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Spassky, il genio sovietico degli scacchi

Boris Spassky  con Bobby Fischer nell' Hotel Maestral di Sveti Stefan

 

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Campione tra i più grandi della storia degli scacchi, Boris Spassky, morto ieri all’età di 88 anni, ebbe una sola sfortuna, quella di incontrare uno ancora più grande di lui, Bobby Fischer, e di venire sconfitto nel più famoso «match del secolo». 1972, Reykjavík: Spassky è il detentore del titolo mondiale, e fino ad allora non ha mai perso una partita contro il controverso ragazzo di Chicago. Fischer sbarca però sull’isola con uno score impressionante. Ha dominato l’ultimo torneo interzonale; ha battuto con punteggi tennistici, mai visti prima in un ciclo mondiale, Mark Tajmanov e Bent Larsen: sei zero, sei zero. Gioca la sfida decisiva contro Tjgran Petrosjan e straccia anche lui: 6,5 a 2,5. «Iron» Tigran, che in vita sua non ha mai perso due partite di fila, viene sconfitto nella prima, vince la seconda, patta le due partite successive e poi crolla, perdendo quattro partite una dopo l’altra. Ormai Fischer minaccia di sbaragliare da solo, in piena guerra fredda, l’intera scuola sovie…

Campione tra i più grandi della storia degli scacchi, Boris Spassky, morto ieri all’età di 88 anni, ebbe una sola sfortuna, quella di incontrare uno ancora più grande di lui, Bobby Fischer, e di venire sconfitto nel più famoso «match del secolo». 1972, Reykjavík: Spassky è il detentore del titolo mondiale, e fino ad allora non ha mai perso una partita contro il controverso ragazzo di Chicago. Fischer sbarca però sull’isola con uno score impressionante. Ha dominato l’ultimo torneo interzonale; ha battuto con punteggi tennistici, mai visti prima in un ciclo mondiale, Mark Tajmanov e Bent Larsen: sei zero, sei zero. Gioca la sfida decisiva contro Tjgran Petrosjan e straccia anche lui: 6,5 a 2,5. «Iron» Tigran, che in vita sua non ha mai perso due partite di fila, viene sconfitto nella prima, vince la seconda, patta le due partite successive e poi crolla, perdendo quattro partite una dopo l’altra. Ormai Fischer minaccia di sbaragliare da solo, in piena guerra fredda, l’intera scuola sovietica che da tre decenni domina la scena scacchistica mondiale. A Mosca scatta l’allarme: la Federazione recluta tre allenatori per la preparazione di Boris Spassky e forma un consiglio consultivo con i quattro ex campioni del mondo sovietici: lo stesso Petrosian, poi Botvinnik, Tal e Smyslov. Ma non c’è niente da fare. Nonostante i capricci e le bizze — sulla borsa in palio, sull’ospitalità, sulle condizioni di gioco, sulla sala, sulla sedia: su tutto — Fischer vince. Rientrato in patria, Spassky finisce sotto accusa; grazie alle carte del KGB sappiamo cosa disse ai commissari politici che gli chiesero conto della débacle: «Quando tutti avranno perso contro Fischer, cosa farete, ci metterete tutti al tappeto?».

Dopo lo storico match di Reykjavík, Fischer si smarrì dietro oscure paranoie e non disputò più alcuna partita ufficiale, cedendo senza difenderlo il titolo mondiale (che tornò in mani sovietiche, grazie a Karpov). Spassky continuò a giocare, ma non raggiunse più i livelli di eccellenza che lo avevano portato sul tetto del mondo alla fine degli anni Sessanta. Le cronache tornano tuttavia ad occuparsi di lui quando, vent’anni dopo, accetta di disputare contro Fischer un improbabile (e ufficioso) match di rivincita, nella Belgrado di Milosevic. È caduto il Muro. Fischer, il paladino del mondo libero, è diventato il più acerrimo nemico dell’America, al punto da arrivare a sputare pubblicamente sul documento con cui le autorità gli intimano di non giocare nella Serbia colpita dalle sanzioni occidentali, mentre Spassky ha preso la cittadinanza francese, e può rivelare al mondo quanto lontano fosse — per stile, per cultura, per carattere — dal lugubre mondo comunista che aveva controvoglia rappresentato nel match in Islanda. Perde di nuovo, Spassky, ma a Fischer rimane così legato, che quando l’americano viene arrestato in Giappone, per un passaporto scaduto, prende carta e penna e scrive al presidente Bush: «Bobby e io abbiamo commesso lo stesso crimine. Metta sanzioni anche contro di me. Mi arresti e mi metta nella stessa cella di Bobby Fischer. E ci faccia avere una scacchiera».

Gli appassionati guardano e riguardano le sue partite — lo stile eclettico, la straordinaria lucidità strategica, il talento combinativo –; a lui, Boris Vasilievich Spassky, 10° Campione del Mondo, non resta ormai che sistemare l’orologio per provarci di nuovo, tra le nuvole, contro l’eterno rivale.

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