Non è un paradosso: il rapporto tra femminicidio e patriarcato è tanto più stretto, direi più intimo, quanto più il sistema di potere maschile viene svelato e incrinato. Ciò aiuta a spiegare, tra l’altro, quella che definirei la “sindrome scandinava”: l’aggressività contro le donne cresce, in forma di reazione violenta, parallelamente all’accelerazione dei processi di emancipazione femminile.
Chi nega la specificità del femminicidio e la sua tragica eccezionalità, come fa gran parte della destra, si appella al fatto che definire patriarcale la nostra società confliggerebbe con l’evoluzione normativa della stessa. Si dice: la legge sul nuovo diritto di famiglia a base paritaria risale a mezzo secolo fa.
Si tratta di una singolare lettura materialistico-volgare a opera di fieri reazionari, che sembrano ignorare il ruolo svolto…
Non è un paradosso: il rapporto tra femminicidio e patriarcato è tanto più stretto, direi più intimo, quanto più il sistema di potere maschile viene svelato e incrinato. Ciò aiuta a spiegare, tra l’altro, quella che definirei la “sindrome scandinava”: l’aggressività contro le donne cresce, in forma di reazione violenta, parallelamente all’accelerazione dei processi di emancipazione femminile.
Chi nega la specificità del femminicidio e la sua tragica eccezionalità, come fa gran parte della destra, si appella al fatto che definire patriarcale la nostra società confliggerebbe con l’evoluzione normativa della stessa. Si dice: la legge sul nuovo diritto di famiglia a base paritaria risale a mezzo secolo fa.
Si tratta di una singolare lettura materialistico-volgare a opera di fieri reazionari, che sembrano ignorare il ruolo svolto, nel determinare i comportamenti sociali, dalla mentalità collettiva e dal senso comune. Mentalità collettiva e senso comune che, per quanto scossi dalle fondamenta, resistono e reagiscono.
E questo mostra in filigrana la combinazione perversa tra elementi primitivi e fattori contemporanei che può alimentare la pulsione violenta contro il genere femminile. L’intreccio, cioè, tra nostalgia del vecchio ordine, dove il dominio del maschio era incontrastato e normativamente organizzato, e rivelazione dello smarrimento delle giovani generazioni di oggi.
La prima, la nostalgia, tende ad abbarbicarsi all’interno di comunità, gruppi e dinamiche familiari, che si integrano faticosamente negli attuali costumi e strutture sociali; la seconda, la rivelazione, scopre come la scomparsa del vecchio mondo e della sua morale non abbia prodotto ancora relazioni e rapporti interpersonali rassicuranti e gratificanti, capaci di creare stabilità emotiva e affettiva.
È qui che Michela Marzano, su Repubblica, colloca la figura del giovane contemporaneo, non educato a “convivere con le frustrazioni” e a considerare il freudiano principio di realtà. In altre parole, un’acuta “incapacità di accettare i limiti e un’idea confusa di sé che si sgretola davanti a ogni ostacolo” e a ogni rifiuto.
Ed emerge il secondo paradosso. La violenza contro le donne non è una manifestazione di forza, bensì il suo esatto contrario: una dichiarazione di debolezza. È chiaro, ma non dovrebbe essere necessario precisarlo, che ciò non rappresenta in alcun modo un’attenuante, ma solo una possibilità per meglio interpretare il fenomeno.
Questa violenza diffusa, a opera di tanti adolescenti e giovani, e lo stesso ricorso a un’arma così domestica e familiare, come è il coltello (da cucina), disegnano uno scenario di improvvisazione e approssimazione, anche quando l’aggressione sia l’esito di una lunga attività persecutoria. Ma ciò che più conta è il quadro psicologico che emerge.
A esempio, il comportamento di Filippo Turetta mostra uno stato di alterazione emotiva e di grave turbamento mentale che sottolineano la totale carenza di punti fermi, riferimenti stabili e metri di giudizio in grado di favorire un pensiero razionale. Ne deriva quasi fatalmente la concentrazione ossessivo-compulsiva su un unico oggetto: la partner.
Si aggiunga che in numerose dinamiche di coppia, dove infine esplode la violenza, il ruolo del maschio risulta subalterno a quello della donna. Si può arrivare a dire che, in un mondo e in ambienti sempre più “armati”, la dichiarazione di resa e l’ammissione di impotenza da parte del maschio, piuttosto che tradursi in fuga, si manifestano come reazione cruenta.
Una ulteriore considerazione: l’avvocata Sabina Castagnetta, dopo l’assassinio di Sara Campanella a Messina, ripercorrendo la vicenda che ha portato a quel femminicidio, ha scritto che “lo stalking è uno di quei reati in cui l’escalation di violenza è molto rapida e se non la si interrompe in tempo può sfociare in violenze sempre più gravi”.
È questione delicatissima, dal momento che lo stalking vive anche in una dimensione ambigua, dove la qualificazione criminale degli atti non è così immediatamente riconoscibile e definibile. Eppure resta un parametro essenziale, sia per individuare i processi capaci di portare alla pulsione omicida, sia per evidenziare quei passaggi intermedi dove intervenire per evitare l’esito più tragico.
Infine, qui non si vuole certo offrire ricette: la questione del femminicidio trova le sue radici nel cuore oscuro dell’essere umano, laddove il bene e il male formano un groviglio inestricabile. Ma qualcosa si può dire ragionevolmente.
Tutti parlano di prevenzione, ma poco, davvero poco, si fa per rendere concreta una simile strategia: in primo luogo, che ne è dei centri antiviolenza, spesso costretti a chiudere per mancanza di risorse? E che ne è dell’educazione all’affettività nelle scuole? Anche questo è un tema complesso, che non posso qui trattare.
Ma c’è un punto ineludibile: pressoché tutta la violenza femminicida trova la sua radice nell’idea di possesso. Tanto più perché, per moltissimi giovani, la coppia rappresenta (parafrasando un importante saggio di Christopher Lasch) l’unico “rifugio in un mondo senza cuore”. Il sentimento che si fa istanza proprietaria, esclusiva ed escludente, può portare al delitto.