La crisi suscita fantasmi, e la guerra genera mostri. Ma la pace, con la sua promessa messianica, la speranza di redenzione dagli orrori del conflitto, l’urgenza politica e morale di uscire dallo scontro bellico, crea le figure di cui ha bisogno e le propone al mondo anche per la fase successiva alla fine delle ostilità, nel nuovo quadro internazionale configurato dalle armi. Stiamo assistendo esattamente a questo fenomeno, con la nascita di un soggetto inedito con cui dovremo fare i conti nel nuovo mondo prossimo venturo: il mediatore sovrano.
Poiché la guerra è l’abolizione di ogni spazio diplomatico e di qualsiasi interlocuzione politica tra le parti in causa, spesso nella storia antica e nella modernità il bandolo della pace è stato governato da un attore terzo, che entra in scena nel momento to…
La crisi suscita fantasmi, e la guerra genera mostri. Ma la pace, con la sua promessa messianica, la speranza di redenzione dagli orrori del conflitto, l’urgenza politica e morale di uscire dallo scontro bellico, crea le figure di cui ha bisogno e le propone al mondo anche per la fase successiva alla fine delle ostilità, nel nuovo quadro internazionale configurato dalle armi. Stiamo assistendo esattamente a questo fenomeno, con la nascita di un soggetto inedito con cui dovremo fare i conti nel nuovo mondo prossimo venturo: il mediatore sovrano.
Poiché la guerra è l’abolizione di ogni spazio diplomatico e di qualsiasi interlocuzione politica tra le parti in causa, spesso nella storia antica e nella modernità il bandolo della pace è stato governato da un attore terzo, che entra in scena nel momento topico, quando la guerra non è ancora finita ma è estenuata, e la pace da miraggio sta diventando un orizzonte possibile. È il mediatore, l’arbitro conciliatore, il negoziatore finale. Per ricoprire questo ruolo sono naturalmente necessarie alcune caratteristiche precise: un’autorità riconosciuta dai contendenti, che non necessariamente si manifesta nella forza, perché può derivare anche da un prestigio disarmato, di natura politica, morale o addirittura spirituale; una neutralità conclamata e sperimentata, capace di suscitare la fiducia e l’affidamento dei belligeranti; una flessibilità ragionevole, frutto della capacità di ascolto e di comprensione, per convincere gli antagonisti: come suggeriva Bismarck, se la politica è l’arte del possibile, la mediazione diplomatica è l’arte di creare il possibile.
Nell’antichità la mediazione si realizzava anche attraverso accordi commerciali e matrimoni dinastici, per impiantare la pace in una realtà consolidata che le garantisse tenuta e durata. Ottocento anni fa Francesco d’Assisi tentò invece una mediazione spoglia durante la Quinta Crociata, andando in Egitto dal sultano per negoziare la fine del conflitto tra cristiani e mussulmani. All’inizio del Novecento Theodore Roosevelt mediò a Portsmouth l’intesa che concluse la guerra tra Russia e Giappone e che gli valse il premio Nobel per la pace. L’ astuzia manovriera di Stalin nel 1945 a Yalta propose a un altro Roosevelt, Franklin Delano, di presiedere la conferenza dei tre Grandi nel tentativo di portare l’America su posizioni neutre, di mediazione, per evitare che la storica intesa tra Stati Uniti e Gran Bretagna stringesse l’Urss nella tenaglia occidentale. Bisogna poi ricordare, in epoca più recente, l’intesa di Camp David nel 1978, con Jimmy Carter che pilota il negoziato di pace tra Egitto e Israele, e gli accordi di Dayton del 1995, con Bill Clinton mediatore nel conflitto dell’ex Jugoslavia.
In nessuno di questi esempi di trattativa abbiamo assistito a un’anteprima realizzata alla Casa Bianca in cui si sceneggia l’umiliazione di una delle due parti in causa, isolandola davanti al mondo, schiacciandola con le spalle al muro, degradandola preventivamente e denudandola politicamente per azzerare di fatto la sua potestà negoziale. In compenso abbiamo visto spesso un presidente degli Stati Uniti proporsi e venire accettato come mediatore e risolutore di conflitti: ma sempre in nome di valori universali, di cui l’America per il suo ruolo e la sua storia si faceva interprete, rappresentante e garante. Infine non abbiamo mai vissuto la fase preliminare di un negoziato con il mediatore che invece di cercare un equilibrio di base tra le situazioni di partenza dei due avversari nella trattativa, lo squilibrio di proposito, incaricandosi di emendare le responsabilità dell’aggressore, assolvendolo sul piano politico ed etico e portandolo al tavolo del confronto in una posizione artificiale di vantaggio.
Questo è quanto avviene oggi, e ci porta a dire che la figura radicalmente cambiata è proprio quella del garante conciliatore, il pacificatore universale: per la prima volta questo intermediario moderatore avvia il confronto tra le parti rigettando la tavola dei valori che dovrebbero regolare il negoziato e guidare l’ arbitrato. Tutta la fase di preparazione della trattativa, ogni gesto, qualsiasi dichiarazione ci dicono che non ci sono ormai valori di riferimento, l’universale è finito, la democrazia non è più la pietra angolare su cui poggia la nostra libertà: si procede creando la storia di volta in volta, senza debiti con il passato, senza lezioni dall’esperienza, senza vincoli pregressi. In questo senso il mediatore è libero, ma non perché si muove all’interno di un sistema di regole comunemente riconosciuto e accettato, che garantisce tutti, ma in quanto è pura espressione politica della forza trasformata in potere: la politica seguirà, adeguandosi.
Questa leadership concepita ed esercitata come rappresentazione della forza crea una nuova sovranità conseguente che non conosce limiti, non vuole controlli, non accetta bilanciamenti. È fuori dall’equilibrio costituzionale delle democrazie nel dopoguerra, perché fonda una nuova fase di supremazia autoritaria. È proprio questo squilibrio che si siede a capotavola nel negoziato: la figura fino a ieri sconosciuta del mediatore sovrano, dove la seconda parola divora la prima, perché non conosce imparzialità, proporzione, misura. Per giungere fin qui, naturalmente, è necessario deformare la storia, annullare quanto la politica ha costruito negli anni dell’ordine liberal-democratico, disconoscere gli impegni che faticosamente la regola democratica aveva dettato, e che le parti in causa si erano assunti. Fatto.
Tutto cancellato, e siamo all’elemento decisivo: il mediatore è in realtà il fondatore del nuovo ordine mondiale de-costituzionalizzato. Ha già deciso come si scriverà la pace, riconoscendo le pretese del più forte, costringendo il più debole ad accettarle, eliminando i terzi incomodi. Sta ancora mediando, ma su un altro tavolo, decisivo: tra il vecchio e il nuovo mondo, tra il nostro sistema di vita e la post-democrazia, tra l’Europa e gli Imperi, tra l’Occidente e l’autocrazia. Tra la sua libertà sovrana e la nostra, di cittadini.