In piazza una promessa di libertà e democrazia
di Ezio MauroTantissimi. Un popolo disperso si è ritrovato insieme, smosso dalle sue delusioni dal richiamo di Michele Serra, con l’invito a reagire alla deriva della democrazia testimoniando fedeltà all’Europa: nella speranza e nell’urgenza che l’Unione compia finalmente la sua storia e diventi un soggetto politico capace di testimoniare i valori della nostra civiltà nelle grandi crisi mondiali.
Un appello libero, non fazioso, ingenuo nel senso più alto del termine perché senza tatticismi, furbizie e calcoli, che chiedeva di manifestare finalmente un sentimento politico e morale dopo anni di puro risentimento, con tutti i pozzi avvelenati.
E invece, c’è ancora una strada per la politica, per fortuna, ed è in questo senso del dovere e della necessità che di fronte alle minacce della situazione internazionale muove i cittadini a una nuova responsabilità. I cittadini: perché le persone diverse, distanti e lontane che si sono unite sulla piazza di Roma con le bandiere blu e arcobaleno hanno esattam…
Tantissimi. Un popolo disperso si è ritrovato insieme, smosso dalle sue delusioni dal richiamo di Michele Serra, con l’invito a reagire alla deriva della democrazia testimoniando fedeltà all’Europa: nella speranza e nell’urgenza che l’Unione compia finalmente la sua storia e diventi un soggetto politico capace di testimoniare i valori della nostra civiltà nelle grandi crisi mondiali.
Un appello libero, non fazioso, ingenuo nel senso più alto del termine perché senza tatticismi, furbizie e calcoli, che chiedeva di manifestare finalmente un sentimento politico e morale dopo anni di puro risentimento, con tutti i pozzi avvelenati.
E invece, c’è ancora una strada per la politica, per fortuna, ed è in questo senso del dovere e della necessità che di fronte alle minacce della situazione internazionale muove i cittadini a una nuova responsabilità. I cittadini: perché le persone diverse, distanti e lontane che si sono unite sulla piazza di Roma con le bandiere blu e arcobaleno hanno esattamente esercitato il loro diritto di cittadinanza pretendendo libertà, indipendenza e democrazia: e la cittadinanza è quella europea.
In questo senso è una prima volta, in quanto l’elemento comune era addirittura uno spirito costituente, una spinta popolare per superare la grande incompiuta e dare finalmente istituzioni, identità politica e autorità all’Europa. Ci lamentiamo da anni perché gli italiani non vanno più a votare, rinunciando al loro diritto di indirizzo e di scelta e screditando l’istituto della rappresentanza. All’improvviso, migliaia di persone sono uscite di casa, hanno deciso di partecipare e di contare: magari, come ha detto Serra dal palco, «non sapendo cosa si deve fare in concreto, ma provando a farlo». Dando cioè una disponibilità alla politica, un’occasione alle istituzioni, una chance alla classe dirigente, se ce ne fosse una.
Preoccupati per la capacità di mobilitazione di uno scrittore e di un giornale, non prevista in questa fase in cui i poteri industriale, economico, culturale, tecnologico, d’informazione si stanno riallineando tutti insieme nella redistribuzione imperiale degli spazi di influenza, la nuova destra sovranista e il populismo che si dice progressista hanno assicurato in anticipo che una manifestazione non conta nulla, perché non cambia il corso delle cose.
Ma la piazza democratica di sabato 15 marzo, tollerante delle sue stesse differenze e consapevole delle ragioni che le superano nella scelta di stare comunque insieme, ha già cambiato qualcosa nella coscienza delle persone, semplicemente perché ha posto l’Europa come orizzonte, e ha testimoniato che si può fare, e che vale la pena farlo.
L’ultima ipocrisia è quella di scoprire la divisione della piazza, come se fosse una rivelazione. Sappiamo per esperienza che la guerra divide i Paesi, i partiti, le comunità, le famiglie. Poiché è una misura radicale, che punta all’annientamento, non consente compromessi, anzi scoppia proprio quando si è consumato lo spazio di qualsiasi compromesso politico o diplomatico.
Di fronte alla lacerazione clamorosa del patto di convivenza, che è alla base delle relazioni tra i popoli e i Paesi, anche la teoria politica che aveva governato la realtà fino a ieri va in crisi. Il nostro sistema di pensiero è investito dalla guerra come se fosse al fronte: tutti ricordiamo all’epoca dei conflitti in Iraq e nei Balcani la discussione e la polemica sul concetto di “guerra giusta” tra Norberto Bobbio e i suoi allievi.
La novità, oggi, è che a dividerci è il concetto di pace, mentre in astratto dovrebbe essere il più ecumenico, universale, unanime, appunto perché è un assoluto. Ma non è l’idea di pace che si è spezzata: è il principio di legalità con cui eravamo abituati a giudicare le crisi internazionali, il criterio che fissava nel diritto la garanzia della convivenza, la regola condivisa che condannava gli abusi e i soprusi. Questo canone globale formava una rete di sicurezza che per ottant’anni è stato quanto di più vicino alla moralità universale della democrazia, accettata nei fatti anche da parte di chi non la praticava nel suo Paese, ma la riconosceva come metodo di garanzia per la coesistenza.
