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Meloni sull’Ucraina ha trovato un equilibrio

Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini

 (ansa)

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Il punto del 28 marzo 2025
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L’interrogativo che tiene banco in questi giorni è ormai noto. Salvini si staccherà dalla maggioranza, a costo di provocare una crisi di governo? L’innesco di un Papeete 2.0 sarebbe la politica estera, il sostegno da dare o negare all’Ucraina, il rapporto con gli Usa di Trump nonché con l’aggressività russa. Molti credono che tale scenario sia destinato a realizzarsi, benché attraverso tempi e modalità non ancora chiari. L’altra ipotesi non è realmente alternativa, in quanto è quasi una variante del primo interrogativo. È una fotografia in cui manca solo la crisi di governo, ma per il resto c’è tutto in una chiave di crescente precarietà, con Palazzo Chigi logorato settimana dopo settimana dall’irrequieto alleato leghista.

Va detto che almeno la prima ipotesi è fuori della realtà. E forse anche la seconda, se non altro nel prossimo futuro. Vediamo le due ragioni che accreditano queste conclusioni. La prima riguarda le manovre diplomatiche sul piano internazionale. Ie…

L’interrogativo che tiene banco in questi giorni è ormai noto. Salvini si staccherà dalla maggioranza, a costo di provocare una crisi di governo? L’innesco di un Papeete 2.0 sarebbe la politica estera, il sostegno da dare o negare all’Ucraina, il rapporto con gli Usa di Trump nonché con l’aggressività russa. Molti credono che tale scenario sia destinato a realizzarsi, benché attraverso tempi e modalità non ancora chiari. L’altra ipotesi non è realmente alternativa, in quanto è quasi una variante del primo interrogativo. È una fotografia in cui manca solo la crisi di governo, ma per il resto c’è tutto in una chiave di crescente precarietà, con Palazzo Chigi logorato settimana dopo settimana dall’irrequieto alleato leghista.

Va detto che almeno la prima ipotesi è fuori della realtà. E forse anche la seconda, se non altro nel prossimo futuro. Vediamo le due ragioni che accreditano queste conclusioni. La prima riguarda le manovre diplomatiche sul piano internazionale. Ieri a Parigi la premier Meloni ha partecipato alla riunione dei cosiddetti “volenterosi” e ha messo in chiaro — con il sostegno da Roma di Salvini — che l’Italia in questa fase non intende impegnare le sue forze militari sul terreno. Quanto meno, non lo farà solo per assecondare il protagonismo di Parigi e Londra. Il richiamo all’Onu è un modo per guadagnare tempo. Intanto la presidente del Consiglio ha toccato il nervo dolente quando ha chiesto di invitare alla prossima riunione europea anche gli Stati Uniti. È il tentativo di verificare le reali intenzioni della Casa Bianca, in base al principio che lo storico nesso tra le due sponde dell’Atlantico non può essere spezzato con leggerezza. E di leggerezze i collaboratori di Trump ne stanno commettendo parecchie, fin qui godendo della protezione del presidente.

Per l’Italia il primo passo è quindi salvare il salvabile dell’intesa euro-atlantica. Senza accentuare le divergenze che esistono e sono profonde, ma certo queste fratture non sono nell’interesse nazionale. Né sull’Ucraina né ovviamente sulla guerra commerciale promossa dalla presidenza americana. L’altro aspetto è la prudenza. In questo momento sembra al governo italiano che sia prematuro parlare di un dispiegamento di truppe. Il quadro delle trattative è ancora troppo confuso e ha poco senso precipitare le decisioni. Questo vuol dire che la cautela italiana è il prezzo pagato alle reticenze filo-russe di Salvini? Probabilmente, no: anche se il capo leghista lascia intendere che il merito è suo. Ma l’impressione è che quella linea Palazzo Chigi l’avrebbe seguita anche se il governo fosse formato da un monocolore di Fratelli d’Italia. Non sembra peraltro che ci sia un appannamento dell’appoggio all’Ucraina. E forse non è un caso se domani la premier interverrà al congresso di Carlo Calenda, il cui piccolo partito è all’opposizione, sia pure in una posizione pragmatica e mai ideologica.

Sul legame con Kiev e sulle spese per non restare indifesi, Calenda ha idee che sono l’opposto di Salvini, almeno il Salvini pre-chiarimento nel governo. Certo, sappiamo che in Parlamento i pesi delle due formazioni non sono paragonabili, ma quel che conta è il messaggio politico. In breve, la prudenza dell’Italia meloniana rispetto a Francia e Regno Unito non è una concessione al cosiddetto pacifismo della Lega. Quest’ultima, del resto, ha tutto da guadagnare dal restare nel governo. Ci sono notevoli porzioni di potere da spartire, a cominciare dal voto nelle Regioni e dagli interessi locali che il Carroccio intende continuare a rappresentare. Quanto al logoramento è possibile, ma esistono anche le contromisure. Non a caso si torna a parlare di premierato, una riforma che non può rendere felice la Lega, partito ancorato da tempo al 9 per cento.

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