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Le fratture della crisi ucraina e le carte dell’Italia

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Il punto centrale riguarda la possibilità di restaurare la relazione con gli Stati Uniti, passaggio cruciale per dare senso ai progetti di una forza militare europea in grado di frenare Putin
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Al termine di un weekend che sarà difficile dimenticare, cominciato venerdì 28 febbraio alla Casa Bianca e concluso domenica 2 marzo a Londra, il Financial Times ha ricostruito gli eventi. Come è ovvio, il punto centrale riguarda la possibilità di restaurare la relazione con Washington, passaggio cruciale per dare senso ai progetti ancora abbastanza nebulosi di una forza militare europea in grado di frenare Putin.

Il quotidiano scrive degli sforzi, finora senza successo, del duo Starmer-Macron volti a ottenere qualcosa da Trump: ad esempio il sostegno all’ipotesi di un mese di tregua per spezzare la spirale dello scontro permanente. In questo quadro, “nelle capitali europee — annota il giornalista — il primo ministro italiano Giorgia Meloni, che ha solide relazioni con Trump, è visto come una figura in grado di giocare un ruolo chiave”.

Purché, verrebbe da aggiungere, accetti d’integrarsi nell’iniziativa anglo-francese in una posizione che almeno all’inizio — e forse anche in seguito…

Al termine di un weekend che sarà difficile dimenticare, cominciato venerdì 28 febbraio alla Casa Bianca e concluso domenica 2 marzo a Londra, il Financial Times ha ricostruito gli eventi. Come è ovvio, il punto centrale riguarda la possibilità di restaurare la relazione con Washington, passaggio cruciale per dare senso ai progetti ancora abbastanza nebulosi di una forza militare europea in grado di frenare Putin.

Il quotidiano scrive degli sforzi, finora senza successo, del duo Starmer-Macron volti a ottenere qualcosa da Trump: ad esempio il sostegno all’ipotesi di un mese di tregua per spezzare la spirale dello scontro permanente. In questo quadro, “nelle capitali europee — annota il giornalista — il primo ministro italiano Giorgia Meloni, che ha solide relazioni con Trump, è visto come una figura in grado di giocare un ruolo chiave”.

Purché, verrebbe da aggiungere, accetti d’integrarsi nell’iniziativa anglo-francese in una posizione che almeno all’inizio — e forse anche in seguito — sarebbe gregaria. Molto utile, ma non proprio da protagonista. Basta questo per spiegare la prudenza, di certo lo scarso entusiasmo, con cui la presidente del Consiglio vive la crisi clamorosa del patto euro-atlantico.

Gli aspetti da verificare sono numerosi, con alcuni punti fermi. In primo luogo, l’Italia ha rifiutato di allinearsi alla nuova retorica trumpiana, in sé grottesca: non ha di sicuro accreditato la tesi che l’aggressore, l’iniziatore della guerra, sia Kiev e non Mosca.

Come è logico, si tratta di un elemento essenziale per rovesciare il racconto della guerra. Lo accetta il regime di Budapest, per fortuna lo respinge il governo italiano. Quanto meno nella persona della premier, perché invece il suo vice, Salvini, aderisce con entusiasmo infantile al trumpismo ammiccante al Cremlino.

L’altro punto fermo consiste nell’aderire con convinzione alla linea della Nato, definita dal segretario Rutte. È all’Alleanza che l’Italia meloniana assegna il compito di riproporre quel che resta dello spirito euro-atlantico. Il che rischia di essere una mera illusione, ma è pur sempre l’unica strada realistica.

Nella Nato si possono risolvere i problemi aperti: dall’aumento sostanzioso delle spese per la difesa comune, alla necessità di dare maggior forza alla gamba europea, all’eventuale dispiegamento dei soldati in Ucraina. Quest’ultimo è tema per ora prematuro, ma da considerare in un futuro forse non troppo lontano.

E veniamo al nodo che alimenta da tempo il dibattito interno. Né il Financial Times nell’articolo citato, né a quanto sembra i partecipanti al summit di Londra hanno obiettato circa le lacerazioni sulla politica estera e di difesa.

In sostanza, le intemerate filo-Trump (e filo-Putin) del leghista Salvini non sono viste come minaccia alla stabilità del governo. E si capisce. Non solo riguardano meno di un terzo dei parlamentari di maggioranza, ma non sono prese sul serio in mancanza di una strategia che non sia solo velleitaria.

In un momento in cui gli imprenditori del Nord-Est temono per i dazi, l’ultima cosa che possono augurarsi è una crisi dell’esecutivo e un lungo vuoto di potere. Per cui le contraddizioni ci sono e anche gravi, ma si ritiene che la premier sia in grado di gestirle.

Del resto le stesse fratture si riproducono nell’area della sinistra, finendo in modo paradossale per rinforzare il governo. Strano ma vero. Per un Pd — atteso in piazza il 15 marzo — che tiene una linea europeista senza colpi d’ala e comunque sperimentata, ci sono i 5S di Conte che continuano a chiedere il disarmo dell’Ucraina. L’opposto delle tesi dell’Unione che vanno tutte nel senso del riarmo. Von der Leyen è stata chiara. Quindi la politica dei 5S non è filo-Putin in modo smaccato come quella di Salvini, ma l’esito finale è lo stesso. Come si può alimentare un’ipotesi di alternativa alla destra su queste basi?

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