Bisogna partire dalla fine. Da quando lui, padrone di casa e del resto, interrompe le domande, si rivolge al coro degli astanti — comparse, figuranti, coprotagonisti — e dice stop. Fa proprio il gesto con la mano. Basta così. «Abbiamo visto abbastanza. Che ne dite? Sarà ottima televisione». Ecco. È tutto qui. Ecco cos’era: un set, la puntata chiave di stagione. «Ottima televisione». Farà grandi ascolti, la vedrà il mondo intero. Eccellente, grazie a tutti e arrivederci.
A domani, perché questa è la strategia di comunicazione del produttore e regista della serie, protagonista principale dello spettacolo oltreché, in margine, presidente degli Stati Uniti. Ogni giorno deve avere un titolo, ha spiegato una volta: ogni giorno deve essere come la puntata di una serie tv, deve succedere qualcosa che la gente ricordi in attesa dell’episodio successivo, l’indomani. Un titolo al giorno per tenere la scena ogni giorno.
E difatti. Come una tragedia a teatro, non c’è palco più riconoscibi…
Bisogna partire dalla fine. Da quando lui, padrone di casa e del resto, interrompe le domande, si rivolge al coro degli astanti — comparse, figuranti, coprotagonisti — e dice stop. Fa proprio il gesto con la mano. Basta così. «Abbiamo visto abbastanza. Che ne dite? Sarà ottima televisione». Ecco. È tutto qui. Ecco cos’era: un set, la puntata chiave di stagione. «Ottima televisione». Farà grandi ascolti, la vedrà il mondo intero. Eccellente, grazie a tutti e arrivederci.
A domani, perché questa è la strategia di comunicazione del produttore e regista della serie, protagonista principale dello spettacolo oltreché, in margine, presidente degli Stati Uniti. Ogni giorno deve avere un titolo, ha spiegato una volta: ogni giorno deve essere come la puntata di una serie tv, deve succedere qualcosa che la gente ricordi in attesa dell’episodio successivo, l’indomani. Un titolo al giorno per tenere la scena ogni giorno.
E difatti. Come una tragedia a teatro, non c’è palco più riconoscibile al mondo dello studio ovale: quel tavolo, i ritratti dei presidenti, le due poltrone dorate per i protagonisti, il coro tutto attorno. Ma il teatro lo vedono in pochi, in questo tempo servono le telecamere. Serve, appunto, la grammatica semplice e sempre uguale di una serie tv: così capiscono tutti.
Il prologo, in apertura: «Oggi si è vestito bene, è elegante», detto sulla soglia della Casa Bianca indicando Zelensky ai cronisti. Il presidente ucraino indossa una maglia nera a tre bottoni. È un leggero sfottò. Sarà una puntata che celebra il cameratismo fra leader? Mah, vediamo.
Il set, adesso. Chi è stato convocato? Lo studio ovale è affollatissimo, posti in piedi. Telecamere e microfoni ambientali. Chi è tutta quella gente?
A destra, quelli con le cravatte rosse. Il presidente Trump, il suo vice Vance, il segretario di Stato Rubio, i secondi e gli assistenti: la nuova America. A sinistra, l’uomo con la maglia nera, da solo e senza interprete.
Tutto attorno, in piedi, i giornalisti selezionati dalla Casa Bianca — ci torniamo, è una scelta strategica — e, seduti in posizione discosta, alcuni funzionari e diplomatici tra i quali l’ambasciatrice ucraina a Washington Oksana Makarova, la donna che tra poco si metterà le mani sul volto in un gesto di disperazione.
Ma questo sarà dopo, durante l’agguato. Lo spettacolo disgustoso, la scena indecente, l’umiliazione pubblica: così commenteranno tutti, con un linguaggio proprio — appunto — della recensione di uno show.
Cosa succede si capisce anche senz’audio. Basta la mimica. Del resto era questa, in origine, la funzione del teatro: mettere gli spettatori di fronte a gesti simbolici che anche gli analfabeti comprendono. La tv e i social hanno preso oggi quella funzione: dire con il corpo.
