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Lamentarsi non serve a niente, tutti possiamo cambiare il mondo

Elon Musk con il figlio piccolo (reuters)

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Bisogna che ciascuno torni a fare tutto quello che può. Tendere una mano, dissentire nei fatti
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Ci sono cose di base che non capisco, in questo truce nuovo ordine mondiale, e siccome senza basi non ci sono altezze le metto in fila qui: hai visto mai che, come si faceva a scuola, anche il problema più astruso, procedendo per punti, chi lo sa. A volte le cose sembrano complicate e sono molto semplici. Il primo passo è separare in due colonne distinte le missioni possibili da quelle impossibili, giacché combattere battaglie impossibili oltreché stupidissimo è proprio inutile, tempo perso. Poi veniamo anche alle cose di casa nostra ma partiamo dalla battaglia maggiore: il pianeta.

C’è un genio visionario, mi assicura un amico ingegnere aerospaziale. È un genio che vede lontanissimo: vede oltre l’orizzonte che vediamo noi, vede i prossimi secoli e sa che questo pianeta è destinato a estinguersi. Quindi lui sa che chi se lo potrà permettere, i ricchi, vorranno mettersi in salvo su Marte se solo fosse abitabile, e Marte potrebbe diventarlo. Difatti, dice questo simpatico amico che si…

Ci sono cose di base che non capisco, in questo truce nuovo ordine mondiale, e siccome senza basi non ci sono altezze le metto in fila qui: hai visto mai che, come si faceva a scuola, anche il problema più astruso, procedendo per punti, chi lo sa. A volte le cose sembrano complicate e sono molto semplici. Il primo passo è separare in due colonne distinte le missioni possibili da quelle impossibili, giacché combattere battaglie impossibili oltreché stupidissimo è proprio inutile, tempo perso. Poi veniamo anche alle cose di casa nostra ma partiamo dalla battaglia maggiore: il pianeta.

C’è un genio visionario, mi assicura un amico ingegnere aerospaziale. È un genio che vede lontanissimo: vede oltre l’orizzonte che vediamo noi, vede i prossimi secoli e sa che questo pianeta è destinato a estinguersi. Quindi lui sa che chi se lo potrà permettere, i ricchi, vorranno mettersi in salvo su Marte se solo fosse abitabile, e Marte potrebbe diventarlo. Difatti, dice questo simpatico amico che si è comprato una Tesla così lo riporta a casa anche se sviene al volante, su Marte c’è l’acqua. Non nella forma liquida, in qualche altra forma che non ho capito ma mi fido, lui lavora nelle basi di lancio quindi lo saprà. Dove c’è acqua si può vivere, cioè noi umani possiamo: dobbiamo solo ricreare una microatmosfera compatibile col nostro sistema cuore-polmoni, magari una bolla, un tettuccio, qualcosa. Ci vogliono miliardi di miliardi, serve molto tempo ma è un investimento. Quello che non mi spiego è come mai dovremmo dare per spacciato questo pianeta, attrezzarne un altro per gli eredi degli attuali plutocrati e non bonificare la Terra, invece, coi medesimi miliardi di miliardi. Cioè perché dovrei preferire, in un futuro ipotetico, andare a vivere con una tutina aderente sotto una bolla di cristallo e non restare a vivere a casa mia, una volta ripulita da schifezze fumi e falde avvelenate, che magari costerebbe anche meno per non parlare del disagio psichico di una vita da detenuto nella bolla, che se esci ti disintegri.

Non mi spiego nemmeno come mai il genio visionario, quello che costruisce auto elettriche che ogni tanto vanno a fuoco ma non inquinano, si sia alleato con un tizio che dello sviluppo sostenibile ha la stessa considerazione che ha per l’autodeterminazione delle donne, la fluidità di genere e la democrazia: tutte cose che lo fanno scompisciar dal ridere e che pensa di eliminare cancellando le parole. Cioè, intendo: se progetti macchine elettriche avrai bisogno di un alleato che punti sulla bonifica ecologica, sui pannelli solari, sull’abbattimento degli allevamenti intensivi. Qui fa un po’ testacoda, il progetto del genio visionario. A meno che la sua agenda occulta non sia quella di sostituire di fatto il titolare formale, nel cui studio di forma ovale si presenta difatti in cappello da baseball e figlio sulle spalle, figlio quattrenne che una volta messo a terra appiccica le caccole sotto la scrivania del leader. (Scusate, non trovo un efficace sinonimo a caccole. Ho letto che il titolare ha fatto bonificare l’intero ufficio, dopo aver visto il filmato che certifica l’infantile consueto gesto. Non so se sia vero, di nulla si sa più se sia vero, ma è possibile). Colpisce, comunque, l’indulgenza verso l’abbigliamento chiamiamolo casual del genio visionario non altrimenti esercitata nei confronti del leader di un paese invaso. Ci sono protocolli e protocolli, si vede.

