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La nuova America e i tempi bui dell’Occidente

Parigi, Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron 

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Questa può essere l’ora dell’Europa. Le forze ostili all’Ue sono una minoranza tutt’altro che silenziosa. I suoi sostenitori sono in grande maggioranza ma faticano a farsi sentire. Stringiamoci attorno al comune, complicato, straordinario destino europeo
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Ancora increduli, titubanti, smarriti, gli europei assistono allo tsunami che da un mese ha investito l’ordine mondiale. Sono orfani dell’Occidente.

L’America resta una grande democrazia, beninteso. E l’onda, prima o poi, si ritirerà: ci sono i contropoteri, il Congresso, i media, le elezioni di midterm tra venti mesi. Per questo è giusto restare aggrappati alle nostre care vecchie relazioni transatlantiche. Ma intanto conviene fare i conti con un mondo nuovo.

Tremano i pilastri dell’ordine mondiale vigente da ottant’anni a questa parte, quelli delle relazioni tra Stati sancite dalla carta dell’Onu, quelli economico-finanziari incardinati nelle istituzioni di Bretton Woods, le bandiere occidentali della libertà e dello stato di diritto, le sedi multilaterali per regolare il commercio mondiale, la riduzione della povertà, la transizione climatica. Cose d’altri tempi, consegnate al dileggio o alla nostalgia.

Per il presidente Trump sembra che nell’età dell’oro che ha promesso contin…

Ancora increduli, titubanti, smarriti, gli europei assistono allo tsunami che da un mese ha investito l’ordine mondiale. Sono orfani dell’Occidente.

L’America resta una grande democrazia, beninteso. E l’onda, prima o poi, si ritirerà: ci sono i contropoteri, il Congresso, i media, le elezioni di midterm tra venti mesi. Per questo è giusto restare aggrappati alle nostre care vecchie relazioni transatlantiche. Ma intanto conviene fare i conti con un mondo nuovo.

Tremano i pilastri dell’ordine mondiale vigente da ottant’anni a questa parte, quelli delle relazioni tra Stati sancite dalla carta dell’Onu, quelli economico-finanziari incardinati nelle istituzioni di Bretton Woods, le bandiere occidentali della libertà e dello stato di diritto, le sedi multilaterali per regolare il commercio mondiale, la riduzione della povertà, la transizione climatica. Cose d’altri tempi, consegnate al dileggio o alla nostalgia.

Per il presidente Trump sembra che nell’età dell’oro che ha promesso contino solo gli interessi sovrani. Non so se ci sia un disegno strategico dietro questa volontà di imporre la legge del più forte, temo che comunque saranno gli autocrati a far festa.

La maggioranza degli europei la pensa diversamente. Sa che quell’ordine mondiale va aggiornato, non certo calpestato, e che sull’Europa grava un’enorme responsabilità. A questa responsabilità dobbiamo dedicarci con urgenza, ora che anche le elezioni in Germania hanno confermato che, nonostante la forza dell’estrema destra e la frammentazione del Bundestag, la grande maggioranza degli elettori è dalla parte dell’Europa.

Oggi (24 febbraio), a tre anni dall’inizio della sanguinosa invasione russa dell’Ucraina, Ursula von der Leyen è a Kiev con altri leader europei. Ed è chiaro che il primo banco di prova della nostra volontà di non fare la parte dei sonnambuli sarà proprio il sostegno all’Ucraina. Altri leader europei, il primo è Macron, saranno in questi giorni alla Casa Bianca.

A Kiev come a Washington servono parole chiare. Per l’Ue il dittatore non è certo Zelensky, che continua a dar prova di coraggio al servizio del suo Paese; e l’invasore non è certo l’Ucraina. Sul tavolo vanno messi nuovi pacchetti di aiuti europei, anche militari, e la disponibilità a facilitare ogni trattativa in collaborazione con gli Stati Uniti, ma solo per una pace giusta e duratura. Una resa, infatti, anticiperebbe nuove guerre sul suolo europeo.

Accanto al sostegno all’Ucraina, la seconda priorità è la difesa comune europea, una prospettiva che la presidenza Trump può finalmente rendere possibile. Non basta spendere qualche decimale di Pil nazionale in più, perché se non riduciamo frammentazione e sprechi non avremo né un’industria né una difesa europee.

Non serve contrapporre il finanziamento delle spade a quello degli aratri, perché se vogliamo una pace stabile dovremo proteggerla, in larga parte da soli; e se non sapremo proteggerci anche il nostro sistema di welfare sarà a rischio. Servono dunque acquisti e sistemi di difesa europei in vista di una necessaria difesa comune complementare alla Nato.

Ucraina e difesa comune non sono certo le uniche sfide per l’Unione. I recenti rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta disegnano un’eccellente agenda delle priorità di un mercato unico competitivo. E sullo sfondo si intravede addirittura qualche squarcio di futuro, come quando il candidato cancelliere Friedrich Merz allude a una sorta di europeizzazione della force de frappe francese.

Magari, aggiungo io, associata a un avvio di europeizzazione del Bilancio e del Tesoro. Uno scenario, oggi ancora lontano, che potrebbe riproporre un grande scambio come quello che negli anni Novanta consentì la riunificazione della Germania e la nascita dell’euro.

L’ora più buia dell’Occidente può essere insomma — deve essere — l’ora dell’Europa. Nei Paesi europei le forze ostili all’Unione sono una minoranza, tutt’altro che silenziosa. I sostenitori dell’Unione sono invece in grande maggioranza, ma faticano a farsi sentire. E spesso la loro voce appare più una voce critica che di sostegno europeista.

Ora la debolezza, i ritardi, le divisioni tra Paesi sono più che evidenti. Come evidente è la necessità di riformare l’Unione e di uscire dalla gabbia della vetocrazia. Ma senza Europa, senza la sua forza commerciale, senza il suo modello sociale, senza i suoi valori di libertà, saremo semplicemente in balia dello tsunami.

E se il momento è davvero grave, forse è il caso di smettere di lagnarsi dei limiti Ue a getto continuo. Dichiarerei una moratoria dell’autodenigrazione, per stringersi, almeno in questi mesi, attorno al comune, complicatissimo, straordinario destino europeo. Per integrare il nostro patriottismo tricolore con un sano patriottismo europeo. Perfino adottando un motto in voga al di là dell’Atlantico: right or wrong, la mia Europa.

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