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A destra e sinistra i nuovi duelli sull’egemonia

Giuseppe Conte leader dei 5S 

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Il punto di Folli dell’8 aprile 2025
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Nonostante le somiglianze tra la linea dei Cinque Stelle e la posizione della Lega, esistono anche delle differenze. Non sono irrilevanti, anzi: valgono almeno quanto le convergenze. Le differenze riguardano le tattiche e soprattutto le prospettive a medio termine. Salvini alza il tono perché deve restituire vigore ai suoi seguaci dopo anni assai appannati. Ma nessuno crede seriamente che si prepari ad aprire la crisi di governo. Accadrebbe, questo è vero, se pretendesse davvero di sostituire al Viminale il prefetto Piantedosi. Ma ovviamente non accadrà. Il vicepremier ha messo sul tavolo il problema, ma non ha indicato una data. Teneva a riconoscere davanti ai militanti che il ministero dei Trasporti è poca cosa e quindi la parità con l’altro partner della coalizione, Tajani e Forza Italia, si avrà quando entrambi occuperanno due poltrone equivalenti. Un tema che di sicuro non appassiona granché gli italiani.

Inoltre, come si è visto, c’è il tentativo di recuperare spazio sul piano …

Nonostante le somiglianze tra la linea dei Cinque Stelle e la posizione della Lega, esistono anche delle differenze. Non sono irrilevanti, anzi: valgono almeno quanto le convergenze. Le differenze riguardano le tattiche e soprattutto le prospettive a medio termine. Salvini alza il tono perché deve restituire vigore ai suoi seguaci dopo anni assai appannati. Ma nessuno crede seriamente che si prepari ad aprire la crisi di governo. Accadrebbe, questo è vero, se pretendesse davvero di sostituire al Viminale il prefetto Piantedosi. Ma ovviamente non accadrà. Il vicepremier ha messo sul tavolo il problema, ma non ha indicato una data. Teneva a riconoscere davanti ai militanti che il ministero dei Trasporti è poca cosa e quindi la parità con l’altro partner della coalizione, Tajani e Forza Italia, si avrà quando entrambi occuperanno due poltrone equivalenti. Un tema che di sicuro non appassiona granché gli italiani.

Inoltre, come si è visto, c’è il tentativo di recuperare spazio sul piano internazionale, per quanto riguarda i contatti personali. Elon Musk adesso sembra più amico del Carroccio che della premier. Idem per Orbán, lo spagnolo Abascal e in fondo Marine Le Pen, quest’ultima da sempre più vicina a Salvini che a Giorgia Meloni. Il capo leghista ha giocato le sue carte e con questo ha spostato in modo definitivo il partito su posizioni di destra radicale (vedi anche l’abbraccio con Vannacci). Non potrà più tornare indietro, almeno per i prossimi tre-quattro anni, il che rende ancora più inverosimile uno scenario di crisi. S’intende, peraltro, che le acque resteranno mosse e infide nella coalizione.

La Lega resta un partito del 9 per cento che ha un’assoluta esigenza di salire almeno al 12. Per intaccare, quanto meno l’egemonia politica instaurata dal “melonismo” sul fronte destro. Ed è qui che la premier ha bisogno di un colpo d’ala. L’accusa di inerzia nella vicenda dei dazi americani è l’unica che in questo momento è in grado di danneggiarla. Ne deriva che il viaggio in America — di gran lunga il più importante della legislatura — deve dare qualche risultato. Raffreddare il clima, forse ottenere qualche tariffa più favorevole: e non solo per l’Italia. Non tutti in Europa seguiranno con simpatia la trattativa. Lei dovrà dimostrare doti diplomatiche non comuni e al tempo stesso guardarsi le spalle. Impresa al limite del temerario.

Quanto alla sinistra, il quadro è un po’ diverso. Non si può negare il successo in piazza di Giuseppe Conte e dei suoi. La politica estera atlantica, secondo la tradizione italiana, è stata stiracchiata e trasformata in una gragnola di colpi scagliati contro il “bellicismo” dell’Unione e del governo Meloni. Ma tutti, è inutile ripeterlo, hanno inteso che il vero obiettivo era il Pd. Se Salvini ha potuto solo intaccare l’egemonia di FdI sul centrodestra, Conte è quasi riuscito a imporre quella dei Cinque Stelle su una parte almeno dei democratici di Elly Schlein. Ormai si profila un conflitto fra due interpretazioni distinte. La prima è riassunta dall’ex ministro Andrea Orlando e da un articolo su Domani di un osservatore attento, per quanto distaccato, come Gianni Cuperlo: c’è solo un popolo a sinistra, si trova nel Pd e nei 5S, ma non c’è altra strada se non riunirlo in una stretta alleanza. La seconda è ostile alla linea Schlein, vista come gravemente cedevole verso Conte e la sua politica estera tanto spregiudicata quanto ambigua. Conte, il leader di un M5S capace di raccogliere solo la metà — più o meno — dei voti del Pd, ma che riesce a esercitare una sorta di guida da qualcuno definita, appunto, “egemonia”. Non dovremo attendere molto per capire quale delle due interpretazioni prevarrà.

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