguerra quando apre all’iniziativa del presidente Trump per raggiungere la fine del conflitto entro Pasqua.
Parlare di “accordo definitivo” significa infatti escludere ogni formula o declinazione del cessate il fuoco e, più in generale, di una interruzione temporanea delle ostilità. Ad esempio il precedente del cessate il fuoco fra le Coree lungo il 38° parallelo, raggiunto nel 1953, e che ancora oggi separa la penisola.
L’idea di congelare il conflitto ucraino lungo il fronte dei combattimenti, lungo circa mille chilometri, è più volte circolata negli ultimi mesi in ambienti Nato fino all’ipotesi di accompagnarla allo schieramento lungo gli opposti fronti di contingenti internazionali a suggello dell’intesa.
Per questo il presidente francese Macron e il leader britannico Starmer, in coincidenza dell’incontro fra partner europei all’Eliseo, hanno apertamente parlato di invio di truppe, facendo circolare in maniera informale anche l’ipotesi di un contingente di 30-40mila militari schierato “non a ridosso” del fronte e sostenuto da logistica e intelligence degli Stati Uniti.
Ma Mosca fa sapere di essere “assolutamente contraria” a questo scenario per motivi convergenti. Primo: significherebbe non porre fine alla guerra, consentire ipoteticamente al conflitto di riprendere e dunque creare una situazione di potenziale instabilità lungo i suoi confini.
Secondo: quando parla di “fine della guerra” il Cremlino pensa a un’Ucraina che non appartiene alla Nato, non possiede il nucleare militare e dunque è destinata a essere un vicino, anche se membro dell’Unione europea, da cui non provengono rischi militari di alcun tipo.
Ecco perché Mosca si oppone anche alla presenza di truppe di Paesi Nato dentro il territorio ucraino, in qualsiasi tipo di schieramento, mentre è aperta all’idea di “garanzie di sicurezza” che gli Stati Uniti o i loro alleati possono offrire al governo di Kiev.
Così come non potrebbe naturalmente obiettare all’aumento delle spese militari dei Paesi Ue nella Nato — richiesto da Trump e sostenuto dalla Polonia — in quanto si tratta di scelte sovrane. Tale non-opposizione significa però anche l’accettazione da parte di Mosca di un’Europa militarmente più consistente lungo i propri confini.
Tali linee rosse della posizione russa lasciano intendere che Mosca vuole conservare non solo il controllo delle province ucraine conquistate nel 2014 — Donbass e Crimea — ma anche di quelle frutto “dell’operazione militare speciale” iniziata il 24 febbraio di tre anni fa: le regioni di Kherson e Zaporizhzhia ovvero la striscia di territorio che unisce fra loro Donbass e Crimea e garantisce al Cremlino il controllo della costa del Mar Nero.
Si tratta, nel complesso, del 22 per cento del territorio ucraino e per il Cremlino conservarlo è una condizione-chiave perché riporta alla ragione fondamentale dell’attacco a Kiev: la necessità di tornare a essere una potenza rivierasca del Mar Nero perché ciò consente lo sbocco sul Mediterraneo e quindi sui mari del Sud.
Ma non è tutto perché Mosca ritiene che l’affaccio sul Mar Nero sia ancor più strategico e vitale in quanto sospetta che i Paesi scandinavi e baltici della Nato stiano tentando di creare un isolamento di fatto del porto di San Pietroburgo e dell’enclave di Kaliningrad.
Insomma Mosca vuole che la conclusione definitiva del conflitto ucraino sia tale da non rimettere più in discussione il controllo delle regioni ucraine che occupa e dunque la sua proiezione strategica sul Mar Nero.
È un approccio destinato a mettere in evidente difficoltà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e che può innescare disaccordi fra Usa e alleati ma contiene anche un’assicurazione che il Cremlino recapita all’Europa: l’attacco all’Ucraina non è l’inizio di una campagna militare più vasta contro i Paesi confinanti perché non c’è alcuna altra nazione europea o asiatica a cui la Russia è altrettanto legata.
Si tratta di un’impostazione negoziale che al momento appare lontana da quella degli europei e destinata a mettere a dura prova la volontà di Trump di raggiungere un’intesa. Ma spiega assai bene cosa intende il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, quando auspica una «bacchettata a Zelensky». E forse anche perché il presidente ucraino ha deciso di non recarsi a Riad.