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Il difficile cammino per l’alternativa

Elly Schlein 

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Il punto di Folli del 2 aprile 2025
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Sono giorni forse decisivi per tratteggiare il futuro del centrosinistra, la sua identità a lungo termine. Non meno significativi di quelli che attendono la maggioranza di governo. Con una differenza: a destra bene o male — magari più male che bene — esiste una coalizione che si misura con le responsabilità, ma anche coi vantaggi del governo; a sinistra i patti sono tutti da costruire. E il fatto che il confronto avvenga sulla politica estera, sulla sicurezza dell’Europa, sui temi del riarmo militare, dimostra quanto il cammino sia ancora lungo.

L’ex premier Matteo Renzi non si risparmia nel raccomandare “l’unità di tutte le forze d’opposizione per sconfiggere Giorgia Meloni”. È, con parole solo in apparenza diverse, quello che chiede Elly Schlein, “testardamente unitaria”. A chi si rivolgono entrambi? Mettendo tra parentesi il caso di Carlo Calenda, peraltro da non sottovalutare per i temi sollevati, è chiaro che il messaggio è tutto per Giuseppe Conte.

È lui ad avere in mano le ca…

Sono giorni forse decisivi per tratteggiare il futuro del centrosinistra, la sua identità a lungo termine. Non meno significativi di quelli che attendono la maggioranza di governo. Con una differenza: a destra bene o male — magari più male che bene — esiste una coalizione che si misura con le responsabilità, ma anche coi vantaggi del governo; a sinistra i patti sono tutti da costruire. E il fatto che il confronto avvenga sulla politica estera, sulla sicurezza dell’Europa, sui temi del riarmo militare, dimostra quanto il cammino sia ancora lungo.

L’ex premier Matteo Renzi non si risparmia nel raccomandare “l’unità di tutte le forze d’opposizione per sconfiggere Giorgia Meloni”. È, con parole solo in apparenza diverse, quello che chiede Elly Schlein, “testardamente unitaria”. A chi si rivolgono entrambi? Mettendo tra parentesi il caso di Carlo Calenda, peraltro da non sottovalutare per i temi sollevati, è chiaro che il messaggio è tutto per Giuseppe Conte.

È lui ad avere in mano le carte più insidiose. Presidia il terreno del “pacifismo”, se vogliamo chiamarlo così, e di fatto decide chi è degno di accedervi. Con la consueta spregiudicatezza non esita ad accusare l’Unione europea di “bellicismo” ed è indifferente all’accusa di favorire in tal modo le tesi russe. Per non dire che il ritorno di Trump alla Casa Bianca gli offre una sponda preziosa. È vero che Salvini tenta in tutti i modi di fare concorrenza al vecchio amico del governo giallo-verde, ma Conte conserva i suoi argomenti e soprattutto in questi anni ha saputo tener vivi i contatti col giro trumpiano. A questo punto è chiaro che non stiamo assistendo a una semplice baruffa tra le piazze del Pd e quella dei 5S. Come dire, due modi diversi di osservare lo stesso orizzonte. È molto di più. L’obiettivo di Conte sembra essere quello di mettere con le spalle al muro il partito di Elly Schlein, sfruttandone fino all’esito finale le contraddizioni sulla difesa europea.

Ecco perché le manifestazioni dei prossimi giorni non saranno solo una testimonianza in attesa di riprendere il cammino comune. In pratica questo cammino non esiste, per quanto sia consigliabile qualche armistizio temporaneo. Ad esempio, quando si scelgono i candidati presidenti di Regione, le campagne elettorali che ne derivano, i candidati sindaci nelle città. Tuttavia Conte sembra aver afferrato il bandolo della matassa, nel senso che appellandosi alla pace contro i progetti di una difesa comune più efficiente ma costosa, egli chiama a sé tutte le tendenze e pulsioni contrarie alle politiche di Bruxelles, comprese quelle che si sviluppano nell’ambito della Nato. È vero che su questo il Pd è in sofferenza e tiene una linea minimalista, che non è certo paragonabile al populismo dei 5S, ma appare troppo spesso incerta. Del resto il Pd, a differenza degli ex “grillini”, deve tener conto della posizione di Sergio Mattarella, garante e non da oggi della posizione internazionale dell’Italia. Il che significa, nella stagione che stiamo vivendo, difesa a oltranza dell’Ucraina: con la diplomazia in primo luogo, ma con una pressione militare se dovesse diventare davvero necessario. E sempre in stretto raccordo con i partner.

Tutto ciò rischia di favorire Conte una volta di più, almeno come capo popolo. È una partita di biliardo la cui posta in gioco è la rappresentanza di un’opinione pubblica impaurita e comunque insensibile alla vecchia logica delle alleanze occidentali. Mai come stavolta il leader dei 5S è vicino al suo obiettivo: mortificare il Pd, nel caso frantumarlo. Con l’idea di creare un baricentro “pacifista” destinato a legare insieme tutti coloro che a sinistra si oppongono ai progetti von der Leyen e simili. Alla ricerca di una leadership che non è più un sogno proibito.

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