Trump nella morsa dello zar
di Paolo GarimbertiVladimir Putin
Rileggendo a mente fredda i comunicati della Casa Bianca e del Cremlino si ha la conferma della sensazione emersa dagli incontri diplomatici che avevano preceduto la lunga telefonata tra i due presidenti. Vladimir Putin sta giocando al gatto con il topo nel confronto con Donald Trump. Dato che uno si è formato alla scuola dell’inganno e della disinformazione del Kgb e l’altro a quella del mercato immobiliare di Manhattan non è difficile immaginare chi sia più attrezzato quando in gioco ci sono non grattacieli, ma guerra e pace.
Il comunicato della Casa Bianca, partendo dal consenso allo stop di trenta giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche (piccolo passo rispetto all’obiettivo trumpiano di un cessate il fuoco totale), trasudava soddisfazione e ottimismo, definendo la telefonata “un contratto per la pace” e parlando di un percorso “a tutta forza” verso l’accordo. E Trump sul suo social Truth aveva riempito il bicchiere mezzo vuoto scrivendo di una “conversazione molto bu…
Rileggendo a mente fredda i comunicati della Casa Bianca e del Cremlino si ha la conferma della sensazione emersa dagli incontri diplomatici che avevano preceduto la lunga telefonata tra i due presidenti. Vladimir Putin sta giocando al gatto con il topo nel confronto con Donald Trump. Dato che uno si è formato alla scuola dell’inganno e della disinformazione del Kgb e l’altro a quella del mercato immobiliare di Manhattan non è difficile immaginare chi sia più attrezzato quando in gioco ci sono non grattacieli, ma guerra e pace.
Il comunicato della Casa Bianca, partendo dal consenso allo stop di trenta giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche (piccolo passo rispetto all’obiettivo trumpiano di un cessate il fuoco totale), trasudava soddisfazione e ottimismo, definendo la telefonata “un contratto per la pace” e parlando di un percorso “a tutta forza” verso l’accordo. E Trump sul suo social Truth aveva riempito il bicchiere mezzo vuoto scrivendo di una “conversazione molto buona e produttiva” (quasi le stesse parole usate ieri dopo la telefonata con Zelensky, durata però soltanto un’ora).
Il Cremlino, invece, faceva ricorso a una vecchia formula dell’éra sovietica quando si voleva sottolineare che le divergenze superavano le convergenze: “Scambio di opinioni franco e dettagliato”. E proprio nei dettagli stava il diavolo: una serie di condizioni (dalla fine dell’invio di armi da parte dell’Occidente fino al blocco della fornitura di dati di “intelligence”) inaccettabili per l’Ucraina, ma anche per i suoi alleati europei.
Thomas Friedman, pluridecorato “columnist” del New York Times (ha vinto tre Premi Pulitzer di giornalismo, uno dei quali proprio per i suoi commenti di politica internazionale) ha scritto, analizzando alla luce della telefonata quella che definisce la bromance Trump-Putin, che le condizioni poste dal Cremlino equivalgono a “lasciare l’Ucraina completamente nuda” di fronte all’aggressione russa, che tra l’altro si sta intensificando proprio in vista di un ancora improbabile negoziato. “Un’ulteriore prova — chiosa Friedman — se ce ne fosse bisogno che Putin non sta mirando alla pace in Ucraina, come Trump crede scioccamente. Sta mirando a prendersi l’Ucraina”. O, si può precisare, a farne un Paese a sovranità limitata, riesumando la vecchia dottrina brezneviana applicata alla Cecoslovacchia ribelle di Alexander Dubcek nel 1968.
Quando Friedman descrive il presidente americano come uno “sciocco credulone” viene alla mente una memorabile battuta di Rex Tillerson, il suo primo segretario di Stato dopo l’elezione del 2016, che, pur riconoscendo al “tycoon” un grande genio per gli affari, lo definì un fucking moron (un maledetto deficiente, nella traduzione benevola) quando si trattava di capire la politica internazionale. È un giudizio — al di là della sua crudezza — che trova concordi anche oggi molti analisti, i quali sottolineano che alcuni dei fattori che Trump considera decisivi in una trattativa, come la personalità o l’empatia, hanno poco impatto nel complesso scenario internazionale. L’autostima di Trump di essere un formidabile negoziatore s’infrange contro la dura realtà della guerra.
“Negoziare la fine di un conflitto è un lavoro complicato e noioso, che richiede pazienza e creatività. Invece Trump sembra impaziente di sbarazzarsi della guerra in Ucraina, vuole solo uscirne”, è l’analisi confidata al Financial Times da Max Bergmann del “Center for Strategic and International Studies”. Anche nell’altra grande crisi, quella di Gaza, l’amministrazione Trump ha dato prova di scarsa coerenza, e ancora meno di pazienza. Prima ha tenuto negoziati diretti con Hamas per avviare la seconda fase della tregua, poi, quasi all’improvviso, ha incoraggiato Netanyahu a riprendere i bombardamenti rigettando il Medio Oriente nel caos e nell’incertezza.
Nel caso dell’Ucraina all’impazienza (e allo scarso interesse per la causa, come disse a chiare lettere il vice presidente J.D. Vance) Trump aggiunge quella che Fiona Hill ha definito “l’idolatria” per Putin e, si può aggiungere, per tutti gli uomini forti a capo di regimi autoritari, che non devono rispettare la separazione dei poteri delle democrazie liberali. Hill è una grande esperta della Russia, ha scritto un libro su Putin al Cremlino, e ha lavorato nel Consiglio per la sicurezza nazionale durante la prima presidenza di Trump. In quel ruolo partecipò all’incontro di Helsinki nel 2018 e vide in prima persona il presidente americano cadere nella trappola dello zar. Nei due comunicati sulla telefonata di lunedì Hill coglie un ripetersi dello stesso schema, quello appunto del gatto con il topo. La strategia di Trump, ha detto Hill nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica, “non è nell’interesse degli Stati Uniti … Però lui non lo capisce e non ha nessuno vicino disposto a dirglielo”. E qui torna il tagliente giudizio di Tillerson sulla presunzione di Trump e la sua difficoltà a capire la politica internazionale.
Ieri, nel suo intervento alla Camera, la presidente Meloni è andata controcorrente rispetto alla maggioranza degli analisti di politica internazionale definendo Trump “un leader forte capace di garantire una pace duratura”. Il futuro dirà chi ha ragione. Il presente dice che Trump non è riuscito a ottenere da Putin neppure una tregua. Ancor meno a far finire la guerra in ventiquattro ore, chiudendo Putin e Zelensky in una stanza, come aveva promesso in campagna elettorale.