Il mondo di X
di Ezio MauroL’ora X è già scattata, ma noi continuiamo a muoverci con il vecchio orologio che segna il tempo della democrazia, e pensiamo che questa stagione durerà per sempre. Invece tutto è consumato perché tutto è X intorno a noi, secondo il nuovo alfabeto scritto da Elon Musk per Donald Trump.
Non soltanto il social network di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, che lo ha battezzato come suo figlio e lo controlla come la vera agorà universale con 600 milioni di utenti attivi mensili, 456 mila tweet al minuto, cioè 656 milioni di tweet al giorno, una bomba atomica che ha fatto esplodere l’antico concetto di pubblica opinione in mille pezzi non più radunabili in un insieme.
Ma è X la nuova era aperta con la rielezione di Trump, che non inaugura un cambio di governo, ma molto di più: un cambio di regime. È X — il segno dell’incognita — questo momento di sospensione della storia, come se un sortilegio l’avesse bloccata impedendole di scorrere, cancellando il passato, ogni sua eredità,…
L’ora X è già scattata, ma noi continuiamo a muoverci con il vecchio orologio che segna il tempo della democrazia, e pensiamo che questa stagione durerà per sempre. Invece tutto è consumato perché tutto è X intorno a noi, secondo il nuovo alfabeto scritto da Elon Musk per Donald Trump.
Non soltanto il social network di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, che lo ha battezzato come suo figlio e lo controlla come la vera agorà universale con 600 milioni di utenti attivi mensili, 456 mila tweet al minuto, cioè 656 milioni di tweet al giorno, una bomba atomica che ha fatto esplodere l’antico concetto di pubblica opinione in mille pezzi non più radunabili in un insieme.
Ma è X la nuova era aperta con la rielezione di Trump, che non inaugura un cambio di governo, ma molto di più: un cambio di regime. È X — il segno dell’incognita — questo momento di sospensione della storia, come se un sortilegio l’avesse bloccata impedendole di scorrere, cancellando il passato, ogni sua eredità, qualunque successione, qualsiasi lascito, compresa la trasmissione della conoscenza, annullata dal fulgore geniale della nuova scienza tecnologica che annichilisce ogni altro sapere.
Perché il dominio universale di X si compia, occorre abolire ogni altra credenza, cancellare tutti i riti precedenti e annullare le liturgie che abbiamo seguito fin qui, per celebrare l’avvento dell’età dell’oro annunciata dal presidente americano. Fine delle alleanze, della tavola di valori condivisa, del canone occidentale, della cultura liberal-democratica, della comunità di destino formata da Europa e America.
Liberato il campo da questi retaggi, e bloccata la storia, può infine esplodere la geografia, senza più alcun riguardo per le vecchie misure del mondo, i confini, le alleanze, i criteri pacifici di coesistenza e di convivenza, gli organismi e le istituzioni sovranazionali di garanzia.
Come se dovesse sottrarsi all’influsso di un vecchio campo magnetico, con un solo passo laterale Trump si è liberato dei vincoli strategici, politici e morali costruiti dai suoi predecessori con i leader europei in questo lungo dopoguerra di pace.
La Nato è uno strumento del passato, la copertura americana alla sicurezza europea è scaduta, la Ue si paghi le sue tutele, se crede, e si inventi una nuova politica estera, perché non è più parte di un sistema difensivo atlantico, e ognuno deve pensare per sé, visto che gli Usa hanno già incominciato a farlo, e nessuno osa sollevare la questione capitale: l’articolo 5 del trattato atlantico, che obbliga l’alleanza a intervenire in difesa di un Paese membro attaccato, è ancora in vigore?
L’America che si isola diventa impero, recupera una logica coloniale, persegue soltanto i suoi interessi e per farlo disconosce i vecchi vincoli, gli impegni, le responsabilità. Tutto finito: tanto che giunti al punto X della storia si possono scambiare i nemici con gli amici, rovesciare le colpe, assolvere e punire non secondo giustizia ma secondo convenienza.
Si può insultare Zelensky, umiliandolo per svuotarlo di ogni autorità prima del negoziato, a cui parteciperà pronunciandosi su un accordo concepito, concordato e scritto dai due imperatori, per la feroce gioia di tutti coloro che anche in Italia hanno costantemente dileggiato il leader ucraino per aver insistito a difendere il suo Paese e i suoi diritti bombardati.
Si può promuovere Putin, mondandolo da ogni peccato, con un giudizio da agrimensore: «Mosca ha le carte in regola, ha conquistato molto territorio». “Conquistato”, non “occupato”, o “invaso”. Il linguaggio deve emendarsi, per raccontare il mondo X: e annunciare che il “territorio” crea il diritto.
Di fronte alla rapidità di questo processo, e alla profondità del suo sconvolgimento rivoluzionario, noi reagiamo passivamente, come se fossimo spettatori increduli ma soggiogati e il presidente americano un performer capace di stupirci e di stordirci con i suoi fuochi d’artificio che bruciano e scoppiano, ma poi si risolvono in cenere. In realtà siamo direttamente coinvolti, destinatari senza scampo delle nuove politiche che vogliono inaugurare l’epoca della sovranità autoritaria.
Abbiamo vissuto per ottant’anni nella democrazia, introiettando il suo codice, adottando il suo criterio per distinguere il bene dal male, facendone quasi una nostra seconda natura: e oggi che è minacciata nel suo equilibrio da un potere che vuole farsi assoluto, non siamo in grado di organizzare una difesa del sistema e della cultura liberal-democratica, che è la difesa della nostra libertà responsabile.
Non siamo nemmeno in condizione di difendere noi stessi. Se Putin viene autorizzato dall’impero concorrente a “conquistare” i territori di Stati sovrani secondo il suo disegno, sostituendo il diritto con l’abuso della forza, noi europei come garantiremo la nostra sicurezza nel momento in cui Trump chiude l’ombrello atlantico sul vecchio continente?
Chi ha mascherato fino a ieri il suo disprezzo per la democrazia con la nobiltà della parola “pace” declinata secondo il sopruso e modellata sull’abuso, invece di pretendere il ristabilimento del diritto violato dall’invasore, avrebbe il dovere di rispondere.
La domanda è imbarazzante per Giorgia Meloni che ha scelto in questi tre anni una prassi atlantista allineata con Biden in difesa dell’Ucraina, mentre elaborava una teoria politica nazionalista e una cultura sovranista di destra radicale che l’hanno via via portata in quel punto X di neutralizzazione della storia, di insofferenza per lo Stato di diritto, di verticalizzazione del potere (il premierato) dove Trump sta oggi arrivando.
Ora, la crisi ucraina dopo l’avvento di Trump si fa drammatica, con Kiev impegnata su due fronti. Bisognerà sciogliere al più presto le nostre contraddizioni, e distinguere il bianco dal nero, perché con la radicalizzazione assoluta della politica americana non c’è più spazio per il grigio: Meloni dove porterà l’Italia? Come risponderà all’improvviso deficit di sicurezza?
Ma la domanda è ancor più imbarazzante per i Cinque Stelle, con Conte che di fronte agli insulti a Zelensky e agli elogi del “conquistatore” Putin ritrova il vecchio feeling con Salvini e annuncia che «Trump ha ragione».
La verità è che per una scelta di sudditanza e per un’eterna costrizione ideologica una parte rilevante della classe politica italiana è incapace di dire “difendiamoci”. Ma è pronta ad applaudire Trump quando dice a noi europei: “Arrendetevi”.