C’è una singolare simmetria fra centrodestra e centrosinistra, tra maggioranza e opposizione. È la linea di frattura che attraversa entrambi gli schieramenti. Niente che non sia possibile ricomporre alla buona, in base alle convenienze del momento; al tempo stesso nulla che possa garantire una vera compattezza in vista dei mesi e forse anni tempestosi che ci attendono.
Parliamo di politica estera e di sicurezza, della Nato da non disgregare, di una difesa europea da rendere credibile nel prossimo futuro. Il momento rischia di essere drammatico e gli equilibristi — così definiamo alcuni dei protagonisti e comprimari della scena politica — si muovono senza rete. L’esito è che qualcuno si fa carico delle sue responsabilità mentre altri giocano spensierati per accaparrarsi qualche fetta di consenso extra.
Il risultato è un Paese che mostra segni di incertezza proprio sul terreno che in passato ha segnato, sia pure non sempre, le ragioni della coesione nazionale. L’immagine all’esterno n…
C’è una singolare simmetria fra centrodestra e centrosinistra, tra maggioranza e opposizione. È la linea di frattura che attraversa entrambi gli schieramenti. Niente che non sia possibile ricomporre alla buona, in base alle convenienze del momento; al tempo stesso nulla che possa garantire una vera compattezza in vista dei mesi e forse anni tempestosi che ci attendono.
Parliamo di politica estera e di sicurezza, della Nato da non disgregare, di una difesa europea da rendere credibile nel prossimo futuro. Il momento rischia di essere drammatico e gli equilibristi — così definiamo alcuni dei protagonisti e comprimari della scena politica — si muovono senza rete. L’esito è che qualcuno si fa carico delle sue responsabilità mentre altri giocano spensierati per accaparrarsi qualche fetta di consenso extra.
Il risultato è un Paese che mostra segni di incertezza proprio sul terreno che in passato ha segnato, sia pure non sempre, le ragioni della coesione nazionale. L’immagine all’esterno ne risente e non poco.
In Germania il governo Merz è quasi pronto e si muoverà nel segno della continuità, ma molto più risoluto e dotato di inediti mezzi finanziari. Il francese Macron e l’inglese Starmer si sforzano di promuovere l’iniziativa dei “volenterosi”: è tutto da verificare come andrà a finire, tuttavia parlano in modo abbastanza ragionevole a nome delle loro opinioni pubbliche.
In Italia è tutto più faticoso. È quasi un paradosso, ma Giorgia Meloni godeva di un maggiore margine d’azione quando alla Casa Bianca c’era Biden: la nitida posizione pro-Ucraina, che ha scandito i primi due anni del governo e per la verità non è stata rinnegata, solo annacquata, era figlia del rapporto con il presidente democratico. Con il repubblicano alla Casa Bianca, tutto sembrava più facile e invece non è così.
C’era stata una fiammata iniziale, quando sembrava che l’Italia stesse per comprare il sistema Starlink, poi gli entusiasmi si sono raffreddati e nel varco si è insinuato Salvini. Sulla difesa e la sicurezza la premier Meloni si appoggia senz’altro a Tajani, ministro degli Esteri. Il resto del triangolo è interpretato da Crosetto.
Poi c’è il capo della Lega. Non può far cadere il governo, ma può logorarlo giorno dopo giorno. Ed è quello che fa con la dovuta spregiudicatezza. Tuttavia se i sondaggi non indicheranno presto una crescita clamorosa del Carroccio — e non accadrà — Salvini dovrà decidersi a stringere un accordo di medio termine. In fondo si tratta di un partito che pesa molto meno di un terzo nella coalizione. Dopo il congresso leghista si chiariranno i rapporti e si capirà se Salvini avrà una forza politica sufficiente a sostenere le sue ambizioni. Anche in vista del voto nelle regioni.
Quanto al centrosinistra, vale lo stesso discorso. I Cinque Stelle dovranno presto o tardi accettare una nuova alleanza con il Pd in vista delle elezioni regionali. Ma c’è da essere sicuri che Conte tirerà la corda fino all’ultimo, in base a una linea cosiddetta pacifista che si suppone non sgradita a Putin come al Trump negoziatore. Vedremo come andrà la grande piazza del 5 aprile. L’ex premier fa quello che gli conviene allo stesso modo di Salvini. Risultato prevedibile.
Elly Schlein subisce la pressione dei 5S al punto che la politica estera del Pd ne risente non poco. Sia il centrosinistra sia la coalizione di governo non fanno nulla per trasmettere l’idea di un Paese unito e non provinciale nella sua tendenza a piegare gli interessi nazionali in favore delle piccole beghe quotidiane. Ma non c’è da temere. Non esiste tema, per quanto serio e forse drammatico, che sul palcoscenico italiano non possa essere risolto con qualche cerotto, in vista del prossimo inciampo.