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Il nemico nascosto di Putin

(afp)

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C’è molta confusione anche tra gli alleati europei: Macron è andato a Washington, Starmer ci andrà
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Nel terzo anniversario della guerra in Ucraina, c’è molta confusione nel cielo sopra quell’“Occidente collettivo” che Vladimir Putin ha indicato come il suo vero nemico dall’inizio di quella che lui chiama ancora “operazione militare speciale”. Quasi metà dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione Europea, con l’aggiunta del canadese Trudeau, ma con l’assenza di Giorgia Meloni, ha accompagnato a Kiev la presidente della Commissione von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Costa. Il presidente francese Macron, non si capisce se a titolo personale o come mediatore europeo, è andato a Washington a parlare con Trump non solo di Ucraina, ma anche di relazioni transatlantiche ancora sotto scosse di assestamento dopo il terremoto provocato dall’arrivo del “tycoon” alla Casa Bianca. Oggi ci andrà anche Starmer, il premier della Gran Bretagna il cui storico rapporto privilegiato con gli Stati Uniti è stato scosso dalle manifeste simpatie della nuova amministrazione …

Nel terzo anniversario della guerra in Ucraina, c’è molta confusione nel cielo sopra quell’“Occidente collettivo” che Vladimir Putin ha indicato come il suo vero nemico dall’inizio di quella che lui chiama ancora “operazione militare speciale”. Quasi metà dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione Europea, con l’aggiunta del canadese Trudeau, ma con l’assenza di Giorgia Meloni, ha accompagnato a Kiev la presidente della Commissione von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Costa. Il presidente francese Macron, non si capisce se a titolo personale o come mediatore europeo, è andato a Washington a parlare con Trump non solo di Ucraina, ma anche di relazioni transatlantiche ancora sotto scosse di assestamento dopo il terremoto provocato dall’arrivo del “tycoon” alla Casa Bianca. Oggi ci andrà anche Starmer, il premier della Gran Bretagna il cui storico rapporto privilegiato con gli Stati Uniti è stato scosso dalle manifeste simpatie della nuova amministrazione per Farage e dalle intemerate del solito Musk. Gli ultimi ingredienti di questo minestrone diplomatico sono stati le risoluzioni presentate all’Onu, con gli Usa divergenti sia dall’Ucraina che dalla Ue, e il braccio di ferro al G7 su un testo per l’anniversario della guerra, che fino all’anno scorso sarebbe stato un copia incolla di quelli scritti dopo l’invasione russa.

Il “tutti per uno, uno per tutti”, che era stato il mantra dell’Occidente sin dalle prime ore del 24 febbraio 2022, non ha retto davanti alla furia vendicativa di Donald Trump, deciso a far pagare a Zelensky il rifiuto nel 2019 di aiutarlo nel suo tentativo di far incriminare Hunter Biden in vista delle elezioni presidenziali americane (e per quella richiesta Trump, nel suo primo mandato, aveva rischiato l’“impeachment”). L’ “uno”, Zelensy appunto, si è ritrovato quasi di colpo retrocesso dal rango di star internazionale, omaggiato in tutte le capitali come un eroe, al ruolo scomodo di guida di una nazione stremata dalla guerra e sempre più dubbiosa sulla sua capacità di “leadership”.

Zelensky ha commesso degli errori. È stato incapace di azzerare la grande piaga della corruzione, la promessa più forte e vincente della sua campagna elettorale. Anzi la guerra l’ha accentuata fino a colpire perfino le forniture di munizioni alle truppe al fronte. Ha mostrato un carattere intollerante e poco incline ad accettare pareri diversi anche sulle strategie di guerra, finendo per cambiare a ripetizione i vertici militari a partire dal generale Zaluzhny, molto amato dalla gente e potenziale rivale del presidente, spedito a fare l’ambasciatore a Londra. E anche la decisione di sanzionare i capi dell’opposizione, a cominciare dal suo predecessore Poroshenko, non ha giovato alla sua immagine, anche se il livello di consenso continua a superare il 50 percento (e non si è ridotto al 4, come sostiene Trump). Ma il colpo più duro gli è arrivato dal presidente americano. Non tanto per gli insulti — “dittatore non eletto”, “comico mediocre” — , quanto per l’“appeasement” verso Putin e il tradimento politico, militare ed economico dell’Ucraina. Testimoni presenti nel palazzo di Kiev hanno raccontato delle urla che provenivano dall’ufficio del presidente durante il suo incontro con il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che voleva imporre a Zelensky l’accordo sulle terre rare.

Ovviamente il maggiore beneficiario della confusione che regna nel cielo sopra l’Occidente è Vladimir Putin, che sembra seguire l’insegnamento di Napoleone di “non interrompere mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore”. Il presidente russo non ha fretta di iniziare una trattativa, anzi intensifica l’offensiva al fronte per guadagnare altre fette di terreno ucraino in attesa che la “pera” americana cada matura dall’albero e l’“Occidente collettivo” si disgreghi da solo. Due giorni dopo l’elezione di Trump, a novembre dell’anno scorso, parlando a Sochi, aveva predetto che “il momento della verità è arrivato”. La verità, per lui, è quella che aveva denunciato alla conferenza di Monaco nel 2007, togliendosi la maschera e attaccando “il dominio monopolitico dell’America, il suo uso eccessivo e quasi incontrollato della forza nelle relazioni internazionali”. Dopo quel discorso aveva cominciato l’“escalation” contro l’opposizione interna (da Nemtsov a Navalny, per citare solo due delle vittime) e contro i nemici esterni (culminata con l’aggressione dell’Ucraina). E due giorni fa, in una cerimonia a Mosca, ha detto che “è stato Dio a volere che portassi avanti una missione così difficile, ma onorevole, quella di difendere la Russia”.

Anche Trump, nel discorso inaugurale, aveva detto che era stato Dio a salvarlo dall’attentato perché potesse guidare di nuovo gli Stati Uniti. Nella visione del mondo degli “unti del Signore” non c’è spazio per i piccoli, europei compresi. Tanto meno per l’Ucraina.

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