Uno, Zelensky, sta a mani giunte sul grembo. L’altro, Trump, gli punta l’indice contro. Uno è serio, spesso china il capo. L’altro tiene il mento alto e quando parla tutti annuiscono, compiaciuti. Ora è chiaro: è un uno-contro-tutti. Ma sentiamo, già che lo abbiamo alziamo l’audio. Dura in tutto venti minuti e non ci si annoia.
Parla tra i primi il giornalista preferito di Trump, si chiama Brian Glenn e la stima è reciproca: il suo Right side broadcasting network, 1.6 milioni di abbonati su YouTube, è un megafono del presidente. Chiede a Zelensky perché sia in maglione, se non abbia un vestito — anche su questa faccenda dell’abito il copione era scritto. Trump alza la palla, nel prologo, Glenn la schiaccia.
Il presidente ucraino risponde non metterò un abito fino a che la guerra non sarà finita, per rispetto del mio popolo. «Quando lo farò sarà simile al suo, o forse migliore, magari più economico». Il ring è aperto, entriamo in puntata. Trump minimizza, «mi piace come è vestito», i cronisti ridono. Quali cronisti?
Da qualche settimana la Casa Bianca ha tolto alla White House Correspondents’ Association (Whca) lo storico ruolo di selezionare i giornalisti accreditati. Li sceglie lo staff del presidente, adesso. Non ci sono, a questo incontro, né la Associated press né la Reuters, per esempio. C’è invece un corrispondente della Tass, agenzia di Stato russa. Ma è stata una svista, sembra.
«La Tass non era nella lista dei media approvati per il pool di oggi» dichiara un funzionario della Casa Bianca alla Cnn. «Non appena il personale è venuto a conoscenza della sua presenza nello studio ovale è stato scortato fuori». In pratica è arrivato fin lì, a due metri da Trump, senza un badge, senza passare a un metal detector, senza lasciare un documento.
Qui il copione fa un po’ acqua ma andiamo avanti che si sta per scatenare l’inferno. C’era stata un’antifona, una decina di giorni prima, quando Trump aveva insolentito il presidente di un Paese aggredito e invaso, in quel momento suo alleato, apostrofandolo come «comico di modesto successo. Dittatore senza elezioni». Aveva fornito cifre false, iperboliche, sui finanziamenti Usa all’Ucraina molta parte dei quali sono aiuti umanitari.
Elon Musk, presidente autopercepito, aveva infierito. Dovete ridarci i soldi degli aiuti, accettiamo in restituzione le vostre miniere di terre rare. Poi, il 24 febbraio, il voto contrario, all’Onu, alla mozione europea che indicava la responsabilità russa della guerra.
Qualche segnale c’era. Ma torniamo al “pestaggio in favore di telecamere”: sta per cominciare. Cosa Trump e Vance dicono per umiliare Zelensky e additarlo come un cialtrone davanti al mondo, per l’entusiasmo della Russia, l’avete letto tutti. Interessante è come lo dicono.
Lo interrompono continuamente. Trump ripete ogni frase almeno due volte, spesso tre. Quella sulle carte, «non hai le carte», la ripete nove volte. Zelensky replica alla prima: «Non sto giocando a carte». Le successive otto, reiterate da Trump senza replica, sono per il pubblico. È una tecnica di sceneggiatura delle serie tv massificate: la frase che tutti dovranno ricordare. Vance aggiunge una secondaria efficace: devi chiedere scusa. Chiedere scusa è il mantra dei social, ottima per TikTok. «Stai giocando con la Terza guerra mondiale» è il colpo di scena. Trump gli mette l’indice puntato quasi in viso.
Zelensky sta a braccia conserte. Stare a braccia conserte è irrispettoso: manca di rispetto! Manca di rispetto! Il branco. L’ambasciatrice ucraina ha le mani sul volto. Vance sorride, i cronisti di corte annuiscono. «Posso rispondere?», chiede Zelensky. «No, hai già parlato molto», risponde l’altro.
Non puoi rispondere è l’epilogo. Stop, ciak, fine riprese. Cos’altro deve succedere, ora, per avere una reazione che argini la pazzia, il pericolo. Ma poi no. Perché, in fondo, scomodarsi. È ottima televisione, no? Che ne dite? Abbiamo dati di ascolto?