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Ue, i padroni della storia

Roma, 15 marzo: in piazza per l'Europa (reuters)

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L’intervento del presidente di Comunione e Liberazione
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Caro direttore,

mi spinge a scriverle la drammaticità del momento storico nel quale ci troviamo a vivere. I conflitti armati aumentano in molte parti del mondo, fin dentro all’Europa, dando l’impressione che stiano crollando quei pilastri su cui poggiano la convivenza civile, lo sviluppo economico-sociale e quindi la possibilità di uno sguardo positivo sul nostro futuro. Istituzioni, governi, soggetti sociali e culturali di ogni ordine e tipo, purtroppo anche alcuni esponenti della Chiesa, appaiono smarriti e contraddittori nei loro giudizi.

Lo scenario pone diversi interrogativi. Non sono un esperto di geopolitica tuttavia, in quanto europeo e cristiano, sento la responsabilità di dare un contributo di riflessione, frutto di un confronto interno al Movimento di cui faccio parte, in merito alla discussione in corso sulla difesa comune europea.

Al di là delle cifre che già oggi vengono spese dagli Stati dell’Ue, una difesa veramente “comune” implicherebbe una politica estera comune…

Caro direttore,

mi spinge a scriverle la drammaticità del momento storico nel quale ci troviamo a vivere. I conflitti armati aumentano in molte parti del mondo, fin dentro all’Europa, dando l’impressione che stiano crollando quei pilastri su cui poggiano la convivenza civile, lo sviluppo economico-sociale e quindi la possibilità di uno sguardo positivo sul nostro futuro. Istituzioni, governi, soggetti sociali e culturali di ogni ordine e tipo, purtroppo anche alcuni esponenti della Chiesa, appaiono smarriti e contraddittori nei loro giudizi.

Lo scenario pone diversi interrogativi. Non sono un esperto di geopolitica tuttavia, in quanto europeo e cristiano, sento la responsabilità di dare un contributo di riflessione, frutto di un confronto interno al Movimento di cui faccio parte, in merito alla discussione in corso sulla difesa comune europea.

Al di là delle cifre che già oggi vengono spese dagli Stati dell’Ue, una difesa veramente “comune” implicherebbe una politica estera comune e un soggetto politico unitario, cosa che l’Ue non è.

Dobbiamo infatti riconoscere che l’Europa come l’avevano immaginata De Gasperi e gli altri protagonisti di quella stagione politica — che nella difesa comune avevano intravisto il primo tassello di una vera unione federale — non si è realizzata. L’Ue è invece l’esito di un compromesso virtuoso sotto molti punti di vista, ma che ha dato origine a un ibrido politico fragile, fondato sui precetti dell’individualismo liberale che, nel tempo, hanno portato il progetto lontano dai valori condivisi dagli ispiratori dell’idea originaria.

Del resto l’Europa si è configurata nella storia come un insieme di popoli diversi, spesso in conflitto tra loro ma uniti da una cultura comune radicata nella tradizione greco-romana e giudaico-cristiana. Poi nella modernità ci si è illusi di poter prescindere dal fondamento trascendente di questa tradizione, perdendo così la sua forza unificante.

In questo senso, nel cercare soluzioni adeguate anche al problema della sicurezza, credo si debba considerare l’Unione europea per quello che è chiamata a essere: un luogo di incontro, uno spazio di dialogo dentro e fra le nazioni, capace di includere tutti gli attori coinvolti nei diversi scenari, con il lavoro paziente della diplomazia. Gli ostacoli politici ed economici vanno affrontati con il coraggio di trovare forme nuove, senza accontentarsi di scorciatoie di carattere militare che non risolvono i problemi, casomai li aggravano.

Il problema che l’Europa è chiamata ad affrontare oggi è culturale: l’Unione deve decidere se essere fedele alla sua vocazione di luogo di incontro, di mediazione e di costruzione della pace, promuovendo la centralità della persona e una cultura della sussidiarietà, o contribuire all’atmosfera conflittuale che sembra prevalere su tutto.

La prospettiva di garantire la sicurezza comune con un investimento ingente in armamenti, a maggior ragione se affidato ai singoli Stati, mi pare inadeguata, come ha sottolineato anche l’arcivescovo di Mosca, monsignor Pezzi. E poiché il progetto politico europeo ha lacune evidenti, credo sia un errore pensare che il riarmo per far fronte a un aggressore pericoloso sia un buon modo per colmare il vuoto di identità che tutti percepiamo.

La condanna della Prima guerra mondiale come «inutile strage» da parte di papa Benedetto XV assume nuovo valore a fronte delle potenzialità distruttrici delle armi di oggi. Papa Francesco non si stanca di ripetere che armarsi significa solo prepararsi alla guerra: mi auguro che questo monito sia tenuto presente dai politici europei.

Anni fa don Giussani affermava: «La pace dipende dal fatto che l’uomo ammetta l’impossibilità di darsi la perfezione da se stesso, mentre indomabilmente riconosce il suo debito verso l’Essere» (Repubblica, 24 dicembre 2000). Credo che anche oggi siano tanti, e non solo tra i cattolici, a condividere ciò che dice Giussani: solo la coscienza di non essere noi i padroni della storia può aprire uno spiraglio realistico e profondo alla vera pace.

Davide Prosperi è presidente di Comunione e Liberazione

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