Credo che sia del tutto naturale che nell’aderire all’appello lanciato dall’appassionato grido di dolore e di speranza di Michele Serra ciascuno di noi abbia il diritto di esprimere con onestà quali sono le intenzioni che lo spingono a volere una Europa federale, quale sia il suo dolore e la sua speranza.
Il mio dolore è tutto racchiuso nella constatazione che, dopo un inizio positivo e indubbiamente salutare per tutto il continente, l’Europa è andata via via smarrendo la sua missione nel mondo.
L’ha smarrita in due momenti fondamentali. Il primo, nel non aver saputo rispondere ai dimenticati e ai declassati prodotti da una globalizzazione a guida neoliberista, lasciando così un vuoto riempito dall’insorgente populismo. Il secondo, nel non aver saputo presentarsi al tragico appuntamento con la guerra voluta da Putin con una propria autonomia strategica.
La speranza, invece, mi induce a manifestare il 15 marzo con nella mente e nel cuore il manifesto di Ventotene. Il che mi fa dire…
Credo che sia del tutto naturale che nell’aderire all’appello lanciato dall’appassionato grido di dolore e di speranza di Michele Serra ciascuno di noi abbia il diritto di esprimere con onestà quali sono le intenzioni che lo spingono a volere una Europa federale, quale sia il suo dolore e la sua speranza.
Il mio dolore è tutto racchiuso nella constatazione che, dopo un inizio positivo e indubbiamente salutare per tutto il continente, l’Europa è andata via via smarrendo la sua missione nel mondo.
L’ha smarrita in due momenti fondamentali. Il primo, nel non aver saputo rispondere ai dimenticati e ai declassati prodotti da una globalizzazione a guida neoliberista, lasciando così un vuoto riempito dall’insorgente populismo. Il secondo, nel non aver saputo presentarsi al tragico appuntamento con la guerra voluta da Putin con una propria autonomia strategica.
La speranza, invece, mi induce a manifestare il 15 marzo con nella mente e nel cuore il manifesto di Ventotene. Il che mi fa dire, a chiare lettere, che tale speranza non è affidata a questa Europa, ma a una nuova Europa tutta da costruire.
Per me la piazza del 15 marzo ha un senso se, al di là delle evidenti e contingenti divisioni tra gli stessi europeisti, vuole far rivivere il progetto lanciato da quei giovani antifascisti, nel cuore di un continente ancora straziato dal più feroce dei nazionalisti.
Un progetto che, è bene ricordarlo, voleva far sorgere un nuovo organismo che avrebbe dovuto essere la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa “per costituire un largo stato federale”, il quale disponesse “di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali”, spazzasse via con decisione “le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari”, e avesse “gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli Stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”.
Ma va anche ricordato che l’Europa unita di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni non era una scatola vuota, perché intendeva aprire una nuova era della civiltà moderna che, come si legge in quel Manifesto, consisteva nel “riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza e i privilegi sociali”.
Secondo quel sogno, citato molto spesso come una generica chimera, “la rivoluzione europea per rispondere alle nostre esigenze dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”. Naturalmente quel “essere socialista” — ne ho chiacchierato spesso con lo stesso Spinelli nelle more dei lavori parlamentari — andava inteso, nel momento della concreta costruzione di un nuovo organismo statale, soprattutto, come il progetto di una statualità ad alto contenuto sociale.
Riallacciarsi quindi con un minimo di onestà intellettuale al cosiddetto sogno di Ventotene significa, oggi e non domani, inverare il rapporto organico tra libertà, pace e giustizia sociale. Tra le indubbie esigenze della difesa e i contenuti di ciò che si vuol difendere.
Ne consegue, a mio avviso, che un riformismo transazionale dovrebbe affrontare con spirito solidale temi come quelli dei diritti civili e sociali, delle delocalizzazioni, dell’armonizzazione fiscale, della comune azione nei confronti delle grandi corporation sovranazionali, un impegno coordinato nel digitale, nel satellitare e nell’intelligenza artificiale.
“L’autonomia strategica” dell’Europa dovrebbe collocarla al centro di una visione originale della costituzione di un “nuovo ordine” mondiale fondato sulla sicurezza comune e controllato da un sistema multilaterale e da una rinnovata “governance mondiale”.
Questo dovrebbe essere l’imperativo centrale nel momento in cui tutto ciò viene spazzato via. Per questo dovremmo, uniti, invocare un’Europa ecumenica che non si limiti a rappresentare l’Occidente in un rinnovato scontro tra potenze imperiali, per essere invece, come è stata nel corso della sua millenaria storia, lo specchio e il riflesso della più universale “civiltà plurietnica degli umani”.
Con questo intendo sottolineare che l’idea della manifestazione del 15 marzo è stata lanciata prima della proposta di riarmo di Ursula von der Leyen e riguarda essenzialmente, e al di là delle differenti posture su quella proposta, il tema della costruzione di un’Europa politica, ed è su questo tema che tutti i sinceri europeisti dovrebbero sentirsi spinti a testimoniare la loro presenza.
Al di là delle diverse posizioni assunte sulla proposta del riarmo, sulla quale in questa sede non intendo pronunciarmi, per non contraddire lo spirito unitario di queste mie riflessioni, non posso tuttavia esimermi dal sottolineare, con un certo sconcerto, che nella recente riunione del Consiglio europeo i temi che ho inteso sottolineare non sono stati richiamati nemmeno sullo sfondo.
Non si possono utilizzare le indubbie e immediate esigenze dettate dall’invasione dell’Ucraina mettendole in contrasto con il “progetto”, ivi compreso quello di un esercito europeo, perché considerato troppo difficile da realizzare.
Sfugge ai cosiddetti realisti che anche solo l’evocazione della ferma volontà di realizzare, in toto, il sogno di Ventotene è la più forte arma politica e morale che l’Europa può mettere sul tavolo sgangherato dell’attuale disordine mondiale. Se non ora, quando?