Tutto questo è saltato sotto la spinta separata ma parallela della Russia e dell’America. Putin ha denunciato apertamente la democrazia, ha posto il suo Paese fuori da quel perimetro di valori e di regole, ha rifiutato i principi liberali e ha avviato la rifondazione dello spirito imperiale nella triade della tradizione — autocrazia, ortodossia e popolo — esclusivamente incentrata sull’anima russa.
Trump sta facendo fuoruscire gli Stati Uniti dal sistema liberal-democratico, dal vincolo delle alleanze internazionali, dalla cultura politica occidentale, costruendo una sovranità autoritaria e reazionaria che trasformi l’America nel primo impero del nuovo secolo. Gli imperi si spartiscono le aree d’influenza, si garantiscono reciprocamente, riconoscono un unico comune criterio ordinatore: la forza. È chiaro che sotto questa pressione il nostro modo di pensare la guerra e la pace non poteva più reggere, e infatti è andato in mille pezzi.
Il giudizio sul bene e sul male, convenzionalmente condiviso, non c’è più. Trump non imputa a Putin l’aggressione, l’invasione, la guerra: lo sta assolvendo senza giudicarlo, mondandolo di ogni colpa fino a portarlo redento e dunque innocente al tavolo della trattativa.
Il fatto è che il mondo si sta conformando a questo meccanismo per cui il passato non conta e anche la storia incomincia a scorrere e ad acquistare significato solo dal momento in cui il demiurgo la tocca, piegandola ai suoi interessi: non giudichiamo più la guerra, la colpa, il ruolo dell’aggredito e dell’aggressore. In questo modo stiamo compiendo un’inversione morale, guardando solo al modo di uscire dal conflitto, che certo è importante, ma che altrettanto certamente non può essere disgiunto dalla responsabilità del suo inizio.
Questo stesso strabismo morale sta contagiando l’idea grandiosa di pace che ci viene proposta nella versione imperiale, amnistiata la guerra. Diciamo intanto che proprio per la sua portata universale la moralità del concetto di pace non appartiene a nessuno, in quanto interpella — è il caso di dirlo — tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Chi ha denunciato la scelta della guerra, schierandosi fin dall’inizio a sostegno dei più deboli aggrediti nei loro diritti, ha anzi a rigor di logica qualche titolo in più nel cercare la pace, invertendo il motto latino: se vuoi la pace, denuncia la guerra. Qui invece si denuncia la resistenza alla guerra, si applaude a ogni avanzata dell’invasore, si deride chi difende il proprio Paese, si schernisce la debolezza manifesta che diventa colpa. Ma in questo modo, che pace si prepara?
È sempre bene, naturalmente, che le armi tacciano. Ma la pace non è mai semplicemente la fine del conflitto, bensì la costruzione di un ordine giusto e affidabile, e proprio per questo stabile e duraturo. Dunque la pace è bifronte, e qui sta la sua ricchezza politica e non solo umanitaria: da un lato chiude le ostilità, dall’altro apre il ciclo di un nuovo ordine mondiale.
Ora domandiamoci quale ordine per l’Europa e per il mondo stiamo costruendo nel momento in cui questa guerra ha abrogato il principio di legalità, la supremazia del diritto, il sistema di regolazione dei contrasti prima che diventino conflitti, mentre i due imperatori rifiutano il criterio democratico come metodo di garanzia per una nuova convivenza: si può davvero chiamare pace questo deserto di principi e di regole dominato soltanto dagli interessi e dalle convenienze dei due imperialismi congiunti?
In realtà nella parte populista del pacifismo oltre al rifiuto della guerra trova posto un disincanto per la democrazia che politicamente diventa disprezzo, come se tutto fosse realmente riducibile a complotto, a inganno, a menzogna dell’establishment e a confisca dell’élite, secondo la novellistica dell’antipolitica. Così si giustifica l’inerzia nella difesa dei principi democratici calpestati dalla guerra imperialista, e si finisce per allinearsi alla deriva neo-autoritaria che ha ormai contagiato anche l’Occidente: tanto tutto è uguale, come se non avessimo una civiltà da difendere, una libertà da preservare, un costume democratico da salvaguardare.
La vera cultura della pace passa dunque dalla capacità di distinguere. Non si può chiedere una soggettività politica all’Europa e pretendere un suo ruolo da protagonista nelle crisi che diventano guerre e poi lasciarla disarmata, proprio nel momento in cui Trump chiude l’ombrello della Nato e autorizza Putin a impadronirsi di ciò che gli serve, nella nuova comune ossessione imperiale per cui la forza nasce dalla terra, la sovranità dalla spazialità e l’autorità si realizza nella sua dimensione fisica.
Sembrava quasi che la piazza sapesse tutto questo, nel momento in cui chiedeva all’Europa di essere la patria della democrazia nella sicurezza della libertà e della giustizia: e cioè di mantenere la sua promessa.