Ma non è che avevano ragione quelli che scendevano in piazza gridando “yankee go home”? Oggi in molti ci sentiamo traditi dall’America. Oggi diciamo che l’America è cambiata, non è più quella di una volta. Uno sguardo superficiale ai segnali culturali che da oltre un secolo ci pervengono dalla “terra del latte e del miele” porta a pensare che non sia una novità. Segnali che ci hanno costantemente raccontato come minimo due Americhe. Incistate ognuna in una sua narrazione inconciliabile, due entità in perenne conflitto. Come se la guerra civile non fosse mai realmente finita. Noi, bombardati di simboli e segni, abbiamo fatto le nostre scelte. E in tanti ci siamo costruita un’America a nostra immagine e somiglianza: John Wayne nei Berretti Verdi o una serigrafia warholiana con Bob Dylan che abbraccia Martin Luther King. Con tutta la carica di ambiguità che ne deriva. Via col vento è uno dei film più amati di sempre. Ci riconosciamo nella tenacia ribalda di miss Rossella e nel sorriso sp…
Ma non è che avevano ragione quelli che scendevano in piazza gridando “yankee go home”? Oggi in molti ci sentiamo traditi dall’America. Oggi diciamo che l’America è cambiata, non è più quella di una volta. Uno sguardo superficiale ai segnali culturali che da oltre un secolo ci pervengono dalla “terra del latte e del miele” porta a pensare che non sia una novità. Segnali che ci hanno costantemente raccontato come minimo due Americhe. Incistate ognuna in una sua narrazione inconciliabile, due entità in perenne conflitto. Come se la guerra civile non fosse mai realmente finita. Noi, bombardati di simboli e segni, abbiamo fatto le nostre scelte. E in tanti ci siamo costruita un’America a nostra immagine e somiglianza: John Wayne nei Berretti Verdi o una serigrafia warholiana con Bob Dylan che abbraccia Martin Luther King. Con tutta la carica di ambiguità che ne deriva. Via col vento è uno dei film più amati di sempre. Ci riconosciamo nella tenacia ribalda di miss Rossella e nel sorriso sprezzante di Rhett Butler. Dimentichiamo che in Via col vento gli eroici cavalieri del Klan rimettono al loro posto l’orda brutale degli schiavi affrancati da Lincoln. Sposiamo, quindi, la tesi di un Sud la cui economia dipendeva dalla schiavitù che viene spazzato via, per bieco interesse di mercato, da un Nord che ha bisogno di mano d’opera a basso costo per supportare il suo impetuoso processo d’industrializzazione. In Easy Rider, Peter Fonda e Dennis Hopper vengono ammazzati da due bifolchi, indispettiti dal loro stravagante stile hippy, mentre attraversano l’assolata Florida. Quasi contemporaneamente, JG Ballard, ne La mostra delle atrocità, fa progettare a un suo personaggio l’eliminazione fisica di un (a suo dire) pericolosissimo Ronald Reagan, allora governatore della California. Fantasia letteraria che gli costa la censura in Usa.
A&F Live - L'America di Trump
A metà degli anni Cinquanta, L’Uomo Invisibile di Ralph Ellison ci aveva aperto gli occhi sulla condizione degli afro americani. In quegli stessi anni, il maccartismo dava la caccia ai veri o presunti infiltrati “rossi”, e i coniugi Rosenberg venivano bruciati sulla sedia elettrica grazie a Roy Cohn, l’inflessibile procuratore che anni dopo diverrà stratega di un giovane Donald Trump.
Il Padrino e C’era una volta in America consacrano l’immagine della mafia, e ci ricordano che l’origine di immense fortune (anche politiche) è nel proibizionismo. E che dire del vessillo della libertà di stampa? Quante storie di eroici cronisti che smascherano la corruzione dei potenti e aprono gli occhi alla gente abbiamo visto nel corso dei decenni? Tutti gli uomini del presidente è l’apologia della libera stampa che abbatte il tiranno. Sarebbe ancora sostenibile in epoca di fake news? La parabola più emblematica è quella del western, il genere americano per eccellenza. Dopo decenni di retorica con coraggiosi cowboy e perfide ombre rosse, nel ’70, Soldato Blu racconta il massacro di Sand Creek dal punto di vista di un bianco “pentito”.
Non c’era bisogno di Killers of the flowers moon per capire il trattamento riservato ai nativi: anche se allora li chiamavamo “indiani”, la sostanza non cambia. E ce lo avevano detto loro. Lo avevano ammesso, lealmente. Dall’America, insomma, ci viene tutto e il contrario di tutto, ma una cosa resta chiara, non foss’altro perché sta nel Dna di questi segni culturali: ci sono l’americano buono e quello cattivo. E non sempre vince il migliore. America vs. Amerika. Nessuna sorpresa, dunque, davanti alle odierne brutalità politiche e lessicali. C’era qualche buona ragione per avercela con loro, ma ce n’erano di ottime per sognare con loro. Questione di scelte. Ha ragione Dario Fabbri quando dice che è stato un grave errore, specie da parte delle sinistre nostrane, scambiare l’America per una onlus. Ma non siamo noi a condurre il gioco. Viene da pensare che da quelle parti si agisca costantemente sulla base di una logica imperiale, e quando si ha a che fare con un impero non resta che sperare nella buona sorte. Nel senso che può capitarti un illuminato come Marco Aurelio, ma anche uno psicopatico come Eliogabalo o Caligola. Può capitarti un sofferto statista con la faccia segnata di un Bogart o il Pinguino incarognito modello Danny de Vito. Il fatto che l’assunzione al vertice avvenga attraverso l’esercizio di procedure democratiche non sposta la questione: oggi il potere si gioca soprattutto su altri tavoli, e il sovrano può non essere che il frontman di una ben più estesa confraternita di tecno-ricconi. E resta aperta una questione. Siamo alla vigilia del declino irreversibile — dopo tutto, ogni impero ha una data di scadenza — o dobbiamo aspettarci un sussulto dell’altra America? Possiamo ancora sperare che anche nell’impero più opportunista e granitico sia sopravvissuto un principio dialettico?