Negli ultimi giorni alcune autorevoli voci del pensiero liberal-socialista ci hanno concordemente spiegato che l’Europa, le sue élite intellettuali e soprattutto il pensiero progressista, Trump se lo sono meritato. Che se la sono cercata. Sul banco degli imputati: il politicamente e ideologicamente corretto, le minoranze iperprotette, le identità enfatizzate, con il contorno di woke, quote e dittatura dell’inclusività. Un insieme di componenti che avrebbe risvegliato il sopito spirito selvaggio del vessato proletariato bianco, trascinando Trump alla vittoria. Bisognava, di contro, scendere a patti con i valori tradizionali, quelli che, annidati nel profondo delle coscienze e frutto della stratificazione di abitudini secolari e radicati modi di interpretare la realtà, costituiscono il collante ideale di ogni comunità. Spettava alle élite cercare una mediazione fra questa complessa costellazione valoriale e un’ansia di cambiamento che invece è stata percepita come assoluta e non negozia…
Negli ultimi giorni alcune autorevoli voci del pensiero liberal-socialista ci hanno concordemente spiegato che l’Europa, le sue élite intellettuali e soprattutto il pensiero progressista, Trump se lo sono meritato. Che se la sono cercata. Sul banco degli imputati: il politicamente e ideologicamente corretto, le minoranze iperprotette, le identità enfatizzate, con il contorno di woke, quote e dittatura dell’inclusività. Un insieme di componenti che avrebbe risvegliato il sopito spirito selvaggio del vessato proletariato bianco, trascinando Trump alla vittoria. Bisognava, di contro, scendere a patti con i valori tradizionali, quelli che, annidati nel profondo delle coscienze e frutto della stratificazione di abitudini secolari e radicati modi di interpretare la realtà, costituiscono il collante ideale di ogni comunità. Spettava alle élite cercare una mediazione fra questa complessa costellazione valoriale e un’ansia di cambiamento che invece è stata percepita come assoluta e non negoziabile. Con gli esiti che sono oggi sotto gli occhi di tutti. La pars destruens di questa narrazione offre spunti di indubbio interesse. Certi estremismi woke hanno proiettato discredito — in qualche caso con effetti tragicomici — su un movimento culturale originato da un moto sacrosanto e condivisibile di reinterpretazione della storia e cultura occidentali, su una doverosa e tardiva messa in discussione di consolidati stereotipi, sulla necessaria rivalutazione di una controstoria seppellita dal pensiero dominante. Certo, gli algoritmi forzatamente inclusivi dei grandi network hanno trasformato tante serie tv in un triste campionario di melensaggini. E certo lo scrittore che aborre Caravaggio perché uccise un uomo in duello non ci fa una gran bella figura. Ma si potrebbe obbiettare che il solido sistema di valori tradizionali ha prodotto creazionisti, credenti scandalizzati dai nudi michelangioleschi, una sua autonoma e aggressiva cancel culture. Sarebbe interessante conoscere l’opinione di questa corrente al riguardo: Black Lives Matter importa ancora? Sopprimere il nome “Enola Gay” è in fondo un piccolo, accettabile prezzo da pagare per non indispettire troppo il Moloch della (sacrosanta) tradizione? La part costruens, del resto, appare alquanto vaga. Quali sarebbero (sono) i valori che le fughe in avanti del pensiero progressista avrebbero colpevolmente negletto? La famiglia tradizionale, rimessa in discussione sin dagli albori del secolo trascorso dal dottor Freud e altri pericolosi sovversivi del suo calibro? Il negazionismo climatico? La segregazione razziale? Il KKK? I telefoni bianchi? La scuola di una volta, col grembiulino e l’alzabandiera? La liberazione dai perfidi vaccini? Secondo taluno degli autorevoli commentatori di cui sopra, la rinuncia a qualche libertà “eccessiva” (sul piano dei diritti individuali e del riconoscimento delle minoranze, magari senza insistere troppo su battaglie divisive, vedi aborto, maternità surrogata, per non dire poi del diritto d’asilo) consentirebbe di salvaguardare la libertà delle libertà: quella economica. Si tutelerebbe così il libero mercato dal pericolo di un’involuzione protezionistica. Ma diritti e benessere sono davvero due emisferi non comunicanti? Nell’enfatizzazione delle identità, per esempio, è difficile leggere solo un fenomeno “culturale”. Consideriamo l’apologia del “capitale umano” che ci condiziona sin dagli esordi del thatcherismo: investi su te stesso, sei tu il motore del tuo futuro e della tua riuscita. Ne siamo usciti tutti l’un contro l’altro armati, ogni unità produttiva è stata sgretolata, “solidarietà” è diventata una parolaccia. Consideriamo i social media e il loro impatto devastante sul nostro modo di intendere e vivere le relazioni fra gli essere umani. In un simile contesto la valorizzazione delle identità — che pure ha contribuito a depotenziare ogni slancio unitario nel campo progressista — potrebbe persino essere letta come una forma di autodifesa. Sta di fatto che dopo quarant’anni di dittatura ideologica neo-liberale, in un mondo sconquassato da feroci conflitti, scopriamo che la colpa è della cultura radical-progressista che ha fatto arrabbiare moltitudini di poveri Cristi spingendoli nelle braccia di livorosi Paperoni, il tutto con gravi conseguenze per le nostre tasche. Quindi torniamo tutti al focolare della tradizione, accettiamo qualche piccolo sacrificio e magari questi si calmeranno e ci elargiranno qualche spicciolo. Mah.