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La strategia del caos sui mercati

Donald Trump (afp)

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Tre giorni di follia che stanno spaventando i più stretti collaboratori del presidente
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Tre giorni di follia, nati dalle mosse di Trump che hanno devastato i mercati di tutto il mondo. E che stanno spaventando perfino i più stretti collaboratori del presidente, come Musk che è arrivato a postare un video dell’economista ultra-liberista, Milton Friedman. Non isolato, perché fa il paio con il video che circola sui social di un presidente amato dai repubblicani, Ronald Reagan, che si scaglia contro le barriere doganali.

E nei giorni dell’incertezza, quando i mercati tremano e la direzione politica vacilla, la speranza si rivolge alle banche centrali. Perché solo loro hanno la forza d’urto necessaria per frenare il “panic selling”, l’ondata di vendite generata dalla paura che si autoalimenta da sola. Che ci troviamo in una situazione simile non ci sono dubbi: dal due aprile i mercati non hanno fatto altro che scendere a una velocità tale che ha riportato alla mente i peggiori crolli della storia. Dall’annuncio del Covid da parte dell’Oms, alla crisi innescata dal falliment…

Tre giorni di follia, nati dalle mosse di Trump che hanno devastato i mercati di tutto il mondo. E che stanno spaventando perfino i più stretti collaboratori del presidente, come Musk che è arrivato a postare un video dell’economista ultra-liberista, Milton Friedman. Non isolato, perché fa il paio con il video che circola sui social di un presidente amato dai repubblicani, Ronald Reagan, che si scaglia contro le barriere doganali.

E nei giorni dell’incertezza, quando i mercati tremano e la direzione politica vacilla, la speranza si rivolge alle banche centrali. Perché solo loro hanno la forza d’urto necessaria per frenare il “panic selling”, l’ondata di vendite generata dalla paura che si autoalimenta da sola. Che ci troviamo in una situazione simile non ci sono dubbi: dal due aprile i mercati non hanno fatto altro che scendere a una velocità tale che ha riportato alla mente i peggiori crolli della storia. Dall’annuncio del Covid da parte dell’Oms, alla crisi innescata dal fallimento della Lehman Brothers fino indietro al giovedì nero della Grande Depressione.

Durante la crisi del debito sovrano erano state le parole del presidente della Bce Mario Draghi, in un convegno a Londra nel luglio 2012, a frenare le ondate di vendite sui titoli di stato europei: faremo qualunque cosa (“whatever it takes”), disse, per salvare l’euro. E le cose rientrarono. Oggi non i mercati del reddito fisso, ma quelli azionari aspettano con ansia le parole del presidente della Fed, Jerome Powel, per mettere un argine alla caduta delle quotazioni.

Il crollo dei mercati si è protratto per tre sedute e ogni giorno per un motivo ben preciso.

Il primo giorno le vendite sono state innescate dai dazi introdotti da Trump e ha avuto subito una violenza tale perché le tariffe sono apparse più alte di quelle che gli analisti avevano stimato.

Quello successivo il movimento è proseguito al ribasso, ampliando le perdite, per la risposta della Cina, che a sua volta ha imposto dazi al 34% sulle merci Usa. Gli analisti l’hanno chiamata una strategia “tit-for-tat”, ovvero “occhio per occhio”, che non lascia presagire nulla di buono, perché ha sollevato la paura di una escalation nella guerra commerciale, includendo nelle possibili ritorsioni anche l’Unione europea.

Ieri al terzo giorno, invece, i mercati hanno capito (crollando ulteriormente) che i dazi potrebbero durare a lungo. Nel fine settimana hanno parlato uno dopo l’altro il segretario al Tesoro, Scott Bessent, il segretario al Commercio, Howard Lutnick, e il direttore del Consiglio economico nazionale, Kevin Hassett, e nessuno di loro ha dato indicazioni su una possibile revoca. Anzi il consigliere per l’Industria e il commercio, Peter Navarro, ha smentito Musk che in un afflato di amore verso il Vecchio continente aveva ipotizzato l’azzeramento dei dazi all’Europa. La lettura è stata confermata dal rallentamento della caduta dei listini ieri quando a Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale degli Stati Uniti, è stato attribuito, e poi smentito, l’annuncio di una sospensione dei dazi per novanta giorni.

Per frenare il collasso servirebbe una mossa della Federal reserve, come ha auspicato lo stesso Trump quando il giorno dopo il suo annuncio si è rivolto dal suo social media Truth direttamente a Powell, esortandolo a tagliare i tassi, perché “sarebbe il momento perfetto”, con tanto di maiuscole nel testo. I prezzi dell’energia sono scesi, l’inflazione pure, perfino le uova, e nello stesso tempo i posti di lavoro sono cresciuti. “Riducete i tassi, Jerome, e smettete di fare politica”, ha urlato Trump contro quel presidente della Fed che aveva nominato lui stesso durante il suo primo mandato. E che ora vorrebbe rimuovere pur non avendo i poteri per farlo.

L’esortazione è caduta nel vuoto e anzi Powell ha dato un’ulteriore spinta al ribasso, perché ha usato toni da “falco”, sostenendo che i dazi potrebbero generare un aumento dell’inflazione e che quindi la Fed deve rimanere prudente, che nel linguaggio dei banchieri vuol dire non tagliare i tassi.

Eppure, la percezione nella sale d’affari delle principali banche di investimento è cambiata. Prima dell’avvento dei dazi, le stime dicevano che la Fed avrebbe ritoccato i tassi di interesse Usa (oggi al 4,5%) di 75 punti base, mentre dopo il cambio nella politica commerciale le previsioni sono di un possibile taglio di 125 punti. Come a dire che non è solo Trump a chiedere a Powell di intervenire, ma anche chi opera sul mercato. Il livello di paura è elevato e diffuso, perché sono ormai in molti a pensare che di questo passo perfino gli Stati Uniti, che marciano con una crescita del Pil superiore al 2%, possano virare in recessione. L’incertezza viene misurata da un indice che si chiama Vix e rileva la volatilità implicita dell’S&P500, il principale paniere di titoli azionari Usa, nei 30 giorni successivi: è balzato dai 20 punti a cui trattava prima dell’annuncio fatto nel Giardino delle rose della Casa Bianca fin sopra i 50 punti, ben al di là dei 30 che sono considerati il livello a cui scatta la massima volatilità.

L’unico rimedio, se non si chiama Powell, è Trump. Nei vari report che circolano tra gli investitori, gli analisti ipotizzano che il presidente non si muoverà dalle sue posizioni almeno fin dopo l’estate per poi iniziare a trattare con i partner commerciali per ottenere l’assenso ai dazi o una contropartita economica, per esempio nella Difesa. Gli Stati Uniti – ragiona o sragiona Trump - attraverso il dollaro forte forniscono la moneta di riserva a tutto il mondo e contemporaneamente con il loro arsenale militare garantiscono la sicurezza mondiale.

Di contro però la supervaluta penalizza gli scambi commerciali: le imprese straniere vendono negli Usa, mentre quelle americane non sono competitive. Da qui l’aut aut di Trump agli alleati: o vi prendete i dazi, e riequilibriamo il commercio, o contribuite alle spese di difesa. Non è un caso che da giocatore d’azzardo, il giorno dopo l’introduzione dei dazi, Trump abbia mandato il segretario di Stato, Marco Rubio, alla sede Nato di Bruxelles a chiedere ai Paesi aderenti di alzare le spese militari al 5% del Pil, forse sparando alto per raggiungere nella trattativa un “deal” ad almeno il 3%.

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