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La Germania e noi. I riflessi di un voto

(reuters)

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Il punto di Folli del 25 febbraio 2025
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Il voto tedesco si proietta, come è inevitabile, sul resto d’Europa e insegna qualcosa alle varie famiglie politiche. È questione che riguarda anche l’Italia, forse soprattutto l’Italia: la nazione che in questo momento ha le migliori relazioni con l’amministrazione americana e le più incerte con il vertice dell’Unione, nonostante la vicepresidenza ottenuta per Raffaele Fitto. Ma dopo il voto di domenica tutto si tiene più che mai. E se l’America di Trump ha buttato all’aria in un amen circa ottant’anni di equilibri euroatlantici, gli europei con il viaggio a Kiev provano a smentire la convinzione che l’occidente sia ormai polverizzato.

Dunque, tutto si tiene. Trump esulta per il dato tedesco, perché vede la disfatta socialista. In realtà non ha molto di cui rallegrarsi: non …

Il voto tedesco si proietta, come è inevitabile, sul resto d’Europa e insegna qualcosa alle varie famiglie politiche. È questione che riguarda anche l’Italia, forse soprattutto l’Italia: la nazione che in questo momento ha le migliori relazioni con l’amministrazione americana e le più incerte con il vertice dell’Unione, nonostante la vicepresidenza ottenuta per Raffaele Fitto. Ma dopo il voto di domenica tutto si tiene più che mai. E se l’America di Trump ha buttato all’aria in un amen circa ottant’anni di equilibri euroatlantici, gli europei con il viaggio a Kiev provano a smentire la convinzione che l’occidente sia ormai polverizzato.

Dunque, tutto si tiene. Trump esulta per il dato tedesco, perché vede la disfatta socialista. In realtà non ha molto di cui rallegrarsi: non a caso Elon Musk era stato il più fervente sostenitore di una Germania destabilizzata da AfD (“solo loro possono salvare i tedeschi”). Ma il trionfo non c’è stato: a un’eccellente percentuale (20,8) non corrisponde una vittoria strategica. Si ripete la grande coalizione tra i democristiani e i socialdemocratici: certo, in condizione di maggiore debolezza, mentre incalzano le forze radicali a sinistra e a destra. Da noi hanno quindi motivo d’esser soddisfatti Fratoianni e Bonelli (Avs), gli equivalenti italiani della Linke tedesca. In fondo, essendo una sorta di corrente alla sinistra del Pd, contano di più dei neo-comunisti tedeschi, destinati a restare comunque fuori dal governo in preparazione. Quanto alla destra di Alternative, non assomiglia né al fronte lepenista francese né tantomeno ai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E infatti il tentativo fin troppo evidente di Salvini è quello di collegarsi ad Alice Weidel allo scopo di scavalcare a destra la leadership meloniana (ma allo stesso tempo il leghista deve guardare in casa propria, visto che il generale Vannacci minaccia di scavalcarlo a sua volta, in una rincorsa verso l’Alternative italiana).

Tuttavia ora la prospettiva riguarda in primo luogo i Fratelli d’Italia, da un lato, e il binomio Pd-5S, dall’altro. Giorgia Meloni ha fatto un buon discorso ai repubblicani americani, proprio mentre Trump e il suo vice Vance spiegavano al mondo cosa pensano degli europei. Ma è chiaro che il vecchio “atlantismo” in questo frangente non esiste più, a meno che non sia la Casa Bianca a riproporlo in forme nuove. Eppure è vero che l’America ha bisogno dell’Europa, così come l’Europa ha bisogno dell’America. Tutti i discorsi che si sentono in queste ore circa la difesa integrata dell’Unione sembrano velleitari, nonché tardivi. Una forma di difesa comune richiede anni per essere efficace, quando invece i tempi della crisi sono molto rapidi. In ogni caso, la via è aperta per un’iniziativa del nuovo Cancelliere tedesco, magari d’intesa con Francia e Regno Unito. L’Italia potrebbe concorrere, memore del “terzaforzismo” che fu un punto fermo della destra italiana fino a non molti anni fa. Ci si domanda se un minimo di realismo convincerà l’amministrazione “trumpiana” che gli Usa hanno tutto l’interesse ad assecondare, sì, ma anche a sostenere in modo attivo il cammino europeo, tutt’altro che breve, verso una forza militare autonoma.

Resta la sinistra. Il Pd è di fatto l’equivalente italiano della Spd e dovrà porsi gli stessi interrogativi del partito che era di Scholz. Quest’ultimo non è riuscito a interpretare le esigenze dei suoi elettori in una fase di crisi industriale e di guerra vicina ai confini orientali. Il Pd deve gestire gli stessi problemi e in più dovrebbe chiarire una volta per tutte i rapporti con i Cinque Stelle. La politica estera rischia di essere l’area delle peggiori ambiguità a sinistra proprio nel momento più difficile. Ma il chiarimento, rinviato troppo a lungo, non è detto che si faccia adesso.

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