I dazi imposti da Donald Trump sulle importazioni da tutto il mondo ci danno una misura dei costi economici del populismo una volta giunto al potere. È una ideologia di basso spessore che può obnubilare la mente dei suoi capi carismatici.
Viene da chiedersi cosa sarebbe successo con i nostri populisti di ieri e di oggi al governo se non ci fosse stata l’Europa a impedire che gestissero la politica commerciale e che non ne avesse in parte limitato la politica di bilancio, impedendo guai ben peggiori del superbonus.
Le tariffe presentate nelle tabelle consegnate ai giornalisti assiepati al Rose Garden non hanno precedenti storici. Sono più alte di quelle introdotte da Hoover con lo Smoot-Hawley Act del 1930.
Allora aggravarono la Grande depressione, una recessione già in atto. Oggi non hanno neanche la giustificazione di una economia in crisi che vuole proteggersi dalla concorrenza internazionale. L’economia statunitense ha macinato record positivi negli ultimi anni, con tassi d…
I dazi imposti da Donald Trump sulle importazioni da tutto il mondo ci danno una misura dei costi economici del populismo una volta giunto al potere. È una ideologia di basso spessore che può obnubilare la mente dei suoi capi carismatici.
Viene da chiedersi cosa sarebbe successo con i nostri populisti di ieri e di oggi al governo se non ci fosse stata l’Europa a impedire che gestissero la politica commerciale e che non ne avesse in parte limitato la politica di bilancio, impedendo guai ben peggiori del superbonus.
Le tariffe presentate nelle tabelle consegnate ai giornalisti assiepati al Rose Garden non hanno precedenti storici. Sono più alte di quelle introdotte da Hoover con lo Smoot-Hawley Act del 1930.
Allora aggravarono la Grande depressione, una recessione già in atto. Oggi non hanno neanche la giustificazione di una economia in crisi che vuole proteggersi dalla concorrenza internazionale. L’economia statunitense ha macinato record positivi negli ultimi anni, con tassi di crescita invidiabili.
Le misure decise da Trump possono portarla dritta dritta in recessione. Vanno in direzione opposta a quanto promesso in campagna elettorale: aumenteranno l’inflazione e apprezzeranno il dollaro (anche se ieri, 3 aprile, si è deprezzato forse perché non più considerato una valuta rifugio).
I dazi sulle importazioni nell’industria automobilistica aumenteranno non solo i prezzi delle auto cinesi, giapponesi ed europee importate negli Stati Uniti, ma anche quello delle componenti, penalizzando le grandi imprese automobilistiche statunitensi (a eccezione della sola Tesla) localizzate nella Rust Belt.
Gli elettori di quegli ex Stati manifatturieri che hanno assicurato la vittoria a Trump potranno non gradire queste scelte non solo come consumatori, ma anche come lavoratori. La vittoria del candidato progressista nelle elezioni per un giudice della Corte suprema del Wisconsin fa riflettere.
Il discorso con cui Trump ha annunciato le tariffe del Liberation Day (che forse dovrebbe essere ribattezzato Inflation Day) è stato tanto confuso quanto infiammatorio. Ha sostenuto che il resto del mondo, Europa in primis, ha succhiato il sangue degli americani.
Se mai è vero il contrario. I deficit commerciali degli Stati Uniti ci dicono che i flussi di capitali dall’estero hanno permesso ai cittadini di vivere al di sopra delle proprie possibilità comprando di più di quanto riuscivano a vendere all’estero, dunque indebitandosi.
Ha considerato l’Iva come un dazio cui reciprocare quando l’Iva viene pagata non solo dagli acquirenti di prodotti americani, ma anche da chi compra prodotti italiani ed europei.
Quali saranno gli effetti dei dazi di Trump sull’Europa e sull’Italia? Secondo le stime della Bce, anche in assenza di una risposta dell’Europa il tasso di crescita del Pil nell’Eurozona si ridurrà dello 0,3%.
Essendo l’Italia, assieme alla Germania, il Paese europeo più colpito, da noi la riduzione potrebbe essere ancora più forte, attorno al mezzo punto percentuale, azzerando la flebile crescita degli ultimi anni se non portando anche noi in recessione.
Ci saranno imprese il cui giro d’affari era fortemente legato al mercato statunitense — a partire dalla meccanica e dall’agroalimentare — che, se non riusciranno a riposizionarsi su altri mercati, saranno costrette a chiudere i battenti. Altre iniziative imprenditoriali verranno soffocate in partenza.
Essendo gli Stati Uniti entrati in guerra commerciale con tutto il mondo, difficile pensare che i negoziati con l’Europa possano concludersi rapidamente. Sono negoziati che già in condizioni normali chiedono anni. E l’Organizzazione per il commercio mondiale con le sue regole viene virtualmente cancellata da queste misure unilaterali.
Non è a questo punto possibile per il nostro governo tenere il piede in due scarpe che si avviano in direzioni diametralmente opposte. Proprio perché è giusto negoziare con gli Stati Uniti, bisogna mettersi nelle condizioni di farlo.
A questo punto porgere l’altra guancia significa legittimare negli Stati Uniti le scelte di Trump. Reagire con dazi selettivi che colpiscano imprese statunitensi può far esercitare sulla presidenza Usa quella pressione che può indurla a più miti consigli.
Ma soprattutto senza una reazione europea rischiamo di pagare due volte il conto, con esportazioni più contenute e a prezzi più bassi e importazioni più costose, vale a dire con un peggioramento delle ragioni di scambio con gli Stati Uniti, ben oltre l’impatto dei dazi.
Storicamente i partiti populisti al governo — secondo la ricostruzione di un gruppo di economisti del Kiel Institute (Manuel Funke, Moritz Schularick e Christoph Trebesch) — hanno peggiorato l’andamento delle economie nei Paesi da loro governati mediamente di un punto percentuale di minore crescita per anni. Vedremo se Trump riuscirà a battere questo record negativo.
L’Europa può trovare in tutto questo una maggiore ragione per rafforzare il processo di integrazione, unico modo di contare in un mondo sempre più frammentato in grandi blocchi. Potrà anche diventare punto di riferimento per quei Paesi, dal Canada al Messico, dall’America Latina alla Cambogia e al Vietnam, che si trovano spiazzati di fronte al declino dell’impero americano.
Continuare ad attaccare l’Unione europea, come se non ne facessimo parte, dando ragione al livore anti-Ue della nuova leadership statunitense, impedisce di cogliere questa opportunità.
È il momento che il nostro governo scelga se far prevalere l’ideologia, la prossimità con il populismo di destra oltreoceano o gli interessi degli italiani in quanto cittadini europei.