L’Europa e la carta cinese
di Ferdinando Nelli FerociSolo pochi osservatori hanno registrato le parole del ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Eppure nel suo intervento non si è limitato a ribadire la consueta serie di principi, sulla carta rassicuranti, cui si ispira la politica estera di Pechino: rispetto del diritto internazionale, sostegno al multilateralismo e contrarietà a iniziative unilaterali e a misure protezionistiche. Ma ha concluso con un appello agli europei, ancora traumatizzati dalle dure parole del vicepresidente americano J.D. Vance, perché si impegnino a lavorare con la Cina per gestire insieme le complessità della congiuntura internazionale.
Un appello forse vago nei contenuti ma chiaro nelle intenzioni. A fronte degli sconvolgimenti epocali provocati dalle dirompenti iniziative della nuova amministrazione Usa, cinesi e europei hanno un interesse condiviso a cercare convergenze e terreni di cooperazione. E la Cina si propone come un interlocutore affidabile e rassicu…
Solo pochi osservatori hanno registrato le parole del ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Eppure nel suo intervento non si è limitato a ribadire la consueta serie di principi, sulla carta rassicuranti, cui si ispira la politica estera di Pechino: rispetto del diritto internazionale, sostegno al multilateralismo e contrarietà a iniziative unilaterali e a misure protezionistiche. Ma ha concluso con un appello agli europei, ancora traumatizzati dalle dure parole del vicepresidente americano J.D. Vance, perché si impegnino a lavorare con la Cina per gestire insieme le complessità della congiuntura internazionale.
Un appello forse vago nei contenuti ma chiaro nelle intenzioni. A fronte degli sconvolgimenti epocali provocati dalle dirompenti iniziative della nuova amministrazione Usa, cinesi e europei hanno un interesse condiviso a cercare convergenze e terreni di cooperazione. E la Cina si propone come un interlocutore affidabile e rassicurante. Un tentativo di offrire una sponda agli europei, costretti a fare i conti con le complessità di un rapporto con gli Usa di Trump problematico e potenzialmente conflittuale.
Da Washington si attaccano gli europei perché responsabili di un surplus commerciale nei confronti degli Usa, perché incapaci di fare di più per la loro difesa, perché diventati un intralcio nella strategia trumpiana di normalizzazione dei rapporti con la Russia di Putin.
Si sostengono forze politiche che hanno l’obiettivo dichiarato di indebolire la Ue. E si rimprovera all’Europa di regolamentare i giganti del web, di introdurre forme di censura sul free speech, di sabotare la democrazia con politiche di esclusione di formazioni politiche ai margini dei nostri standard e di praticare politiche migratorie dannose per l’Occidente.
Nel frattempo la Cina di Xi Jinping fa partire una offensiva dello charme potenzialmente attraente per una Europa alla ricerca di una nuova collocazione sulla scena internazionali e di nuovi interlocutori.
Anche se non è facile individuare i contenuti di un rapporto con Pechino che consenta di tutelare gli interessi europei, Bruxelles, se non altro in chiave tattica, dovrebbe essere aperta ad avviare un dialogo con la Cina (e con l’India).
Sul futuro del commercio internazionale europei e cinesi condividono l’interesse a evitare l’avvio di una spirale di misure protezionistiche. Entrambe le economie, europea e cinese, sono caratterizzate da un livello di apertura e da una elevata dipendenza dalle esportazioni, e rischiano di essere danneggiate dai dazi americani. Su queste basi potrebbero definire una linea comune per contrastare le misure protezionistiche minacciate da Trump, o almeno ridurne l’impatto.
Europa e Cina condividono l’interesse per un sistema di regole condivise, per istituzioni internazionali autorevoli, per un multilateralismo efficace. E sono in difficoltà di fronte alle iniziative di Trump che mirano a smantellare quell’ordine internazionale come dimostrato dalle decisioni di uscire dall’Oms, dall’Unesco, dagli impegni sul clima. Dovrebbe essere possibile a europei e cinesi definire una convergenza a difesa di regole condivise e istituzioni internazionali.
L’Europa ha accumulato un ritardo pesante nello sviluppo di tecnologie innovative collegate all’uso del digitale e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ha un problema di sicurezza economica e di riduzione delle dipendenze strategiche. È impegnata sul fronte interno nella realizzazione di un strategia di rilancio di competitività e produttività. È sotto attacco da parte degli Usa che le rimproverano di concentrarsi solo sugli aspetti regolatori che penalizzano le potenzialità di espansione dei big delle tecnologie digitali.
Non dovrebbe essere una impresa impossibile definire con la Cina una collaborazione che consenta all’Europa di ridurre le dipendenze e migliorare le performance senza mettere a rischio la sicurezza.
Per gli europei non si tratta di sostituire un alleato tradizionale, ma oggi meno credibile e affidabile, con un nuovo partner la cui affidabilità è tutta da verificare. Ma di valutare con attenzione su quali terreni la Cina può diventare un interlocutore utile agli interessi europei, da coltivare più e meglio di quanto non si sia fatto finora.
Molto ci separa da Pechino, anche su questioni fondamentali. Gestire un rapporto paritario con il gigante asiatico è un compito complesso per una Europa che tende a dividersi su tutto (o quasi). Ed è verosimile che nei prossimi mesi aumenteranno le pressioni americane sugli europei perché si allineino alle politiche di contenimento della Cina.
Ma forse, in questa congiuntura così problematica delle relazioni transatlantiche, coltivare un rapporto collaborativo con la Cina (e con l’India) può essere una carta da giocare, se non altro per dimostrare ai nostri (ex) amici americani che anche l’Europa è capace di muoversi a tutto campo.