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Com’è stretta la via euroatlantica

Mark Rutte (reuters)

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Il punto di Folli del 28 febbraio 2025
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La questione della difesa europea si è fatta impellente in termini politici, ma sul piano pratico, se si parla di interventi concreti e di chi li decide, i tempi restano lunghi. Come è sempre accaduto nel corso degli anni. C’è, è vero, il senso di urgenza provocato dal disprezzo manifestato da Trump verso gli alleati (forse ormai ex), ma è difficile credere che basti a sanare le contraddizioni e gli interessi diversi che sono in campo, in attesa di essere ricomposti in qualche dichiarazione di buona volontà. Al momento l’Italia si aggrappa alla Nato e tenta di ricondurre la crisi all’interno della cornice atlantica. È quello che farà nel vertice di Londra, giovedì 6 marzo. Del resto, l’organizzazione non è stata smontata; anzi, il nuovo segretario Rutte, olandese, ostenta a ogni occasione un sorridente ottimismo a favore di telecamera. Magari avrà avuto da Trump qualche rassicurazione in più di quelle che sono state date ai vari governanti europei.

La linea americana resta quella d…

La questione della difesa europea si è fatta impellente in termini politici, ma sul piano pratico, se si parla di interventi concreti e di chi li decide, i tempi restano lunghi. Come è sempre accaduto nel corso degli anni. C’è, è vero, il senso di urgenza provocato dal disprezzo manifestato da Trump verso gli alleati (forse ormai ex), ma è difficile credere che basti a sanare le contraddizioni e gli interessi diversi che sono in campo, in attesa di essere ricomposti in qualche dichiarazione di buona volontà. Al momento l’Italia si aggrappa alla Nato e tenta di ricondurre la crisi all’interno della cornice atlantica. È quello che farà nel vertice di Londra, giovedì 6 marzo. Del resto, l’organizzazione non è stata smontata; anzi, il nuovo segretario Rutte, olandese, ostenta a ogni occasione un sorridente ottimismo a favore di telecamera. Magari avrà avuto da Trump qualche rassicurazione in più di quelle che sono state date ai vari governanti europei.

La linea americana resta quella dei contatti bilaterali con le capitali, ma si capisce che l’amministrazione fa di tutto per non essere coinvolta nel dopoguerra ucraino, se si discute di presenza militare. Il fatto che l’esecutivo di Giorgia Meloni si preoccupi di salvaguardare il vecchio principio dell’intesa euroatlantica, adattandola — e non si sa ancora come — al terremoto trumpiano, non è sufficiente a garantire un ruolo all’Italia. Ma è ancora la strada più razionale. Non è realistico che il governo di centrodestra si accodi alle iniziative francesi, peraltro ancora in larga misura da precisare. È vero che la tentazione della “terza forza”, un’Europa “gollista” posta in mezzo tra Usa e quella che un tempo era l’Unione Sovietica, è stata a lungo coltivata dal vecchio Movimento Sociale. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Il governo Meloni ha scelto la lealtà atlantica e oggi, incredibile a dirsi, è messo in difficoltà dal colpo di testa trumpiano, alla ricerca di un negoziato diretto fra i tre “imperi”: Stati Uniti, Russia e Cina. Con il rischio di essere messo nel sacco da un nuovo patto tra Mosca e Pechino.

Per il momento, quindi, l’asse euroatlantico, certo da restaurare, rimane il cuore della politica estera del nostro paese. E in Europa il primo interlocutore è il nuovo cancelliere tedesco, che tra un mese o poco più entrerà in carica. Anche Merz parla di “indipendenza” dagli Stati Uniti, ma il suo obiettivo sembra quello di rafforzare la gamba europea della Nato, posizione vicina a quella italiana. Tutto questo, s’intende, dovrà passare da un impressionante aumento della spesa militare, un fattore di stress da non sottovalutare. Qualcuno pensa che Salvini, la cui linea è un “trumpismo” di tendenza putiniana, ossia spinto a favore di Mosca più di quanto già non sia, non possa sostenere una nuova forma di euro-atlantismo unito agli aumenti della spesa. Le sue quotidiane critiche a Ursula von der Leyen sono lette come la premessa di una rottura. Ma restiamo coi piedi per terra: a quale fine? Per andare dove? Gli ultimi sondaggi collocano la Lega intorno al 8,5 per cento. Segno che ci sono scarsi margini per risalire la china. Tutti coloro che hanno puntato su Putin negli anni dell’Ucraina hanno fallito.

Fa eccezione in parte il M5S di Conte. Oggi è dato poco oltre il 12 per cento, non poco. Ma dall’opposizione è più semplice fare una battaglia populista contro le spese militari, richiamandosi a un ambiguo pacifismo volto soprattutto a mettere in difficoltà il Pd. Quando si è al governo, tra l’altro con i gradi da vice-premier, distinguersi sui temi della pace e della guerra, nonché sulle risorse per la difesa, come dire la sicurezza nazionale, è assai più complicato. E Salvini lo sa bene, appena dismette i toni da comizio.

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