Secondo punto, sempre macroscopico: la guerra. Si vis pacem para bellum, per chi ha fatto il classico, e va bene. Armarsi come deterrente, come esibizione muscolare e come monito. Armarsi per non usare le armi. Quindi dice: bisogna che l’Europa abbia il suo esercito, la sua nuclearina. L’esercitino. Ora però. A parte che potrebbe essere un po’ tardi, per mettersi in pari con quei Paesi anche pochissimo o per nulla democratici che sulle armi investono da molti decenni e si sono portati parecchio avanti. Abbiamo credo imparato da quella volta (quella dell’Enola Gay appena cancellato dagli archivi dell’aeronautica Usa non per aver prodotto la catastrofe di Hiroshima ma per la parola “Gay” nel nome del velivolo: con la stupidità bisogna avere suprema pazienza) abbiamo imparato dicevo che l’atomica non fa prigionieri. Che sia grande o piccola, il primo che spara estingue gli altri. Chi dovrebbe sparare per secondo è già stato incenerito. Al massimo si può sparare all’unisono, quindi estinguersi tutti. A quel punto anche il progetto di riparare su Marte sarebbe inutile, non essendoci più nessuno sulla terra. Un’idea alternativa — forse troppo semplice — sarebbe quella di individuare i pazzi fanatici pericolosi, isolarli e non assecondarli con moine, mossette, visite a domicilio, blandizie. Attivare diplomazie, investire sulla formazione di esseri umani addestrati all’uso del logos, sempre per chi ha fatto studi inutili: sulla ragione e non sulla forza, se no cosa siamo umani a fare. Servono soldi, tempo? Certo: ma potendo scegliere mettiamoli lì, allora. Nell’impegno per il raziocinio. A picchiare vincono sempre i peggiori, quelli che lo fanno più forte quelli che lo fanno da prima. Perché dovremmo accodarci al peggio e non puntare sul meglio. Non capisco. È come se volessimo adeguarci al grado zero della civiltà e non puntare al grado cento. È come se ci fossimo arresi al fatto che chi pensa male e agisce male ci contagia irrimediabilmente. Un virus. Una sconfitta dell’umanità. Prima ancora che della democrazia, dell’umanità. Magari invece la parola vince. Vincerebbe, a saperla e volerla usare. È un esperimento. Proviamo?

Nelle nostre cose di ogni giorno è uguale. Nei bisogni, nei desideri, nelle speranze concrete di ciascuno. I doveri, i diritti. La salute, il lavoro. Chi comanda e chi subisce. Le chiacchiere, le cose. Quello che possiamo fare, uno per uno, è incarnare il cambiamento. Vivere come se il mondo fosse già quello che vorremmo. Che rivoluzione, sarebbe. Lamentarsi non serve, assegnare la colpa ad altri — I potenti! I cattivi! Gli altri! — è inutile. Incarnare il cambiamento significa agire, nel mondo dei proclami: fare senza dire, non parlare senza fare. Del resto. L’opposizione è debole, è vero. Confusa e litigiosa, tutta presa dai suoi distinguo interni, chi è più puro, chi è migliore: ha reso possibile che molta parte dell’elettorato si disanimasse, che si si sentisse estranea a questo gioco (“non mi interessa la politica”) e che dunque vincessero gli altri. Questi. Non c’è un interruttore per cambiare il verso delle cose. Bisogna che ciascuno torni a fare tutto quello che può. Tendere una mano, dissentire nei fatti. Per esempio, pensavo. Il minore dei miei figli vive in un altro continente. Quando torna a casa dice “torno in Europa”. Sarà mia cura — mio compito — fargliela trovare, quando atterra.

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