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Investire sulle donne

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Le donne sono più intrappolate nella disoccupazione di lunga durata e nel part-time. Se sono madri ancora di più, il loro è un vero percorso a ostacoli, molto faticoso.
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Apriamo gli occhi. È il momento di fare un serio esame di coscienza come Paese, alla vigilia di questo 8 marzo. L’occupazione femminile cresce dal 2021, dopo il colpo inferto dalla pandemia. Ma le donne, ancora oggi, sono ingabbiate in un mercato del lavoro che le penalizza su tutti i fronti. Questo è il quadro emerso dal rapporto Cnel-Istat, presentato ieri. Abbiamo la maglia nera in Europa per tasso di occupazione femminile. Siamo ultimi. Abbiamo il primato con Romania e Grecia per coppie monoreddito maschile: un quarto delle donne conviventi fino a 54 anni contro il 10 per cento della Francia. Le donne sono più intrappolate nella disoccupazione di lunga durata, nell’inattività per motivi familiari e nel part-time, soprattutto quello involontario. E sono penalizzate non solo nell’accesso al mercato del lavoro, ma anche nella permanenza e nei percorsi di carriera. Se sono madri ancora di più, il loro è un vero percorso a ostacoli, molto faticoso.

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Apriamo gli occhi. È il momento di fare un serio esame di coscienza come Paese, alla vigilia di questo 8 marzo. L’occupazione femminile cresce dal 2021, dopo il colpo inferto dalla pandemia. Ma le donne, ancora oggi, sono ingabbiate in un mercato del lavoro che le penalizza su tutti i fronti. Questo è il quadro emerso dal rapporto Cnel-Istat, presentato ieri. Abbiamo la maglia nera in Europa per tasso di occupazione femminile. Siamo ultimi. Abbiamo il primato con Romania e Grecia per coppie monoreddito maschile: un quarto delle donne conviventi fino a 54 anni contro il 10 per cento della Francia. Le donne sono più intrappolate nella disoccupazione di lunga durata, nell’inattività per motivi familiari e nel part-time, soprattutto quello involontario. E sono penalizzate non solo nell’accesso al mercato del lavoro, ma anche nella permanenza e nei percorsi di carriera. Se sono madri ancora di più, il loro è un vero percorso a ostacoli, molto faticoso.

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Gli svantaggi si accumulano, si moltiplicano e si sovrappongono col passare degli anni. Questo accade per la difficoltà di conciliazione dei tempi di vita e di scarsa condivisione delle responsabilità familiari, per la mancanza di servizi sociali, ma anche per una serie di pregiudizi e stereotipi che il sistema alimenta dando per scontato che una donna, soprattutto se madre, sia meno disponibile, meno ambiziosa, meno focalizzata sul lavoro. Lo dicono i numeri che rappresentano la realtà, ma con cui non si fanno i conti quando si tratta di donne.

A tutto ciò si aggiunge un’altra discriminazione che ha radici nelle fondamenta stesse della nostra società: l’educazione. Fin da piccole, le bambine sono indirizzate verso percorsi di istruzione e professioni cosiddetti femminili, mentre i ragazzi sono orientati verso carriere più prestigiose, più remunerative, e più “maschili”. L’educazione ai ruoli di genere condiziona profondamente le scelte professionali future delle donne, limitando loro la possibilità di scegliere liberamente il proprio percorso.

Non è un caso che, negli ultimi dieci anni, la percentuale di donne che si iscrivono a materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) sia rimasta stabile al 20 per cento. Un dato che non è mai cambiato, dimostrando quanto ancora lontani siamo dal superare le barriere invisibili che impediscono alle donne di entrare là dove storicamente dominano gli uomini. E non solo: anche quando le donne accedono al mercato del lavoro, tendono a concentrarsi maggiormente nei cosiddetti lavori femminili, quelli più precari, meno qualificati e, in genere, meno remunerati. E in 15 anni purtroppo questa tendenza è aumentata anziché diminuire.

È un elemento drammatico per un Paese del G7. Quante parole sono state spese su tutto ciò? Tantissime. Ma quante azioni concrete sono state messe in campo per cambiare questa realtà? Pochissime. È ora che l’Italia si svegli, che le politiche smettano di limitarsi a enunciazioni di principio, a parole vuote, a promesse non mantenute. Ci vogliono azioni di sistema reali, concrete, che vadano a smantellare le disuguaglianze strutturali di genere, non intaccate a sufficienza. Le donne non possono più aspettare. Sono stanche di ripetere da decenni le stesse cose. Di vedere promesse non mantenute. È il momento di agire. È il momento di fare in modo che le parole non restino solo parole, ma si traducano in azioni che trasformino veramente la realtà.

Ma che Paese democratico è mai quello in cui una donna, quando diventa madre, riduce le sue possibilità di realizzazione sul lavoro? Che Paese democratico è mai quello che non ha ancora capito che c’è bisogno di avere come priorità lo sviluppo dell’occupazione femminile? È un Paese che non ha futuro. La politica dei piccoli passi è fallimentare. Mettere al centro le donne, finalmente, con una strategia globale ad ampio spettro è la strada. Investendoci seriamente.

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