Vi ricordate il gesto di Musk, peraltro ripetuto da Bannon alla convention dei trumpiani: il braccio teso, il saluto romano? Fiumi di inchiostro — si fa per dire: oggi è questione di bit — sono stati versati per dire che era fascista, che non lo era, che era minaccioso, no che era affettuoso, fino all’iperbole opposta: macché fascista, il gesto di Musk era chiaramente, risolutamente, impeccabilmente antifascista.
E lo era perché il fascismo è storia, passato, terra, tradizione, mentre il gesto di Musk è senza passato, senza storia, senza tradizione. E pure discretamente lontano dalla terra, persino dal pianeta Terra. Un gesto rivoluzionario, avveniristico, futuristico (ops! Temo che mi rientri dalla finestra una parentela che stavo cacciando dalla porta: urge messa a punto).
Così, mentre i vecchi intellettuali liberali, progressisti, storicisti, umanisti, si raccolgono spaventati a difesa di categorie superate, logore, stantìe, Musk traccia con il suo gesto le linee di un campo…
Vi ricordate il gesto di Musk, peraltro ripetuto da Bannon alla convention dei trumpiani: il braccio teso, il saluto romano? Fiumi di inchiostro — si fa per dire: oggi è questione di bit — sono stati versati per dire che era fascista, che non lo era, che era minaccioso, no che era affettuoso, fino all’iperbole opposta: macché fascista, il gesto di Musk era chiaramente, risolutamente, impeccabilmente antifascista.
E lo era perché il fascismo è storia, passato, terra, tradizione, mentre il gesto di Musk è senza passato, senza storia, senza tradizione. E pure discretamente lontano dalla terra, persino dal pianeta Terra. Un gesto rivoluzionario, avveniristico, futuristico (ops! Temo che mi rientri dalla finestra una parentela che stavo cacciando dalla porta: urge messa a punto).
Così, mentre i vecchi intellettuali liberali, progressisti, storicisti, umanisti, si raccolgono spaventati a difesa di categorie superate, logore, stantìe, Musk traccia con il suo gesto le linee di un campo totalmente nuovo, inesplorato, vergine. Di una partita dalle regole ancora sconosciute, di un’avventura e di un mondo mai visto prima.
Musk, o dell’intelligenza artificiale. Musk, le auto elettriche e quelle senza pilota. Musk e l’esplorazione spaziale. Musk, la rete e i satelliti. Musk, Neuralink e i chip nel cervello. Tutte sfide inedite, tutte invenzioni esaltanti. Per cui, diciamocelo: imbrigliare il gesto di Musk dentro il Novecento è guardare il dito mentre l’imprenditore visionario indica la Luna. Anzi: indica Marte.
Indica tutto, meno quello che si riferisce ancora alla vecchia forma dell’uomo alla quale siamo abituati, al vecchio mondo come lo conosciamo, all’immaginario come ce lo siamo costruiti finora, alla politica e al potere come si è organizzato fin qui.
Era solo un mese fa (il 20 gennaio). Musk lanciava il suo cuore a un pubblico in delirio, e i miopi intellettuali europei, prigionieri dei fantasmi del passato, lo scambiavano per il simbolo di una destra fascista che non esiste più.
Un mese fa, dicevo. Dopo d’allora Musk ha twittato e ritwittato centinaia di volte. Non si ferma mai, Musk, e pure questa è una sfida. Stargli dietro — star dietro a lui, al suo staff, ai suoi soldi, al dipartimento dell’Amministrazione che guida e alle aziende che possiede — è un’impresa.
A ogni modo, la sua timeline di queste giornate tumultuose contiene, un po’ alla rinfusa: un bel mucchio di riferimenti alle mirabolanti nuove frontiere della tecnologia, nei campi più disparati ma soprattutto nel campo dell’IA, dove si dimostra che la sua Grok è più avanti di OpenAI dell’odiato Sam Altman; qualche riferimento sparso a cinema e fantascienza; automobili Tesla che sfrecciano in modi vari e diversi.
Ma poi anche: la bieca strategia democrat per importare migranti e cioè voti; i primi golosi appetiti, suoi e di Trump, sull’oro di Fort Knox; Trump che firma ordini esecutivi a manetta e, sia chiaro, opporsi ai suoi decreti porta dritti al licenziamento perché sono le regole del gioco, bellezza; la bandiera a stelle e strisce, lui che impugna una spada da samurai e le parole: “difenderò gli Usa fino all’ultima goccia di sangue” (evidentemente, pur compiendo gesti che promettono libertà dai corpi e lanciano il cuore nello spazio senza fine, questa mitologia del sangue gli frulla chissà come in testa); sempre a proposito di patria e difesa della patria, il post di sostegno all’estrema destra nella sfida “esistenziale” delle elezioni tedesche, perché solo Afd può salvare la Germania dall’immigrazione incontrollata; il medaglione laccato oro del Doge, il dipartimento per i tagli alle spese federali, con patriottica bandiera a far da sfondo, e tutti i quattrini che farà risparmiare agli americani affamando lo Stato; un po’ di foto con il presidente Trump, e complimentoni reciproci; un po’ di foto e dichiarazioni del vice Vance che bastona l’Europa; il benservito di Trump a Zelensky, Sergei Lavrov che scende dalla scaletta dell’aereo, a Riad, per incontrare l’amico americano (con tanto di bacchettate a quel birbante del presidente ucraino) e Musk che infine commenta: è così che si presenta una leadership autorevole.
Così come, di grazia? Come un consigliere sovietico all’Onu del secolo scorso, che ricopre da vent’anni la carica di ministro degli Esteri di una potenza continentale desiderosa di vedersi riconosciute, proprio come in passato, le proprie aree di influenza, Ucraina compresa?
Che c’entra Lavrov con l’intelligenza artificiale, con l’avveniristico avvenire incarnato da Musk, con gli alieni, la vita nell’universo e la civilizzazione multiplanetaria prossima ventura?
Non è fascismo, d’accordo, perché Musk è invece l’imminenza del futuro nelle nostre vite. Ma la politica di potenza c’è tutta, il deterioramento di qualunque quadro giuridico internazionalistico anche, e non trascurerei nemmeno la drammatica caduta dei valori di indipendenza, imparzialità e neutralità delle burocrazie statali.
Non è fascismo, va bene: dategli però, al più presto, un nome. Perché non possiamo farci dire dal vicepresidente Vance che è invece difesa della democrazia e luminoso trionfo della libertà: al danno, ed è già un gran bel danno, si aggiungerebbe la beffa.