La nuova America e il cambio di regime
di Ezio MauroC’è un luogo dove la politica finisce, la diplomazia si arena, la storia si arresta: incredibilmente è lo studio ovale della Casa Bianca, concepito come la sede dell’esercizio del potere al servizio della libertà e ora trasformato da Donald Trump nel set dell’ultimo reality: la mortificazione della vittima, con Volodymyr Zelensky osteggiato per essersi difeso, criticato perché ha combattuto, deriso quando ha perso, umiliato dopo essere stato tradito e infine messo alla porta come un lacchè ribelle per aver rifiutato di firmare il suicidio del suo Paese, alzando la bandiera bianca.
Gli storici ricorderanno che Europa e America si sono separate proprio qui, sul concetto di resa che il presidente americano voleva imporre all’Ucraina liquidata come terzo incomodo nel dialogo imperiale con Putin, e che Zelensky ha respinto in nome della sovranità residua del suo Paese e del diritto-dovere della storia di distinguere tra l’aggressore e la vittima.
C’è un incomprensibile timore occiden…
C’è un luogo dove la politica finisce, la diplomazia si arena, la storia si arresta: incredibilmente è lo studio ovale della Casa Bianca, concepito come la sede dell’esercizio del potere al servizio della libertà e ora trasformato da Donald Trump nel set dell’ultimo reality: la mortificazione della vittima, con Volodymyr Zelensky osteggiato per essersi difeso, criticato perché ha combattuto, deriso quando ha perso, umiliato dopo essere stato tradito e infine messo alla porta come un lacchè ribelle per aver rifiutato di firmare il suicidio del suo Paese, alzando la bandiera bianca.
Gli storici ricorderanno che Europa e America si sono separate proprio qui, sul concetto di resa che il presidente americano voleva imporre all’Ucraina liquidata come terzo incomodo nel dialogo imperiale con Putin, e che Zelensky ha respinto in nome della sovranità residua del suo Paese e del diritto-dovere della storia di distinguere tra l’aggressore e la vittima.
C’è un incomprensibile timore occidentale nel colpevole ritardo con cui fatichiamo a dare un nome alle cose che avvengono, come se il rifiuto di nominarle e di giudicarle servisse a esorcizzarle o almeno a depotenziarne la carica sovversiva, riducendo il peso delle nostre responsabilità.
Si è preferito non vedere, si è fatto finta di non capire, si è rifiutato di prendere atto che nel cuore della mutazione repubblicana nasceva la feroce spinta anti-sistema di una destra estrema vendicatrice, che non si contrapponeva più soltanto alla sinistra, ma intendeva regolare i conti del secolo con la democrazia.
Qui siamo. Il flusso della storia e il corso del progresso si paralizzano ed esplodono in un corto-circuito spettacolare, con il capo della più grande democrazia del mondo che comprime la libertà della vittima numero 1 del sopruso imperialista, al servizio del potere occupante amnistiato di tutte le sue colpe, e nuovo partner della prossima spartizione del mondo.
Nella cieca pedagogia della sua potenza e nella violenta propaganda della nuova sovranità che non conosce limiti, Trump ci ha trasmesso anche lo script stupefacente dell’incontro alla Casa Bianca con Zelensky, parole e immagini di un play funebre della democrazia, un impianto quasi teatrale per la scenografia di un agguato personale, di una limitazione della libertà, di una costrizione politica che tra dieci anni verrà replicato nelle scuole per spiegare dal vivo come muore un sistema, nella sua metamorfosi apparentemente legale.
Quell’uomo deriso per i suoi vestiti da guerra, preso in mezzo dal capo dell’alleanza che dovrebbe difenderlo e dal suo vice avventizio zelante, additato come poco intelligente perché non vuole accettare l’imposizione di un accordo deciso da altri, accusato di essere impreparato di fronte all’incandescenza redentrice della nuova realtà, appare clamorosamente solo, isolato, abbandonato: precisamente per la nostra pavidità di occidentali, ma soprattutto per la nostra incapacità di europei di vedere che al suo posto nel processo alla libertà inscenato dal potere ci siamo anche noi, come coro muto di un continente che persino nell’emergenza estrema non è in grado di trasformare il deposito della sua storia in politica corrente.
E tuttavia non c’è alcun dubbio che proprio in quel momento e in quella minorità politica ed esistenziale, Zelensky rappresenta qualcosa di infinitamente più grande di se stesso e testimonia il significato generale di quanto sta accadendo. È il singolo, disarmato e ostinato, irriso e tuttavia testardo, a cui spetta il compito di toccare con il dito la realtà delle cose, e di mostrarcela oltre l’inganno sovrano delle parole che la mimetizzano.
È la prova che in America non siamo davanti a un semplice cambio di governo, magari avventuroso ma dentro i canoni sperimentati e garantiti della repubblica: stiamo invece vivendo le doglie di un cambio di regime, con la destra estrema che non si accontenta di aver vinto ma vuole fuoruscire dal sistema, attraverso una rottura dell’equilibrio costituzionale e dell’ordine internazionale.
Come nella tragedia greca è già in scena la vittima, figura che la storia americana non ha elaborato, proiettata com’è sempre stata sull’eroe, la frontiera, la conquista, il progresso, sulla reazione più che sul dolore; mentre la tradizione culturale europea è profondamente segnata dalla cultura della vittima, dal cristianesimo alla letteratura, alla stessa politica.
Ecco perché l’Europa non può non vedere che la vittima è il suo modo di vivere, è la democrazia. Chi non avverte la necessità di difendere il sistema, le istituzioni, la costruzione europea, dovrebbe avvertire almeno l’urgenza di difendere questo costume democratico diffuso che regola e libera i nostri piccoli gesti quotidiani, nel riconoscimento reciproco del vivere insieme. Il momento è questo, quando la democrazia avvelena se stessa. Davvero, è ora di denunciare che c’è della follia in questo metodo.